SE I POLITICI CONOSCESSERO UN PO’ DI PIÙ
L’ETICA...
Anche se non si può fare di un’erba
tutta un fascio, bene sarebbe che ciascuno rivedesse il proprio modus operandi
rendendo meno suddito il popolo
di Ernesto Bodini

Se il politico italiano fosse equiparabile ad un “Regnante”, ovvero ad un
imperatore magari facendosi chiamare Maestà, indubbiamente il riferimento è
alla Monarchia che Italia ha “spodestato” per ben 85 anni, ossia dal 17 marzo
1861 al 18 giugno 1946; oltre ad epoche precedenti (regni medievali e
preunitari, la cui storia della monarchia assume una durata millenaria. Questa
premessa per dire che ben venga l’evoluzione in cui Repubblica e democraticità
hanno il sopravvento per un vivere più libero e civile. Ma a questo punto
bisogna ammettere che il dispotismo della predetta epoca per certi versi non è
moto dissimile da quella odierna, ed è pur vero la nostro evolversi ci ha
permesso la conquista di determinati valori e diritti rendendoci un Paese più
civile, ma è altrettanto vero che “l’usurpazione” della classe politica,
frammentaria e disomogenea, ha creato e continua a creare condizioni di sudditanza
vanificando in gran parte quanto di meglio si è sinora ottenuto. Ora, se i
politici nostrani non possono essere paragonati ai regnanti di quelle epoche,
non certo rifiutano di essere chiamati Onorevoli e in seguito anche Senatori, e
anche se quest’ultimo titolo è un diritto costituzionale, il precedente è
decaduto sin dal 1939. Quindi, sia pur nelle dovute proporzioni, ritengo
opportuno chiamare in causa il concetto di etica che dovrebbero conoscere e
meritare, se non prima di aver ben chiaro in cosa lo stesso consista. Il
sistema valoriale e la deontologia riguarda tutte le professione, quindi anche
quella del politico, che necessita un riflessione proprio sull’etica. Tale
termine trae origini dal greco ethos e fa riferimento al costume, al
comportamento e al modo di agire dell’uomo. Fa parte della filosofia morale che
si interroga sul significato e sul valore delle azioni umane; inoltre, studia le
possibilità che ha l’uomo di agire liberamente le sue scelte di fronte ai
concetti di bene e male, i motivi e le regole che guidano le sue azioni, che
non sono mai neutre in quanto mosse da intenzionalità, con effetti valutabili
in senso positivo o negativo.
Ma perché intendo insistere sul concetto
di etica, ancorché rivolto soprattutto ai politici nostrani?

Il mio richiamo vuole essere un invito affinché il loro modus vivendi e
operandi sia più responsabile e non demandabile, proprio in ragione del loro
ruolo e delle loro responsabilità. Infatti, il campo dell’etica, per quanto sempre più attuale, è a tutt’oggi molto
complesso soprattutto per la molteplicità delle diverse posizioni in grado di
esprimere il valore della vita secondo le diverse culture e religioni. Ciascuno
di noi, ad esempio, può portare il proprio contributo nella individuazione di
ciò che è il bene da realizzare. Ognuno di noi è autore della propria storia e
della propria esperienza, nonché detentore dell’obiettivo valoriale di
famiglia, con la propria sensibilità personale. Ed è in funzione di queste
prerogative che si scopre come questa ricchezza morale (vero e proprio tesoro)
è anche motivo di interpretazioni diverse su ciò che deve essere fatto, con
posizioni che possono portare al disaccordo e alla conflittualità notevole nel
discernere i valori. Per il vero, i dilemmi morali e la diversità di vedute
(tra i politici sono una costante) più che aumentare diffidenza e scetticismo,
dovrebbero incoraggiare il dialogo e la reciproca collaborazione, posto che il
discernimento del valore non diventi proprio una imposizione di dominio... a
discapito dei sudditi, se non anche di oppressione. Conseguenza, questa, che
risulta di per sé inaccettabile in una società che voglia reputarsi
democratica. Quindi, l’etica non un “optional” per nessun essere umano, ma la
consapevolezza della peculiarità del ruolo terreno. Occorre, però, saperla
individuare e mettere in pratica senza complessi e senza timori, sapersi
relazionare con discrezione e diligenza con riguardo per i valori coinvolti,
senza superficialità od eccessivo scrupolo. La noncuranza o il disattendere
l’etica porta inevitabilmente all’insucesso e pone serie difficoltà per
chiunque, non solo nella relazione con i propri simili o per gli eventuali
risvolti legali, ma anche per una “distanza” essenziale tra ciò che si è in
quanto esseri umani di pari diritti e doveri, e ciò che si fa. Emblematica
l’osservazione del Premio Nobel per la Pace, Albert Schweitzer (1875-1965): «L’uomo morale possiede il coraggio di lasciarsi
tacciare di sentimentalismo, ma rispetta la vita universalmente. E l’etica è,
nel senso più esteso del termine, un senso di responsabilità esteso a tutto ciò
che è vita». Ogni individuo deve quindi riacquistare il ruolo e il valore della
“sensibilità etica” e, a questo proposito, un autore sostiene che la
sensibilità etica negli ultimi anni è andata lentamente affievolendosi, tant’é
che molti problemi etici non vengono nemmeno riconosciuti come tali. A questa
caduta di sensibilità corrisponde anche una caduta nel senso di responsabilità,
intesa come volontà della persona di prendere decisioni in modo autonomo a
favore dei propri destinatari, ossia tutti noi. E questo può trovare
“giustificazione” nel meccanismo della consulta facile, o della altrettanto
facile delega ai propri simili, rinviando ad essi compiti che dovrebbero essere
propri. Un’ultima considerazione: il “vero” Io dell’uomo è nella sua psiche,
ossia nella sua intelligenza; e poiché l’anima sede di tutti quei valori che
sono squisitamente umani, i veri valori non potranno essere se non i valori
dell’anima, basati sull’intelligenza che cerca il bene del prossimo... che
nulla ha a che vedere con l’intelligenza artificiale.
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