Il concetto di dignità umana e rispetto
per la vita tra etica e cultura
Come inteso da Albert Schweitzer, può ispirare ancora
oggi il nostro cammino?
Sarebbe bene ispirarsi al suo esempio se si vuole un mondo migliore.
di Ernesto Bodini
Al di
là della affascinante vita avventurosa e ricca di aneddoti di Albert
Schweitzer, che per molti anni ha svolto attività di medico e di predicatore a
Lambaréné nell’ospedale da lui fondato nella foresta africana del Gabon, ma
anche prolifico scrittore di filosofia della religione e della musica, ciò che
più conta è l’esempio della sua azione e il rigoroso concetto “rispetto per la
vita”. Ed è sul principio fondamentale del pensiero di Albert Schweitzer che
vorrei porre l'attenzione soprattutto perché tale concetto rappresenta
il costante richiamo a quello che è sempre stato il suo credo, ossia il “rispetto per la vita” applicato in ogni
ambito della attività umana che entri in contatto con esseri viventi. «L’uomo
– sosteneva il grand docteur – ha
la possibilità di agire in favore della vita o di recarle danno, nei rapporti
con il prossimo e nel suo atteggiamento nei confronti della natura, fino a
toccare i grandi problemi del nostro tempo: la pace, la crescita sociale, la
cultura, la ricerca scientifica, l’ecologia». Nel corso della sua esistenza
Schweitzer ha espresso questo suo principio applicandolo concretamente con il
rispetto del diritto alla vita, la sua libertà e dignità, il suo sviluppo, il
suo valore, intendendo per vita sia quella umana, sia quella della natura. Ha
insegnato a mettere in pratica la propria idea di fondo: con l’impegno della
propria vita di teologo, filosofo e medico ha impresso al proprio pensiero la
rara forza del testimone, ponendo in primo piano e vivendo in prima persona la
solidarietà con ogni forma di vita. Considerazioni, suggerimenti e moniti sono
riportati nella pubblicazione del 1923 “Cultura
ed etica” (parte della stesura la fece nel periodo di prigionia a Garaison
e Saint-Rèmy nei Pirenei, durante la IIa
guerra mondiale tra il 1917 e il 1918: lui e la moglie furono trasferiti in
Europa, come tutti i prigionieri di guerra delle Colonie francesi), ma
soprattutto il suo contributo proviene dai testi relativi al discorso che fece
in occasione del Conferimento del Premio Nobel per la Pace, ad Oslo nel 1953; e
in occasione del discorso “Appello
all’umanità”, trasmesso nel 1957 al Oslo, attraverso parecchie reti radio. Ma
anche della sua dissertazione sulla pace fatta dieci anni dopo, toccando i
grandi problemi fondamentali della salvaguardia della vita nella situazione
attuale (relativa alla sua epoca, n.d.a.) del mondo. Il principio “rispetto per la vita”, come massima
morale, mantiene ancora oggi (a mio parere) il suo valore per il comportamento
del singolo e della società. Per Schweitzer la condivisione e l’applicazione di
questo principio, in realtà, risale alla sua infanzia. Già allora sentiva di
avere compassione per gli animali: prima di addormentarsi nelle sue preghiere
non dimenticava di volgere un pensiero a tutti gli esseri viventi, e quindi anche
agli animali. Il Movimento per la
protezione degli animali, sorto durante la sua giovinezza, ebbe una grande
influenza su di lui. Era convinto che anche l’etica filosofica dovesse prendere
in considerazione l’obbligo di un atteggiamento favorevole nei confronti degli
animali. Ciò sarebbe stato di aiuto agli amici del Movimento per la protezione degli animali, al fine di giustificare
la loro attività dal punto di vista del pensiero. Nei primi anni del nuovo
secolo, e anche in seguito, si dedicò ad una lunga ricerca: voleva conoscere la
posizione dei filosofi degli ultimi decenni riguardo all’etica, per rilevare il
nostro pensiero riguardo al comportamento nei confronti del creato. Un giorno
del 1915, mentre navigava sulle acque del fiume Ogoouè per recarsi al capezzale
di un ammalato, e per quanto stanco dopo tre giorni di navigazione, doveva
costeggiare un isolotto in quel tratto di fiume. Sopra un banco di sabbia
quattro ippopotami si muovevano nella sua direzione. In quel momento gli venne
in mente l’espressione “rispetto per la
vita”. Si rese conto che tale espressione aveva in sé la soluzione del
problema che lo stava assillando. Gli venne in mente che un’etica incompiuta e
parziale che, per quanto lui sapesse, non aveva mai sentito ne letto. Gli venne
in mente che un’etica che prenda in considerazione soltanto il nostro rapporto
con altri esseri umani è un’etica incompiuta e parziale, e perciò non può
possedere una piena energia. Per molto tempo (e forse ancora oggi) davanti al
suo ospedale (che lui chiamava “la mia
improvvisazione”) fece apporre un cartello con questa scritta: “C’est en face des trois iles situé dans le
fleuve Oggouè au village Igendia 80 Km. En aval de Lambaréné, que me vint la
rivelation, un jour de septembre 1915, que “rispect de la vie” est le principie
elementaire de l’ethique et de la vraie humanité”. Schweitzer aveva trovato
il modo di arrivare al concetto in cui sono contenute insieme l’affermazione
del mondo e della vita, e dell’etica.
Ma
che cos’è il rispetto per la vita, e come nasce in noi? «Se l’uomo vuol far luce su sé stesso e sul suo rapporto con il mondo – sosteneva Schweitzer –, deve prescindere dalla congèrie (massa
confusa di più cose, n.d.a.) di elementi che costituiscono il suo pensiero e la
sua cultura e rifarsi al primo fatto della sua coscienza, il più immediato,
quello che è perennemente presente. Solo di qui può giungere a una visione
ragionata del mondo… L’affermazione della vita è l’atto spirituale con cui egli
cessa di lasciarsi vivere e comincia a dedicarsi alla sua vita con rispetto per
levarla al suo vero valore. Affermare la vita è approfondire, interiorizzare ed
esaltare la volontà di vivere… Il rispetto per la vita nato nella volontà di
vivere divenuta consapevole contiene strettamente congiunte, l’affermazione del
mondo e l’esigenza morale. Essa cerca di creare valori e realizzare progressi
che giovino all’ascesa materiale, spirituale ed etica dell’uomo e dell’umanità». Durante
la permanenza a Lambarènè si dedicò ad estendere un’opera sul rapporto fra cultura
ed etica, che divise in due parti: la prima prevedeva le varie concezioni della
cultura e dell’etica dei vari filosofi tedeschi del passato e contemporanei;
nella seconda avrebbe descritto il carattere specifico dell’etica, il rispetto
per la vita e il suo significato per la cultura. Tutta l’etica di Schweitzer
deriva da questo semplice e profondo pensiero di cui egli ci indica le
possibili applicazioni. L’etica, a suo avviso, non ha a che vedere con
un’interpretazione del mondo; essa deve essere cosmica e mistica senza cadere
nell’astratto… Schweitzer fonda razionalmente il rispetto per la vita, come
Descartes (1596-1650) fondava razionalmente la certezza della propria
esistenza. Mentre Descartes dice: «Penso,
dunque esisto», e poi si perde nell’astratto, Schweitzer rimane sul
concreto e afferma: «Io sono vita che
vuole vivere in mezzo a vita che vuole vivere. Bisogna rispettare la vita.
L’uomo morale possiede il coraggio di lasciarsi tacciare di sentimentalismo, ma
rispetterà la vita universalmente». Ossia, l’essere umano può chiamarsi
“essere etico” soltanto se considera sacra la vita in se stessa, sia la vita
umana, sia quella di ogni altra creatura. Il “rispetto per la vita” si erge a
messaggio da professare con la fede incrollabile delle proprie convinzioni e «non riconosce alcun diritto alla felicità
personale, poiché la voce della vera etica è pericolosa per le
persone felici quanto il coraggio che hanno di ascoltarla. Il rispetto per la vita al quale noi, esseri
umani, dobbiamo giungere racchiude in sé tutto ciò che è compreso nei
concetti di amore, dedizione, compassione, gioia ed anelito comune. E in
quest’ottica, dobbiamo liberarci da uno stile di vita amorfo, privo di
riflessione». Il rispetto per la vita (che per Schweitzer non è una semplice,
pur nobile affermazione di principio, ma una precisa dignità teoretica, che
diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio sia di fronte al
progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che esso comporta)
scaturisce da una volontà di vita che ha imparato a pensare, è dunque un sì
alla vita, che diventa etica collettiva. Il suo compito primario è la
realizzazione del progresso e la creazione di quei valori che possano favorire
la crescita materiale, spirituale ed etica del singolo individuo e di tutta
l’umanità. Ma sul concetto di “rispetto per la vita” Schweitzer è ancora più
profondo, poiché coinvolge il concetto di “moralità” come principio
fondamentale. «Un uomo è veramente morale
– sosteneva – soltanto quando osserva l’obbligo
impostogli di aiutare ogni vita che può assistere, e quando si fa scrupolo di
uscire dalla sua strada per evitare di danneggiare un essere vivente. Non
chiede quanta comprensione meriti questa o quella vita a causa del suo
intrinseco valore e neppure chiede di quanta sensibilità sia dotata. Per lui la
vita, come tale, è sacra». In
più occasioni (oltre agli scritti) ebbe modo di far conoscere il suo pensiero.
Durante un soggiorno in Europa, nel 1951, Albert Schweitzer conobbe Ella Kriser,
la direttrice di una grande Scuola di Hannover, la quale gli riferì che nella
sua scuola veniva insegnato il rispetto per la vita. La direttrice sosteneva
che i bambini comprendevano molto bene questo insegnamento e cercavano di
metterlo in pratica con il loro comportamento, cui derivava un conseguente
cambiamento spirituale. Schweitzer mantenne contatti con la direttrice e in
seguito visitò la scuola, e parlando con gli allievi riscontrò in loro la
consapevolezza del dovere di comportarsi con bontà verso tutto ciò che era vita
del creato. Ma con il passare degli anni e con gli avvenimenti bellici, ed
altro, constatò che la mancanza di umanità era aumentata rispetto alle
generazioni precedenti. (È soprattutto in questi ultimi tempi che si rilevano
gli effetti prodotti dalla tecnologia: la televisione e tutti quei mezzi che
“irrompono” prepotentemente nelle case delle persone e soprattutto nella loro
mente). «Noi – affermava – siamo venuti in possesso di armi nucleari, e
per noi la possibilità e la tentazione di distruggere la vita supera ogni
limite. Oggi, grazie al grandioso progresso della tecnica, il destino
dell’umanità è segnato dalla possibilità di un orribile annientamento della
vita». Questa riflessione faceva parte del suo lungo discorso pronunciato
in occasione del suo conferimento del Premio nobel per la Pace ad Oslo nel
1953. Partendo da un’analisi dei due conflitti mondiali e delle relative
conseguenze, Schweitzer si domandava come si potesse presentare a tutti il
problema della pace; in modo del tutto particolare dato che la guerra di epoche
precedenti, rispetto a quella attuale, ha a disposizione mezzi di distruzione e
di morte enormemente più sofisticati di quelli del passato. Un tempo si poteva
considerare la guerra un male accettabile come utile, in qualche modo, se non
addirittura necessario, era diffusa l’opinione che mediante la guerra i popoli
più forti si imponessero su quelli più deboli, determinando il corso della
storia. E dai
molti esempi che si potrebbero citare è possibile dedurre che una guerra
favorisca il progresso ma è anche possibile che conduca ad un regresso. Se già
ai tempi di Schweitzer si potevano
avere meno speranze che la guerra moderna procurasse un progresso, oggi, tali
speranze sono ancora più lontane in quanto la modernità e le tecnologie più
avanzate sono causa di una ben più ampia distruzione, e quindi di un immane
regresso. A questo riguardo credo sia utile e interessante ricordare quanto
suggeriva Albert Schweitzer. «È evidente
che una guerra rappresenta una orribile calamità, e non bisogna lasciar nulla
di intentato pur di evitarla; e ciò, soprattutto per una ragione etica. Nelle
due ultime guerre ci siamo macchiati delle colpe di un’orribile disumanità, e
sarebbe ancora peggio in una guerra futura. Questo non deve avvenire». Purtroppo
questo monito da molti non è stato recepito, poiché in circa mezzo secolo, gli
eventi bellici nel mondo si sono susseguiti e, purtroppo, a mio avviso, sono
destinati ad evolversi. Le cause sono indubbiamente molteplici, ma credo che se
si dedicasse più spazio nel ricordare le riflessioni, i moniti e soprattutto
l’esempio di Schweitzer (e di altri personaggi che hanno dedicato la propria
esistenza in difesa dell’umanità), probabilmente gioverebbe alla mente e ai
sentimenti di politici, regnanti e alla gente comune. «Quello che oggi ci manca – proseguiva nel suo discorso ad Oslo – è riconoscere che siamo tutti colpevoli gli
uni verso gli altri di atti disumani. L’orrenda esperienza collettiva
attraverso la quale siamo passati deve scuoterci, perché la nostra volontà e la
nostra speranza siano impegnate verso tutto ciò che può portare ad un’epoca in
cui non ci siano più guerre. Questa volontà e questa speranza sono possibili
solo se, attraverso uno spirito nuovo, raggiungiamo un’intelligenza superiore, che
sia in grado di trattenerci da un uso infausto delle energie di cui disponiamo». È
utile ricordare che il primo che ha osato far valere delle considerazioni
puramente etiche contro la guerra e promuovere un’intelligenza più elevata da
una volontà etica, è stato il grande umanista olandese Erasmo da Rotterdam
(1469-1539). Lo ha fatto nel suo scritto “Il
lamento della Pace”, pubblicato in latino (“Querela Pacis”) nel 1517. In questo scritto Erasmo richiama la
pace, invocandone l’ascolto. È noto che Erasmo non ebbe molti seguaci in questo
suo credo, perché era considerato un’utopia l’attendersi qualcosa per la causa
della pace dalla valorizzazione di una necessità etica. Perfino Immanuel Kant
(1724-1804) era di questo parere. In alcune sue opere, soprattutto in quella
pubblicata nel 1795 intitolata “Per la
pace perpetua”, il filosofo tedesco esprime la propria fiducia nella sua
realizzazione solo in base alla crescente autorevolezza che viene accordata ad
un diritto internazionale dovrebbe decidere nelle controversie fra i popoli. Abbiamo visto che se nelle diverse
manifestazioni la pace è più che altro un fatto o la conseguenza di un
conflitto, considerazioni diverse vanno fatte in riferimento all’ipotesi che
essa sia considerata come un bene, e quindi come un valore da perseguire. E, da
questo punto di vista, diverse sono le internazionalità e intensità. Ma ciò che
è importante è l’individuazione di strade razionali e fattibili che portino
alla pace: privando, in via minimale, gli eventuali contendenti, dei loro
strumenti di guerra (disarmo); intendere la pace come prodotto da intese
politiche (più o meno libere), che si traducono quindi in accordi fondati sulla
potenza, ritenere che la pace discenda da una scelta matura e consapevole
(pacifismo), la cui forma più intensa è la non violenza (l’antesignano della
quale fu Indira Gandhi, 1917-1984).
Ma
torniamo al discorso del filosofo alsaziano. Schweitzer sosteneva che le varie
Istituzioni internazionali non sono state in grado di creare una situazione di
pace. «Le loro preoccupazioni –
ammoniva – sono state inutili perché
dovevano intraprendere questo lavoro in un mondo nel quale non era presente una
mentalità orientata alla realizzazione della pace. Essendo istituzioni
giuridiche (il riferimento è
alla Società delle Nazioni di Ginevra e all’Organizzazione delle Nazioni Unite,
n.d.a.) non potevano creare tale
mentalità: questo è possibile soltanto allo spirito etico. Kant si sbagliava
quando pensava di poter ottenere la pace senza questo spirito etico: la via che
egli non ha voluto seguire deve invece essere percorsa». Secondo il dottor
Schweitzer la presenza o l’assenza della pace dipendono dal contenuto formativo
che verrà espresso dalla mentalità dei singoli e dei popoli. Erasmo da
Rotterdam, Maxmiliem de Béthune, uomo politico francese (1560-1641), l’abate di
Castel Saint-Pierre, intellettuale francese (1658-1743), autore quest’ultimo di
“Memorie per rendere la pace perpetua in
Europa” (1712) attraverso le quali vagheggiò l’ideale di un europeismo
federalistico, che estendesse al continente il modello svizzero od olandese e
fosse in grado di assicurare la pace perpetua, che in passato si sono occupati
del problema della pace, non avevano a che fare con dei popoli ma con i loro
sovrani. Con
queste ed altre considerazioni Schweitzer era consapevole di non aver detto
nulla di nuovo; tuttavia, era convinto che si sarebbe potuto dare una risposta
a questo problema soltanto se si rifiuta la guerra in base a motivi etici,
perché essa ci rende colpevoli di disumanità. Già Erasmo da Rotterdam ed alcuni
dopo di lui hanno annunciato questo principio come una verità da tenere in
considerazione. «L’unica cosa che oso
rivendicare come originale – precisava il filosofo alsaziano – è che nella mia visione, questa verità è accompagnata
anche dalla certezza che lo spirito del nostro tempo vuole creare una mentalità
etica. Con tale certezza io annuncio questa verità, nella speranza di
contribuire al fatto che essa non venga messa da parte come una delle tante
verità che vengono espresse bene a parole ma di cui non si tiene conto in vista
della realtà… Soltanto nella misura in cui, attraverso lo spirito, si risveglia
nei popoli una mentalità di pace, le istituzioni create per mantenere la pace
possono realizzare quanto viene loro richiesto e quanto si spera che esse
possono fare». I
tempi di Schweitzer e i nostri attuali rientrano entrambi in un’epoca in cui la
pace non c’è: i popoli si sentono tuttora minacciati da altri popoli. «È inevitabile – sosteneva il premio
nobel – riconoscere ancora ai popoli il
diritto di usare, per la propria difesa, le terribili armi di cui disponiamo».
Con il suo autorevole discorso Schweitzer si augurava di aver espresso il
pensiero e la speranza di milioni di persone, che in molte parti del mondo temono
per la pace, e concludeva: «Quelli che
tengono in mano il destino dei popoli possano riflettere, per evitare tutto ciò
che potrebbe peggiorare la situazione in cui ci troviamo e metterci in
ulteriore pericolo, e possano prendere a cuore quella meravigliosa parola
dell’apostolo Paolo: Per quanto sta in voi, siate in pace con tutti». Ora,
come in una lucida progressione, l’uomo Schweitzer ci appare in tutta la sua coerenza. Il piccolo bimbo sensibile ai
dolori del prossimo eleva la sua ricerca dell’uomo nei confronti di Dio,
attraverso altrettante tappe della sua esistenza. Il filosofo affermato e il
teologo predicatore instancabile uniscono le proprie forze per innalzare l’uomo
a difesa dell’uomo, poiché per aiutare meglio la natura umana è necessario essere
“avventurieri del sacrificio”.
Se i
tempi suggeriscono un recupero della figura di Albert Schweitzer, a maggior
ragione, quindi, devono indurre a considerare il concetto di rispetto per la vita, la cui mentalità
da esso creata è d’aiuto a chi lotta duramente per conservare la propria
umanità, anche per il fatto che rimane viva dentro di lui l’immagine della
natura umana come un bene da tutelare ad ogni costo. «Gli impedisce di condurre in modo unilaterale – è la spiegazione
sottile ma concreta del grand docteur – la
lotta per ridurre la mancanza di libertà materiale e lo chiama a riflettere sul
fatto che molta umanità e molta libertà interiore possono conciliarsi con la
realtà della sua vita, ben più di quanto, di fatto, si realizzi. Lo spinge a
conservare, se vi avesse rinunciato, la meditazione ed il raccoglimento
interiore. Bisogna arrivare ad una spiritualizzazione delle masse. Ogni singolo
deve giungere a riflettere sulla sua vita, su ciò che vuole ottenere per la
propria vita mediante l’esistenza, sulle difficoltà legate alle circostanze
esterne e su ciò cui è disposto spontaneamente a rinunciare». In decenni
caratterizzati dalla grande incidenza del dibattito sui problemi della vita e
sul rispetto della stessa, con il contributo di Schweitzer si è venuta a
formare una concezione etica che richiama la nostra responsabilità per la vita
dai rapporti interpersonali all’atteggiamento nei confronti del mondo e della
natura. Il principio etico del filosofo alsaziano si può correlare allo
sviluppo storico e spirituale del nostro tempo in quanto ne rispecchia le
tendenze, le speranze, le angosce. Se l’etica vuole essere vera dovrà definirsi
dal concetto basilare che è proprio il “rispetto
per la vita”; un’affermazione che obbliga tutti, qualunque sia la loro situazione,
a occuparsi e farsi carico del destino degli essere umani. In questa ricerca
interiore del “rispetto per la vita”,
intesa in ogni sua più intima manifestazione, l’uomo deve avere la capacità di
“mettersi in discussione” continuamente. La libertà interiore assurge così a
parametro insostituibile per guardare nella propria coscienza e, dunque, per
“mettersi in gioco”, provando a cambiare se stessi per aiutare gli altri a
crescere e a vivere meglio. Schweitzer
è pienamente cosciente della difficoltà di tale ricerca, ne conosce le
privazioni e i sacrifici; pur tuttavia sapendo che è l’unica strada da
percorrere perché «la verità –
sosteneva Schweitzer – non ha un suo
tempo particolare: la sua ora è
adesso, sempre e più che mai quando sembra maggiormente inopportuna alle
circostanze del momento». Certo,
non tutti possono o devono necessariamente recarsi in Africa ma sicuramente
possono prodigarsi in qualunque modo per quel “rispetto per la vita” che possiamo intendere pacifismo, neutralità,
difesa dei deboli, giustizia, etc. Ma per Schweitzer l’Africa non ha
significato una fuga dalla vita o lo scopo della sua vita. Andare in quel
Continente per lui non c’era nulla di eroico: si trattava semplicemente di
adempiere un dovere. L’Africa è stato il simbolo della sua esistenza; il
significato ne è il rispetto per la vita.
Per rispondere, dunque, ai bisogni dell’umanità e all’affermarsi del
rispetto per la vita tra le popolazioni del nostro tempo, occorre una forza
interiore e una dose di spiritualità, ma anche una maturità che consiste nel
poter lavorare per diventare sempre più giusti, più veritieri, più sereni, più
amanti della pace, più mansueti, più buoni, più consapevoli. E vorrei
concludere con l’augurio di Goethe (1749-1832): «Sia nobile l’uomo, pronto ad aiutare e buono». Come inteso da Albert Schweitzer, può ispirare ancora oggi il
nostro cammino? Forse basterebbe conoscere più da vicino la sua storia, oltre al
suo pensiero, in quanto fu uno dei rari e massimi esempi della considerazione dell’uomo
in quanto Persona, il cui rispetto è continuità di vita… con pregi e difetti.
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