Quando la retorica diventa ipocrisia

 

QUANDO LA RETORICA DIVENTA IPOCRISIA

La prima è autorevole materia didattica filosofica per meglio

 esprimersi, la seconda è mero comportamento riprovevole

di Ernesto Bodini

Anche se esiste la disciplina denominata “Retorica”, forse non tutti sanno in cosa consiste. Dal punto di vista didattico è una materia di studio, nata nell’antica Grecia (in Sicilia nel V secolo a.C.), e consiste nello studio delle regole e delle tecniche per comunicare: scrivere e parlare in modo efficace e persuasivo che, di fatto, significa essere convincenti. Questa materia umanistica la si insegna in corsi universitari, ad esempio di Filosofia, le cui indicazioni consistono nel trovare cosa dire, organizzare al meglio gli argomenti, scegliendo con cura le parole più adatte, memorizzare (per richiami successivi) e gestire la voce magari accompagnata da una certa gestualità. Fin qui l’aspetto didattico, ma nella vita pratica chi fa della retorica a mio avviso spesso mena il can per l’aia, avvalendosi di concetti noti che ripetuti “ad effetto”, hanno lo scopo di “incantare” il proprio interlocutore o deviando dai reali concetti che lo stesso si aspetta (o aspetterebbe) di sentire e magari fare anche propri. Per avere un’idea estremamente concreta della retorica non accademica, è sufficiente seguire i politici fuori e dentro il Parlamento le cui affermazioni sono peraltro favorite – volutamente o meno – dalle domande incalzanti dei giornalisti. Ma anche chi tiene conferenze in pubblico, in quanto i presunti detentori di un certo argomento che a volte fanno della retorica per non venire al dunque con l’intenzione di evitare certe affermazioni a loro sconvenienti, e nello stesso tempo deludendo (volutamente non ho detto ingannando) la platea che li segue. Inoltre, la retorica risulta conveniente quando non si sa come giustificare un particolare evento o un fatto anche banale, sia perché chi è preposto non ha altre alternative e sia per avere l’approvazione di chi è stato oggetto di una certa esperienza. Classico è l’esempio di quando una certa autorità pubblica (qualunque essa sia) deve dare una motivazione ad un fatto che ha leso una persona o una comunità e, in questi casi, classico è il provvedimento: “Le autorità hanno proclamato il lutto cittadino”, “La popolazione intende promuovere una manifestazione o una fiaccolata affinché non si dimentichi...”,  “... sarà nostra cura intervenire adeguatamente in merito”, ed altre frasi simili. Queste iniziative, per quanto lecite, a mio avviso rientrano nella retorica sino a sconfinare nella ipocrisia, in quanto sono sempre più gli eventi che si verificano per una mancata prevenzione o provvedimenti inadeguati, e di conseguenza non resta altro che piangere sul latte versato e raccogliere le lacrime promuovendo ogni iniziativa a titolo di conforto. Ma si fa anche della retorica scrivendo e solitamente gli autori sono coloro che pubblicamente hanno maggior voce in capitolo, per non parlare poi dei burocrati, ossia di taluni dipendenti delle P.A. che non sapendo come “giustificarsi” nei confronti del cittadino, si ripetono nei concetti sino ad interrompere il colloquio verbale o scritto. Anche se assurdo, sarebbe interessante ipotizzare di insegnare la materia di “Ipocrisia”, comportamento che va ben al di là del significato semantico. Ma credo che ciò non sia possibile perché anti popolare  e inoltre, se lo si vuole ammettere, chi non è stato almeno una volta un po’ ipocrita nella vita? Detto questo non sono alle ricerca della perfezione (mera utopia), ma semplicemente per sottolineare che quando la retorica è costantemente attuata dai politici e dai burocrati in particolare, non si ha mai la certezza della bontà di quello che gli stessi vogliono comunicare... lasciando il popolo nel limbo dell’illusione e della delusione. In buona sostanza, chi retorica non vuol subire, da essa è bene rifuggire!

 

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