IL PROBLEMA DELLA
PACE NEL MONDO E IL CONCETTO ETICO
DI RISPETTO PER LA
VITA SECONDO ALBERT SCHWEITZER
Un modesto
suggerimento ed esortazione al Pontefice
di
Ernesto Bodini

Premessa – Rilevo dal quotidiano Corriere della
Sera del 21 luglio scorso un articolo che titolava a grandi caratteri: “La pace e la verità cercano testimoni: è ora
di costruire”, il cui lungo testo a
firma di Papa Leone XIV. L’articolo anche per presentare la sua Antologia dal
titolo “Disarmata e disarmante”.
Premesso che non ho letto questa pubblicazione, vorrei rilevare che la Sua
pedissequa invocazione alla pace (rivolta essenzialmente ai despoti), non solo
non sta portando a nulla, ma a mio avviso essendo il Suo esortare che sconfina
nella retorica, mi permetto di precisare (con tutto il rispetto per il Suo
ruolo di vicario di Cristo) che finché non si rivolgerà anche ai soldati in
conflitto, la pace non avverrà mai, e questo perché come ho più volte
divulgato, gli stessi dovrebbero deporre le armi e non recarsi al fronte perché
per difesa o per offesa si sopprimono vite umane. All’autorevole autorità
ecclesiastica non intendo certo insegnare nulla, ma nello stesso tempo mi
permetto di suggerirGli di leggere o rileggere qualche pagina sul concetto di
etica come lo intendeva il Nobel-filantropo Albert Schweitzer (1875-1965),
oltre eventualmente a rilevare alcuni passaggi della sua conferenza sul tema
della Pace tenuta ad Oslo nel 1954 in occasione della assegnazione del Premio
Nobel.

L’etica non è un “optional” per nessun
essere umano, ma la consapevolezza della peculiarità del nostro ruolo terreno.
Occorre però saperla individuare e mettere in pratica senza complessi e senza
timori, sapersi relazionale con discrezione e diligenza, con riguardo per i
valori coinvolti, senza superficialità od eccessivo scrupolo. La noncuranza o
il disattendere l’etica porta inevitabilmente all’insuccesso e pone serie
difficoltà per chiunque, non solo nella relazione con i propri simili o per gli
eventuali risvolti legali (di ordine pratico), ma anche per una “distanza”
essenziale tra ciò che si è in quanto esseri umani di pari diritti e doveri, e
ciò che si fa. Emblematica l’osservazione del Premio Nobel per la Pace, Albert
Schweitzer (1875-1965): «L’uomo morale
possiede il coraggio di lasciarsi tacciare di sentimentalismo, ma rispetta la
vita universalmente. E l’etica è, nel senso più esteso del termine, un senso di
responsabilità esteso a tutto ciò che è vita». Ogni individuo deve quindi
riacquistare il ruolo e il valore della “sensibilità” etica e, a questo
proposito, egli sostiene che la sensibilità etica negli ultimi anni è andata
lentamente affievolendosi, tant’é che molti problemi etici non vengono nemmeno
riconosciuti come tali. A questa caduta di sensibilità corrisponde anche una
caduta nel senso di responsabilità, intesa come volontà della persona di
prendere decisioni in modo autonomo. E questo può trovare “giustificazione” nel
meccanismo della consultazione facile, o della altrettanto facile delega ai
propri simili, rinviando ad essi compiti che dovrebbero essere propri. Ed è sul
principio fondamentale del suo pensiero che andrebbe posta la nostra attenzione,
soprattutto perché tale concetto rappresenta il costante richiamo a quello che
è sempre stato il suo credo, ossia il “rispetto per la vita” applicato in ogni
ambito della attività umana che entri in contatto con esseri viventi. «L’uomo – sosteneva Schweitzer – ha la possibilità di agire in favore della
vita o di recarle danno, nei rapporti con il prossimo e nel suo atteggiamento
nei confronti della natura, fino a toccare i grandi problemi del nostro tempo:
la pace, la crescita sociale, la cultura, la ricerca scientifica, l’ecologia».
Nel corso della sua esistenza Schweitzer ha espresso questo suo principio
applicandolo concretamente con il rispetto del diritto alla vita, la sua
libertà e dignità, il suo sviluppo, il suo valore, intendendo per vita sia
quella umana, sia quella della natura. Ha insegnato a mettere in pratica la propria
idea di fondo: con l’impegno della propria vita di teologo, filosofo e medico
ha impresso al proprio pensiero la rara forza del testimone, ponendo in primo
piano e vivendo in prima persona la solidarietà con ogni forma di vita. Considerazioni,
suggerimenti e moniti sono riportati nella pubblicazione del 1923 “Cultura
ed etica”, ma soprattutto il suo contributo proviene dai testi relativi
al discorso che fece in occasione del conferimento del Premio Nobel per la
Pace, ad Oslo nel 1954; e in occasione del discorso “Appello all’umanità”,
trasmesso nel 1957 ad Oslo, attraverso parecchie reti radio. Si rese conto che
tale espressione aveva in sé la soluzione del problema che lo stava assillando.
Gli venne in mente che un’etica che prenda in considerazione soltanto il nostro
rapporto con altri esseri umani è un’etica incompiuta e parziale, e perciò non
può possedere una piena energia. Ma che cos’é il rispetto per la vita, e come
nasce in noi? «Se l’uomo vuol far luce su
sé stesso e sul suo rapporto con il mondo – sosteneva Schweitzer –, deve prescindere dalla congèrie (massa
confusa di più cose, nda) di elementi che
costituiscono il suo pensiero e la sua cultura e rifarsi al primo fatto della
sua coscienza, il più immediato, quello che è perennemente presenta. Solo di
qui può giungere a una visione ragionata del mondo… L’affermazione della vita è
l’atto spirituale con cui egli cessa di lasciarsi vivere e comincia a dedicarsi
alla sua vita con rispetto per levarla al suo vero valore. Affermare la vita è
approfondire, interiorizzare ed esaltare la volontà di vivere… Il rispetto per
la vita nato nella volontà di vivere divenuta consapevole contiene strettamente
congiunte, l’affermazione del mondo e l’esigenza morale. Essa cerca di creare
valori e realizzare progressi che giovino all’ascesa materiale, spirituale ed
etica dell’uomo e dell’umanità». Il rispetto per la vita (che per
Schweitzer non è una semplice affermazione di principio, ma una precisa dignità
teoretica, che diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio
sia di fronte al progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che
esso comporta), scaturisce da una volontà di vita che ha imparato a pensare, è
dunque un sì alla vita, che diventa etica collettiva. Il suo compito primario è
la realizzazione del progresso e la creazione di quei valori che possano
favorire la crescita materiale, spirituale ed etica del singolo individuo e di
tutta l’umanità. Ma sul concetto di “rispetto per la vita” Schweitzer è ancora
più profondo, poiché coinvolge il concetto di “moralità” come principio
fondamentale.

«Un
uomo è veramente morale – sosteneva – soltanto
quando osserva l’obbligo impostogli di aiutare ogni vita che può assistere, e quando si fa scrupolo di
uscire dalla sua strada per evitare di danneggiare un essere vivente. Non
chiede quanta comprensione meriti questa o quella vita a causa del suo
intrinseco valore e neppure chiede di quanta sensibilità sia dotata. Per lui la
vita, come tale, è sacra…. Quello che
oggi ci manca è riconoscere che siamo
tutti colpevoli gli uni verso gli altri di atti disumani. L’orrenda esperienza
collettiva attraverso la quale siamo passati deve scuoterci, perché la nostra
volontà e la nostra speranza siano impegnate verso tutto ciò che può portare ad
un’epoca in cui non ci siano più guerre. Questa volontà e questa speranza sono
possibili solo se, attraverso uno spirito nuovo, raggiungiamo un’intelligenza
superiore, che sia in grado di trattenerci da un uso infausto delle energie di
cui disponiamo». Schweitzer
sosteneva che le varie Istituzioni internazionali non sono state in grado di
creare una situazione di pace. «Le loro
preoccupazioni – ammoniva – sono
state inutili perché dovevano intraprendere questo lavoro in un mondo nel quale
non era presente una mentalità orientata alla realizzazione della pace. Essendo
istituzioni giuridiche (il riferimento è alla Società delle Nazioni di
Ginevra e all’Organizzazione delle Nazioni Unite, nda) non potevano creare tale mentalità: questo è possibile soltanto allo
spirito etico. Kant si sbagliava quando pensava di poter ottenere la pace senza
questo spirito etico: la via che egli ha voluto seguire deve invece essere
percorsa». Secondo il dottor Schweitzer la presenza o l’assenza della pace
dipendono dal contenuto formativo che verrà espresso dalla mentalità dei
singoli e dei popoli. «L’unica cosa che
oso rivendicare come originale – precisava il filosofo alsaziano – é che nella mia visione, questa verità è
accompagnata anche dalla certezza che lo spirito del nostro tempo vuole creare
una mentalità etica. Con tale certezza io annuncio questa verità, nella
speranza di contribuire al fatto che essa non venga messa da parte come una
delle tante verità che vengono espresse bene a parole ma di cui non si tiene
conto in vista della realtà… Soltanto nella misura in cui, attraverso lo
spirito, si risveglia nei popoli una mentalità di pace, le istituzioni create
per mantenere la pace possono realizzare quanto viene loro richiesto e quanto si spera che esse possono fare».
Se i tempi suggeriscono un recupero della figura di Albert Schweitzer, a
maggior ragione, quindi, devono indurre a considerare il concetto di “rispetto
per la vita”, e quindi la pace nel ondo, la cui mentalità da esso creata è
d’aiuto a chi lotta duramente per conservare la propria umanità, anche per il
fatto che rimane viva dentro di lui l’immagine della natura umana come un bene
da tutelare ad ogni costo. «Gli impedisce
di condurre in modo unilaterale – é la spiegazione sottile ma concreta de
le grand docteur – la lotta per ridurre
la mancanza di libertà materiale e lo chiama a riflettere sul fatto che molta
umanità e molta libertà interiore possono conciliarsi con la realtà della sua
vita, ben più di quanto, di fatto, si realizzi. Lo spinge a conservare, se vi
avesse rinunciato, la meditazione ed il raccoglimento interiore. Bisogna arrivare
ad una spiritualizzazione delle masse. Ogni singolo deve giungere a riflettere
sulla sua vita, su ciò che vuole ottenere per la propria vita mediante
l’esistenza, sulle difficoltà legate alle circostanze esterne e su ciò che è
disposto spontaneamente a rinunciare». In questa ricerca interiore del
“rispetto per la vita”, intesa in ogni sua più intima manifestazione, l’uomo
deve avere la capacità di mettersi in discussione continuamente. La libertà
interiore assurge così a parametro insostituibile per guardare nella propria
coscienza e, dunque, per “mettersi in gioco”, provando a cambiare se stessi per
aiutare gli altri a crescere e a vivere meglio. Certo, non tutti possono o
devono necessariamente recarsi in Africa ma sicuramente possono prodigarsi in
qualunque modo per quel “rispetto per la vita” che possiamo intendere pacifismo,
neutralità, difesa dei deboli, giustizia e… rispetto di tutte le etnie. Vorrei
inoltre aggiungere una ulteriore parentesi storica per ricordare che nella
primavera del 1962, quando scoppiò la “crisi dei Caraibi”, Schweitzer inviò una
lettera al presidente americano John F. Kennedy (1917-1963), invitandolo a una
saggia ed equilibrata decisione, a evitare
cioé la corsa agli armamenti, scongiurando così il pericolo di uno
spaventoso conflitto atomico. Le parole di Schweitzer non restarono
inascoltate. Il presidente americano, nella risposta all’anziano medico-missionario alsaziano,
ammise di avere a lungo, anche grazie alle sue parole, riflettuto sulle conseguenze di una drastica
risoluzione militare. Espresse, poi, la propria stima nei confronti di
Schweitzer, definendolo «una delle
personalità morali di maggior rilievo del nostro secolo». Alla luce di
tutto ciò, il pensiero di Albert Schweitzer può trovare riscontro anche ai
giorni nostri? Sarebbe interessante, oltre che utile, se il Pontefice si
esprimesse in merito. Ma vorrei concludere sottolineando che il “vero” Io
dell’uomo è nella sua psiche, ossia nella sua intelligenza; e poiché l’anima è
sede di tutti quei valori che sono squisitamente umani, i veri valori non
potranno essere se non i valori dell’anima, basati sull’intelligenza che cerca
il bene del prossimo.
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