LA CULTURA CHE NON SI FA...
O COMUNQUE PER POCHI ELETTI
C’é sempre più spazio per
chi più appare... ma l’immodestia non accultura
di Ernesto Bodini
Vale
ancora la pena divulgare per scritto e soprattutto verbalmente argomenti di
cultura, più o meno importanti, se non se non si gode di una certa notorietà
sia in ambito pubblico che istituzionale? È un’era, questa, che fa molto
discutere proprio perché l’immagine e la percezione spesso prevalgono sulla
autenticità e sulla sostanza; un fenomeno sempre più in evoluzione in quanto è costantemente
acuito dai social media e dal marketing. Un tempo era sufficiente essere
conoscitori di un argomento e generalmente in qualunque contesto
socio-culturale si era condivisi e accolti con una discreta partecipazione;
oggi, invece, se non si è introdotti da un sistema ben collaudato (anche politicamente)
o da qualcuno che conta, non solo non si è condivisi e accolti ma addirittura
non si ottiene una risposta nemmeno se ci si autopropone. Per quanto riguarda
gli Enti pubblici, a parte iniziative di rito e istituzionali, generalmente gli
stessi non organizzano eventi culturali se non si fa parte di qualche associazione
od un ente con personalità giuridica; di solito un Comune o una Regione
emettono bandi ai quali si può partecipare ma a certe condizioni... Quindi, il
singolo cittadino anticonformista che non si adegua alla suddetta impostazione,
la sua buona volontà (peraltro caratterizzata dalla filosofia del no profit)
viene elusa, e poco importa se le sue proposte tematiche possono essere di una
certa importanza storico-culturale comunicativa. Contestualmente a tutto ciò,
mi domando: chi sono i “veri” cultori dell’oggi e del domani? In parte sono personaggi assai discutibili a
cominciare dalla loro esteriorità e dal portamento privo di delicatezza, per
non parlare del linguaggio spesso scurrile e dai doppi sensi; senza omettere
ovviamente quei pochi “privilegiati” dall’indubbio valore professionale, e talvolta
alcuni percepiscono un compenso come se il denaro desse maggior valore al loro
sapere. Ma è così in tutta Italia? Personalmente non saprei dire e, per quello
che mi riguarda, per la realtà piemontese che conosco da decenni posso dire che
la semplicità, la bontà e la modestia un tempo erano le caratteristiche
apprezzate da tutti (relatori e pubblico), e tutti potevano offrire il meglio
di sé.
Ricordo
che anni fa non c’erano particolari “distanze” tra un cultore noto ed affermato
e uno in erba; alle conferenze o ai convegni si era tutti curiosi di sapere
cosa poteva trasmetterci questo o quel relatore, tanto che in sede pubblica, e
oltre, i dibattiti non mancavano di valorizzare il sapere del relatore
appagando la curiosità e l’interesse del pubblico. Su questo fenomeno della
comunicazione su basi prettamente culturali, ci sarebbe ancora molto da
approfondire ma ritengo saggio non andare oltre, proprio per non “disturbare”
la suscettibilità di coloro che godono di quei favoritismi che, a mio, avviso,
penalizzano la serietà dei loro antagonisti ossia coloro che non vogliono
necessariamente apparire ma Essere. In buona sostanza, come auto-proponenti non
c’é posto per tutti perché per fare della buona cultura ed essere accolti bisogna
avere dei Santi in Paradiso e sulla Terra qualche Angelo custode, diversamente
non resta che rifugiarsi nel proprio mondo culturale, la cui platea è
costituita dai propri libri e dalle proprie memorie, e poco importa l’assenza
di applausi o strette di mano: il compenso ultimo e migliore è la ricchezza che
si acquisisce e che nessuna platea può garantire!
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