Disabili e lavoro? Diritto e dignità sempre più disattesi

 

 

DIRITTO AL LAVORO E DIGNITÀ NON SEMPRE VANNO DI PARI PASSO 

Ieri come oggi, il disabile assunto deve passare sotto le forche caudine della insensibilità imprenditoriale privata... e a volte anche di  quella pubblica

di Ernesto Bodini

In merito alla assunzione delle cosiddette categorie protette (disabili in genere) in Italia sono state emanate due Leggi. La prima era la n. 482 del 2/4/1968, con la quale si introduceva per la prima volta la disciplina generale di collocamento obbligatorio per le persone con disabilità e altre categorie protette, sia nel settore pubblico che privato. La seconda (fotocopia della prima) è la Legge n. 68 del 12/3/1999, che reca le norme per il diritto ai disabili. Ricordo che nel primo caso per l’avente diritto era sufficiente avere il 45% di invalidità, o comunque non inferiore ad un terzo; e per fruire di tale diritto era necessario essere iscritti all’Ufficio di Collocamento ed esibire la documentazione richiesta, in seguito alla quale il funzionario consultava l’elenco delle Aziende private e pubbliche, e se queste tra il personale non vi era sufficiente copertura in base al numero dei dipendenti, l’invalido richiedente era inviato alla stessa che doveva appunto assumerlo pur sottoponendo ad un periodo di prova. Nel caso l’Azienda avesse rifiutato l’assunzione doveva darne motivazione scritta all’interessato, il quale a sua volta doveva rivolgersi all’Ispettorato del Lavoro che avrebbe dovuto procedere all’accertamento della assunzione non effettuata; diversamente l’assunzione avveniva automaticamente con la trasmissione del cosiddetto “nulla osta” all’Ufficio di Collocamento. Con questa prima Legge assai tardiva (si dice meglio tardi che mai), le persone disabili cominciarono ad entrare nel mondo del lavoro, ma purtroppo non sono mancati i casi rifiuto da parte delle aziende private (in qualche caso anche da parte di P.A.), e in caso di assunzione si verificavano episodi di “vessazione” da parte di colleghi e degli stessi datori di lavoro. Per meglio comprendere questo fenomeno di tendenza al rifiuto di colleghi assunti per obbligo di Legge conservo, a titolo di esempio, una lettera inviata ad un quotidiano il 3/8/1996 da una donna disabile assunta da un’azienda privata, con la quale raccontava la sua odissea, e che qui ripropongo integralmente in forma anonima.

Titolo: “In ufficio mi trattano male perché sono invalida civile” – Testo: ”Sono una impiegata trentenne, diabetica (con gravi complicazioni e quindi invalida civile al 55%. Anche se fisicamente non si nota, il problema di salute esiste e non è da poco. Dopo varie peripezie sono stata collocata dal collocamento obbligatorio in una ditta privata che già dall’inizio ha trovato un sacco di scuse e ha cercato di licenziarmi perché mi ritenevano un obbligo dello Stato e non una loro scelta. Ho vinto la causa e sono stata riassunta, però adesso, nonostante la prova della mia buona volontà (mai un giorno di mutua e grande disponibilità), sono considerata meno di uno zero, e spesso mi viene ripetuto di andarmene, che rischio ripercussioni, che non sono gradita, perché lo Stato costringe i privati a sopportare l’onere della nostra presenza invece di collocarci in enti pubblici. Se una persona è obbligata a lavorare per vivere (ed in più ha un handicap) perché deve  anche combattere in un ufficio dove si è maltrattati psicologicamente ogni giorno, con il terrore di sbagliare per timore di ripercussioni. Non posso cercarmi un altro ufficio perché con il passaggio diretto si perde il diritto all’invalidità civile”.

A questo racconto non sono rimasto insensibile, e ricordo di aver “contribuito” comprendendo il problema, in quanto profondo conoscitore della mentalità imprenditoriale privata, oltre ad aver vissuto in quegli anni analoga esperienza. Di conseguenza, conservo ancora un mio breve testo, in risposta alla suddetta, che lo stesso quotidiano pubblicò il 29 agosto successivo. Titolo: “Non per utilità sociale, ma per un dovere morale” – Testo: “In merito alle lamentele di una lettrice che afferma: “In ufficio mi trattano male perché sono invalida civile”, mi sento in dovere di intervenire. Dal 1981 molte nazioni europee hanno migliorato le cure e l’educazione dei disabili e si sono fatte carico del loro reinserimento nella vita sociale e nel lavoro. Ma notevole è la tendenza a dimostrare questo insieme di provvedimenti sotto la luce dell’utilità sociale, più che sotto quella di un dovere sentito moralmente. Si sa che gli uomini professano un grande rispetto per i doveri morali, ma propendono quasi sempre per le decisioni politiche in vista della loro utilità, di attesi vantaggi individuali e sociali. Sicuramente non è approvabile questa divergenza tra morale e politica, ma di fatto esiste e non si può non tenerne conto; tant’é che i governi che maggiormente hanno provveduto ai tentativi di reinserimento degli handicappati nell’attività produttiva (tra questi non figura certo il nostro) hanno sempre insistito sul fatto che le somme spese per la reintegrazione vengono recuperate, moltiplicate per un certo indice, sotto forma di tasse sul reddito dei reintegrati.. In realtà tale indice va sempre diminuendo, man mano che si estende l’opera di reintegrazione. Ancora oggi, in Italia molte aziende private ritengono una questione di inciviltà l’assunzione obbligatoria dei disabili, in quanto lo Stato impone loro di farsi carico di persone negate al lavoro, mentre sostengono che “dovrebbero dipendere dall’assistenza pubblica, proprio perché sono persone che non rendono al cento per cento...”. Tale intendimento si riconnette a quella sorta di coercizione statale che quasi tutte le aziende ritengono di subire, mentre le prospettive delle imprese pubbliche sono diverse, essendo sciali le finalità di codeste istituzioni. È evidente che l’handicap, proprio perché problema di grande rilevanza sociale, è affrontato in gran parte solo a parole, e anche se diverse associazioni hanno sempre fatto sentire la loro voce (e il rispetto della dignità), per molti disabili rimane purtroppo una chimera”.

Quanto esposto è purtroppo uno dei non pochi casi che, quando vengono resi noti, si tende a soffocare, e quasi nessuno ha il coraggio di opporsi mettendo alla gogna quegli imprenditori  che hanno leso il diritto e la dignità di chi ha chiesto loro di essere assunti... per vivere. Questo grado di loro inciviltà imprenditoriale si va ripetendo ancora oggi, nonostante la più “innovativa” Legge n. 68 del 1999. In sostanza non è cambiato nulla, con la differenza che il datore di lavoro quando inadempiente, è soggetto al pagamento di una multa di 200 euro per ogni giorno non lavorato dal disabile in quanto non assunto. A questo punto, osservando i vari interventi di politici e del Clero, non ho mai sentito uno di essi rivolgersi agli imprenditori inadempienti, imputando loro il disconoscimento della dignità umana che ha nulla a che vedere con l’entità dei loro profitti. A costoro vorrei rammentare che non assumere una persona disabile, un giorno potrebbe diventare il loro datore di lavoro! Per concludere, suggerirei alle forze politiche preposte, ivi compreso il presidente della Repubblica, di sensibilizzare gli imprenditori attraverso i loro rappresentanti, anche perché si lamentano di non riuscire a trovare personale da assumere.

 Nella foto in basso: immagine simbolo anonima.


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