UNO SCORCIO SUL COMPORTAMENTO UMANO
ALL’INTERNO DELLE STRUTTURE PUBBLICHE
Personali osservazioni sulla realtà di Torino e provincia
e sulle dubbie competenze dei
governanti in genere
di Ernesto Bodini
Girando e osservando un po’ di qua e un po’ di là,
più o meno occasionalmente, presso le
strutture pubbliche di Torino specie in ambito sanitario, si possono
riscontrare di tanto in tanto comportamenti del pubblico tra i più vari, in
particolare nelle sale d’attesa o di fronte agli sportelli. Anzitutto va detto
che in alcune di queste sedi non manca la presenza di volontari, a “supporto” di
alcuni servizi per carenza di personale ma che, per il ruolo loro assegnato,
spesso vengono a conoscenza di dati sensibili del pubblico. A questo proposito
ricordo che anni fa presso un ospedale torinese una associazione di
volontariato aveva “autorizzato” una giovane volontaria (minorenne) di dare
informazione al pubblico presso uno sportello dedicato. Di questo fatto ne
venni a conoscenza e poiché in quel periodo facevo parte di quella
associazione, intervenni facendo interrompere quel ruolo nonostante i genitori della
giovane ne avessero dato il consenso. Ma a parte questo episodio, per quanto
isolato, vorrei rilevare che presenziando in luoghi di attesa solitamente il
pubblico viene chiamato con il solo cognome e quasi mai preceduto da Signor o
Signora; una indelicatezza che decenni addietro non si verificava. Inoltre,
proprio per le ore di attesa prima di accedere ad un determinato servizio, alcuni
astanti si “distraggono” conversando tra loro, altri sbuffano impazienti, altri
ancora camminano impazienti per la stanza, quasi nessuno occupa il tempo
leggendo, mentre altri ancora armeggiano con il cellulare... magari parlando ad
alta voce rendendo di pubblico dominio i propri fatti personali. In qualche
altro caso (davvero rari) nasce un alterco tra il pubblico e il personale di
servizio a causa di incomprensioni, che poi si attenua di lì a poco; e questo
succede perché la cordialità e la pazienza reciproche si vanno sempre più attenuando,
tanto che le persone più “remissive” tendono a chiudersi in se stesse e a non
reagire oltre. Tuttavia, non mancano casi di mutua collaborazione con qualche
parentesi di reciproca umiltà, tant'è che le risposte risultano essere positive.
Questa sorta di parziale “degenerazione” del comportamento umano nell’ambito delle
strutture pubbliche con particolare riferimento a quelle sanitarie, credo che
non venga sempre recepita dagli addetti dell’URP e tanto meno dai vertici delle
stesse Istituzioni, sia perché il cittadino tendenzialmente non fa alcuna
segnalazione né verbale e né scritta, e sia perché non rientra nella cultura
dello stesso ufficializzare in alcun modo ai responsabili l’evento che ha
generato l’accaduto... tranne casi più gravi. Questo modo di relazionare o non
relazionare tra le parti in realtà è sempre esistito, ma è andato aggravandosi
a causa della recente pandemia, per non parlare dei casi limite ossia delle
aggressioni ai sanitari in particolare, una piaga a dir poco desolante tant’é
che in Italia nel solo 2025 se ne sono registrate quasi 18.000 ai danni di operatori
sanitari e sociosanitari; complessivamente, gli episodi hanno coinvolto oltre
23.367 professionisti, poiché un singolo incidente può interessare più vittime
contemporaneamente. Un fenomeno in costante diffusione che non si riesce a contenere,
probabilmente perché il dialogo virtuale ha preso sempre più il sopravvento su
quello umano. Ora, io credo che si dovrebbe ridimensionare l’uso dei vari
social e rendersi tutti più disponibili al rapporto umano, a cominciare da chi
ci rappresenta giacché dovrebbe dare il buon esempio, e ciò includendo maggior
trasparenza verso il cittadino dandogli la possibilità di riceverlo di persona,
e non di “liquidarlo” con una breve telefonata o una sterile e-mail.
Rilevo inoltre che i politici-amministratori non accettano di buon grado il fatto che la popolazione anziana specie se affetta da patologie croniche e invalidanti che sta aumentando (quasi un quarto dell’intera popolazione), e gestirla comporta particolare dedizione e soprattutto molte risorse umane e finanziarie; quindi quella delle cronicità è una situazione che sta andando fuori controllo e la conseguenza è che tutte queste persone si sentono isolate e umanamente meno considerate! A questo punto mi chiedo: siamo sicuri che chi ci governa abbia le necessarie competenze? Personalmente ho seri dubbi proprio perché i problemi si risolvono molto parzialmente. Ora, chi è ai vertici del sistema politico-gestionale quali requisiti dovrebbe avere? Dirigere e gestire una qualunque P.A. non solo necessita una determinata predisposizione, ma anche requisiti curriculari di una certa entità... da allegarsi al concorso per l’assunzione. E a questo riguardo mi sovvengono le polemiche che anni fa hanno investito alcuni politici a livello nazionale in quanto non avendo un diploma di laurea sono stati titolari di diversi Ministeri e, detto per inciso, dirigere un Dicastero non è certo paragonabile alla direzione di una qualunque struttura pubblica locale. A titolo di memoria rammento i seguenti casi che sono stati oggetto (giustamente) di polemica in quanto erano in possesso solamente di un diploma e non di una laurea. Beatrice Lorenzin, a capo del Ministero della Sanità; Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Giorgia Meloni, attuale presidente del Consiglio; così come Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Umberto Bossi, ministro per le Riforme Istituzionali; Walter Veltroni, vice presidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali e Ambientali; Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri; Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione; Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Francesco Rutelli, sindaco di Roma e ministro dei Beni e delle Attività Culturali; e non ultima Teresa Bellanova che, pur avendo soltanto il diploma di scuola media inferiore, è stata ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali. Questo breve elenco non può che far riflettere a conferma che l’Italia è il Paese dei paradossi e che, da sempre, ricoprire un ruolo politico di un certo rilievo, è oggetto di dispotismo e di umiliazione verso la popolazione, in particolare di tutti quei laureati che, dopo un lungo e sudato percorso di studi, non riescono ad avere una occupazione, o sono costretti ad emigrare all’estero dove il titolo di studio e specifiche competenze richieste rientrano nel rispetto della considerazione-assunzione e della cosiddetta meritocrazia. Una precisazione: la Costituzione italiana non impone alcun titolo di studio per ricoprire la carica di ministro, poiché secondo l'Articolo 92, chiunque sia cittadino e goda dei diritti civili e politici può essere nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio. Quindi, si può diventare ministro e di sapere poco o nulla... ed è anche per questa ragione che il popolo diventa sempre più frammentario a cominciare, ad esempio, dal fatto che i suddetti ministri non si degnano di rispondere ad una missiva inviata loro dal cittadino a dispetto dell’etica epistolare. Forse perché scrivere agli umili richiede un diploma di laurea! E non vado oltre!
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