ETICA E DEONTOLOGIA
GIORNALISTICA AL BIVIO?
Ancora presente la
dicotomia tra giornalisti dipendenti di un Editore e
giornalisti freelance specie se non pagati, e
meno conosciuti. Il dovere
del rispetto dei termini appropriati.
di Ernesto Bodini
Quanto vale ancora la pena discutere sulla attività
del giornalista, e soprattutto sui rapporti tra dipendenti e freelance, per non
parlare di quelli che scrivono a titolo non profit, o che magari non hanno come
riferimento un Editore di una certa consistenza? Su questo aspetto della vita
giornalistica il lettore comune solitamente non se ne avvede, e spesso conosce
solo le firme perché le legge. Ma è comunque bene sapere che esiste un dualismo
anche dal punto di vista relazionale e/o professionale, come dire che tra chi
lavora per un editore noto ed è retribuito e chi collabora (più o meno
occasionalmente) a titolo gratuito, esiste una sorta di spartiacque, ossia due
famiglie diverse se non addirittura opposte come se la prima volesse detenere
il potere dell’informazione, non solo dal punto di vista della maggior
diffusione ma anche da quello della importanza dei contenuti rispetto alla
seconda. Inoltre nel primo caso molti di loro soffrono di prosopopea, egocentrismo
e a volte anche di eccessivi ambizione e presenzialismo per realizzare i
cosiddetti scoop, tanto che se li si vuole contattare si rendono talmente
“preziosi” da rinchiudersi nella loro torre di Babele, e non solo da parte del
lettore ma anche da parte dei “colleghi” appartenenti alla seconda categoria.
Personalmente qualche anno fa scrissi a due noti giornalisti della televisione
nazionale, facendo notare loro la scarsa professionalità nel condurre il loro
programma con ospiti in studio, non essendo in grado di moderare per la
continua irruenza degli stessi, sopraffazione
e anche mancanza di rispetto... Ebbene, quei due “colleghi” non si degnarono di
rispondere quasi a dimostrare la loro “superiorità”, evidentemente non avevano gradito il mio
appunto (peraltro espresso con correttezza), e quindi, a conferma che loro si
ritenevano (e si ritengono) i “veri” giornalisti rispetto al sottoscritto e
miei colleghi di simile posizione... di secondo piano. Inoltre, vale la pena
sottolineare anche il ruolo della pubblicità divulgata dai mass media che, è
pur vero essere proposta da agenti pubblicitari (non necessariamente
giornalisti), ma è altrettanto vero che alcuni spot hanno carattere di
“indecenza comunicativa” e che l’editore non ha problemi ad ospitare e
pubblicare. Del resto, si dice, il commercio ha le sue esigenze! In uno di
questi casi, avendo rilevato da un quotidiano nazionale una pubblicità su
intera pagina a dir poco sgradevole al pubblico per la scena grafica, ho
espresso le mie rimostranze alla azienda committente nell’aver fatto diffondere
il proprio prodotto, la quale mi rispose in modo cortese, diplomatico... con
parziale giustificazione. Inoltre, da tempo raccolgo spezzoni di titoli e
sommari da vari giornali con frasi che di etica e deontologia hanno veramente
poco e cito qualche esempio. Tralasciando quelli comprensivi di termini
volgari, riportavano frasi improprie come: “... stroncato da un male incurabile”, “raptus di violenza”, “raptus
di follia”, “eroe down”, “in
procinto di tirare le cuoia”, “pedofilia”, etc. Senza dilungarmi oltre
preciso due aspetti: non esistono mali incurabili, parlare di malattia
incurabile è un illogico linguistico, caso mai si può parlare di mali
inguaribili e non incurabili; relativamente al termine pedofilia anche questo è improprio sia dal punto di vista semantico
che concettuale, in quanto tale termine (dal greco “filia”) significa amore,
amicizia, e andrebbe sostituito da pedotropia che
significa attrazione verso i bambini, ossia “volgersi verso”. Infine,
altri termini costantemente usati da alcuni mass media riguardano il concetto
di disabilità, ossia molti di essi impropriamente riportano “autistico”, down, “handicappato”, “paraplegico”, “oncologico”, "spastico", etc. Per quanto riguarda il termine “raptus omicida” in
Psichiatria non sussiste proprio dal punto di vista
psico-patologico. «Spesso – ha più volte spiegato lo psichiatra e
neuroscienziato prof. Claudio Mencacci – ne viene
fatto un ricorso del tutto inappropriato. E cosa ancora più grave è che spesso
se ne fa un uso giustificazionista e assolvente. Normalmente c’è una lunga
preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un
momento culminante già precedentemente manifestata». Altro termine riportato
spesso dai giornali e dalla televisione è l’appellativo di “onorevole” riferito
a questo o a quel politico, ma ancora una volta rammento che tale termine è
stato abolito dal 1939, e quindi è più che obsoleto; come pure è inappropriato
l’appellativo di “Governatore” ai presidenti delle Regioni, in quanto tale
denominazione nel nostro Paese spetta soltanto al Governatore della Banca
d’Italia. In buona sostanza, non vorrei passare per censore tout court, ma
semplicemente per mettere le cose in chiaro... anche se di queste (doverose)
precisazioni il lettore comune non ci fa caso o le ritiene ininfluenti.
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