Una preziosa testimonianza

 

La preziosa testimonianza di Silvio  Colagrande

Non solo rievocazione di un vissuto ma anche l’ideale e

 coinvolgente dialogo con il sacerdote che gli ha ridonato la vista 

di Ernesto Bodini

L’Editoria italiana pare si stia riprendendo, con particolare interesse per temi sociali al centro dei quali emergono protagonisti dalle vicende umane che sarebbero da prendere come esempio, se non anche motivo di riflessione. Quest’anno è il 70° anniversario della morte di Don Carlo Gnocchi (1902-1956), padre dei mutilatini e fondatore della Pro Juventute, ossia i vari collegi creati nell’immediato dopoguerra. Dopo il suo decesso (28 febbraio), il prete ambrosiano lasciò in eredità le sue cornee affinché due suoi mutilatini potessero rivedere la luce: Amabile Battistello (scomparsa a 85 anni nel dicembre 2024), e Silvio Colagrande oggi 80enne. Sin dall’inizio Colagrande ha vissuto nell’istituto di Inverigo (Como), prima come allievo e poi come dipendente della Fondazione, ed ha più volte rievocato la sua esperienza rilasciando molte interviste e scritti, tra questi Lembi di cielo (ed. Boffi, 2014, pagg. 100, euro 11.00); una accorata rievocazione storica di quel vissuto fatto di sentimento e intima riconoscenza. Nativo di Collefraggio di Sassa (L’Aquila), all’età di 11 anni a seguito di un incidente agli occhi (con lesione alle cornee) è stato “prescelto” per l’innesto di cornea effettuato dal prof. Cesare Galeazzi (1905-1979) presso il Pio Istituto Oftalmico di Milano (oggi Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli). Dopo vari percorsi di studio e di lavoro, la cui sintesi è ben descritta nella terza di copertina, l’autore rievoca il suo intenso vissuto alternato da ideali ed accorati dialoghi con Don Carlo, al quale si rivolge proprio attraverso un intenso racconto al centro del quale ruotano vari protagonisti che hanno caratterizzato la sua vita: dai suoi famigliari, ai suoi compagni coetanei, e alle varie figure laiche e religiose che a vario titolo hanno avuto un ruolo sia all’interno che all’esterno della vita collegiale. Ma tornando ai dialoghi diretti con Don Carlo, il giovane Silvio si esprime con timidezza ma al tempo stesso anche genuina spontaneità (che è poi il suo modo di filosofare), come il passaggio “evocativo” alle pagine 52-53, menzionando quello che sarebbe stato l’ultimo atto di bontà che fedelmente riporto.

«(...) Non hai mai improvvisato questa idea di donare le tue cornee, vero? L’avevi già programmata da tempo e l’avevi tenuta nascosta a tutti fino alla fine. Sono assolutamente convinto che tu abbia agito in questo modo. Me lo racconterai un giorno, se avrò il privilegio di venire nei tuoi lembi di cielo? Forse, quando mi scrutavi a Inverigo e poi mi hai fatto visitare dal prof. Galeazzi, il cui responso andava in quella direzione, hai intravisto i primi segni: la tua fervida immaginazione nel progettare come fare il bene non è rimasta inerte. È così? Le tue conoscenze in materia di trapianti erano certamente molto aggiornate: la situazione italiana però non era vicina a questa cultura, né sul piano scientifico, né su quello della solidarietà umana (...). Capisco che il tuo donare era rivolto prima di tutto a raggiungere una ulteriore tappa su quel percorso di carità assoluta che ti eri proposto in Russia, sulle rive del Don, durante quella terribile ritirata, ma capisco altrettanto bene che volevi anche sfatare tutti i tabù che ostacolavano questa forma di solidarietà nuova e preziosa, a ricercare continuamente la speranza anche nelle situazioni più disperate...».

Silvio Colagrande ha fatto in tempo a conoscere Don Gnocchi, sia pur per pochi istanti, attratto da quel viso buono, paterno e di grande dedizione che non poteva non impegnare la sua esistenza accogliendo prima i piccoli orfani, mutilati e poi anche i poliomielitici. Sono quindi settant’anni che Colagrande osserva il mondo e la vita con quella cornea per lui luminosa e “ispiratrice” di fratellanza e solidarietà fra i popoli, esattamente come la sua compagna di questa esperienza Amabile Battistello. Da notare che Don Gnocchi con questo gesto è stato il precursore della donazione di organi. Infatti, durante un’udienza all’Associazione italiana dei clinici oculisti e dei medici legali, papa Pio XII approvò, citando l’esempio di don Gnocchi, il trapianto di organi, mettendo fine alla discussione sulla liceità morale. Qualche anno dopo, la stessa legislazione italiana si adeguò a questa nuova frontiera della medicina e della vita con la Legge sul trapianto (458/1967), dando così inizio a quel movimento di opinione e sensibilizzazione che sfocerà nella fioritura delle molteplici realtà legate alla donazione.


Commenti