QUANDO LA CULTURA È IPOCRISIA UN PO’ OVUNQUE
Molto rare sono le iniziative spontanee accolte
di intraprendenti dallo spirito
liberale e svincolato da ogni forma di condizionamento politico e ideologico
di Ernesto Bodini
Se è vero che Torino ha
bisogno di più Cultura attraverso il suo coinvolgimento, come asserisce Giampiero
Leo, vicepresidente del Comitato regionale piemontese per i diritti umani, ed
ex assessore regionale alla Cultura, è altrettanto vero che sarebbe bene
valutare la buona volontà e le proposte anche di chi non è famoso o noto ai più
per parteciparvi soprattutto in qualità di divulgatore. Sino ai primi anni ’90
a Torino chiunque avesse avuto anche una minima competenza di un argomento,
poteva proporsi come relatore-conferenziere un po’ ovunque, ossia presso
associazioni, circoli e movimenti vari; ma da allora ad oggi non è più così. Soprattutto
in questi ultimi tre decenni queste opportunità sono generalmente “riservate” a
coloro che sono già noti ed ancor meglio se introdotti da qualcuno che
conta..., anche se tra questi non tutti hanno qualcosa da dire di
particolarmente interessante per la collettività, e tanto meno con una certa
maestria comunicativa. Personalmente, ad esempio, in questi ultimi anni mi sono
proposto più volte (senza alcun appoggio esterno) per vari argomenti di mia
competenza in più sedi socio-culturali, in qualità di divulgatore scientifico,
biografo ed esperto di tematiche sociali dal contenuto assai utile per la
collettività; ma di fatto il più delle volte ho incontrato silenzi e barriere
come se provenissi da chissà quale altro pianeta. E questo sarebbe voler far
crescere in cultura Torino e la Regione Piemonte? Preciso subito che non ho mai
avuto e non ho alcuna ambizione nel voler apparire a tutti i costi inseguendo
encomi ed applausi, come pure non ho mai ambìto ed ambisco ad alcuna forma di
compenso; ma nello stesso tempo il non essere considerato (più o meno
velatamente) in quanto non facente parte di una corrente, di qualche noto sodalizio
e soprattutto il non essere introdotto da alcuno, è quanto meno oggetto di
ipocrisia e di supponenza. Per contro di tanto in tanto si assiste a
performance di protagonisti ben introdotti anche se, non sempre, sanno dare il
meglio di sè... Ora io mi chiedo: cosa si intende realmente fare della cultura
tanto a Torino, in Piemonte e altrove? Oltre a quanto sinora espresso, volendo
rispondere a questa domanda ci sarebbe da disquisire non poco, non tanto
rievocando motivazioni semantiche, quanto invece dal punto di vista della
concretezza, sempre più disomogenea e dispersiva. Inoltre, si dice che anche il
cinema è cultura, ma a ben osservare ci sarebbe da precisare che, a parte i
temi di carattere storico e culturale in senso lato, altre proposte hanno trame
di violenza e lussuria, anche se ispirate ad episodi che sono da ritenersi
pseudo storici: sono più che sufficienti i cruenti reali fatti della storia (peraltro
già noti), e non è certo il caso di “rinverdirli” con proiezioni a dir poco di
pessimo gusto. Altra illusione culturale, come più volte ho scritto, sono le
proposte di intrattenimento televisivo c0n giochi a quiz, i cui concorrenti (dalla
forte ambizione di apparire e di guadagnare del denaro), il più delle volte rispondono
tirando a indovinare più che a dimostrare di sapere, e il pubblico ben si
compiace credendo di dover applaudire dei meritevoli sapientoni... definiti
anche campioni. E anche tutto ciò sarebbe fare cultura? Infine, mi si lasci
disquisire sul fatto che vi sono cultori ospiti ed invitati ad intrattenere che
non rinunciano ad un compenso, sia pure camuffato dal cosiddetto “gettone di
presenza”. Quindi, davvero non si può contribuire a fare cultura se non previo
compenso ed essere dei prediletti? E a proposito di costi, va rilevato che
acculturarsi ha comunque dei costi, e forse anche per questo l’Editoria (soprattutto
minore) non gode sempre di ottima salute e, una certa forma di “ripiego”, è
invitare gli autori “esordienti” a contribuire alle spese di pubblicazione, in
particolare i novelli poeti che hanno l’ambizione di veder pubblicate le loro
odi e vedere il loro nome stampato in copertina, magari a caratteri cubitali. Anche
questo modus è fare cultura? No, cari Lettori, far crescere il sentimento della
Cultura è dare spazio a tutti, purché abbiano conoscenza di un certo argomento,
sappiano scrivere e parlare in pubblico, e non necessariamente essere al
seguito di chi ha il “potere” di predisporre organizzazioni ed inviti. Per
dovere di obiettività va ricordato che vi sono alcuni intraprendenti fondatori
e presidenti di associazioni culturali, che si potrebbero definire più liberali
e meno asserviti al potere politico “addomesticato” da intraprendenza
culturale, ma questi ultimi sono una vera rarità. E se la cultura è un diritto
di tutti, sarebbe bene dare voce anche a chi voce non ne ha, per un ulteriore
contributo... sia pur modesto!
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