PIÙ
SOSTEGNO RESPONSABILE VERSO UNA
POPOLAZIONE
CHE INVECCHIA VELOCEMENTE...
Figure
centrali il caregiver e il familiare ma anche i Servizi sociali
di
Ernesto Bodini

Non è mai troppo tardi per pensare al futuro
degli anziani e, poiché gli anni avanzano sempre di più, la maggior parte di
noi (al momento mi riferisco agli italiani) è destinata a raggiungere una certa
età. Un traguardo ambìto da tutti (o quasi) ma al tempo stesso richiede alcune
riflessioni, in considerazione del fatto che con il passare degli anni non è
detto che la vita sia agevole per tutti,
anzi! I problemi a cui possono essere soggetti soprattutto gli anziani sono
molteplici: oltre alle malattie e/o eventuali infortuni sono da considerare i
casi di povertà, la scarsa o mancata assistenza, la solitudine, la depressione
e i non pochi casi di truffe e aggressione. Ma soffermandomi in particolare
sulle patologie che molti possono contrarre, allo stato attuale si ipotizza che
circa un terzo degli oltre 65enni è affetto da almeno due patologie croniche, una
parte di questi fruisce della pensione di invalidità e, alcuni, anche del
cosiddetto assegno di accompagnamento in quanto invalidi civili al 100%.
Concittadini che a vario titolo rientrano nella fragilità in parte fisica e in
parte psichica, quelli più autonomi e con familiari conviventi hanno la “fortuna”
di una vita più intima e sicura, quelli soli e soprattutto non autosufficienti
necessitano di ricoveri in strutture adeguate come le cosiddette RSA o Case di
Comunità. Ma queste residenze pare che non siano sufficienti dal punto di vista
numerico e della disponibilità dei posti letto, e qui sorgono i primi problemi
assistenziali se trattasi di strutture pubbliche, in quanto il più delle volte
la retta a carico dell’interessato non è sufficiente, tanto che le Regioni
dovrebbero intervenire con debite integrazioni e, in questi casi, fortunati
quegli anziani che risiedono in Regioni più virtuose e garantiste... Mentre per
quanto riguarda gli anziani più abbienti si fanno ospitare in strutture a
regime privato e, a seconda dei casi, si possono permettere di pagare la retta
mensile che solitamente, varia da una struttura all’altra e si parla di circa
3.000-4.000 euro mensili. Poi c’è una minima percentuale di anziani che non
intendono entrare in queste strutture in quanto è loro desiderio restare nella
propria intimità famigliare, e se non sono autosufficienti hanno necessità di
essere assistiti dai caregiver, famigliari o persone private (badanti). Ma
anche in questi casi le difficoltà non mancano in quanto si tratta di avere una
certa disponibilità economica che non tutti hanno; ed ecco che il problema si
fa più serio e di non semplice soluzione. Allora che fare quando si devono
affrontare questi casi particolarmente “impegnativi”? A mio avviso non si può
ricorrere al volontariato (peraltro scarso e occasionale), tocca agli
amministratori pubblici trovare le debite soluzioni.
Sempre
più richiesta la figura del caregiver

Il termine caregiver è di origine inglese e indica “colui” che presta cure e
assistenza a lungo termine; identifica la persona che si occupa
dell’accudimento e della cura di chi non è in grado di provvedere a sé stesso
in misura autonoma, del tutto o in parte. Gli assistiti possono essere pazienti
con disabilità fisica e/o psichica, oppure soggetti anziani con malattie
invalidanti come ad esempio quelle neurodegenerative e oncologiche. In
particolare si parla di caregiver familiare quando chi presta assistenza è un
parente del malato (marito o moglie, fratello o sorella, figlio o figlia; padre
o madre). I caregiver possono essere persone
esterne alla famiglia, e tra questi sono sempre più presenti gli operatori
socio-sanitari (Oss) o le cosiddette badanti. E a questo riguardo molti sono
gli studi condotti per analizzare il “profilo” dei caregiver, soprattutto in
due ambiti specifici: la demenza senile e le cure palliative per patologie
oncologiche. Queste figure talvolta si intrecciano sino a comportare situazioni
anche di difficile gestione, e sono oggi sempre più di centrale importanza
soprattutto nei Paesi industrializzati a causa dell’aumento della popolazione
anziana e della relativa età anagrafica. In Italia, in particolare il ruolo dei
caregiver è spesso indispensabile e decisivo a supporto di un sistema di
welfare definito “familista”. Anche se non esiste un dato ufficiale su quanti
siano i caregiver in Italia, si ipotizza una presenza di circa 8,5 milioni di
persone (17,4%), delle quali 7,3 milioni (14,9%) curano i propri famigliari, e
chi aiuta di più sono spesso proprio gli anziani. Nel nostro Paese il cargiver
è prevalentemente donna con una percentuale che supera l’80% nella fase severa
della malattia, confermando l’eterno ruolo femminile dispensatrice di cure. Le
classi di età maggiormente impegnate nel fornire assistenza sono quelle tra 45
e 54 anni e tra 55 e 64 anni, dove rispettivamente il 24,95% e il 26,6%
fornisce assistenza e, nel dettaglio, lo fa verso i propri famigliari rispettivamente
il 22% e il 22,9%. L’impegno e le modalità di intervento variano in base alla
disponibilità di questa figura e al tempo dedicato all’assistenza. Nel
dettaglio i compiti del caregiver possono essere molteplici: dall’assistenza
diretta alla sorveglianza passiva a seconda delle abilità residue della persona
da accudire. L’assistenza diretta consiste nel lavare e cambiare l’assistito,
preparare il cibo seguendo le prescrizioni mediche ed eventualmente aiutarla ad
alimentarsi, somministrare i farmaci, etc.; mentre la sorveglianza attiva, nel
caso l’assistito sia allettato ma debba essere controllato, oppure, possa
essere causa di situazioni di pericolo per sé e per gli altri. Tra queste due
forme di assistenza si apre una moltitudine di scenari possibili e di compiti
collaterali, come ad esempio l’occuparsi della gestione della casa, delle
questioni amministrative e burocratiche, il tenere rapporti con Enti e
Strutture che si occupano della persona, l’accompagnamento in ospedale o in
altri Centri medici sul territorio, l’acquisto di ausilii e prodotti
igienico-sanitari, etc. Tutti compiti che possono tenere occupato il caregiver
a tempo pieno, oppure in modo discontinuo e saltuario e questo a seconda delle
condizioni dell’assistito, della presenza o meno di altre persone impegnate
nella cura, e dell’eventuale accesso a servizi domiciliari o semi-residenziali.
Nello specifico quello del caregiver è un compito gravoso, spesso assunto in
risposta a situazioni di reali necessità o emergenza. In molti casi la persona
preposta a svolgere compiti di cura si trova ad essere “improvvisata”, non ha
sufficiente consapevolezza del proprio ruolo, priva delle necessarie competenze
e impreparata nell’affrontare le conseguenze relative alla vita quotidiana e
familiare. Spesso l’aiuto che il caregiver riceve dall’assistenza domiciliare
(ADI-ADP) e/o dai Servizi sociali della propria Asl, è di “routine” e talvolta
marginale rispetto alle esigenze quotidiane del paziente, ancor più impegnative
se lo stesso è affetto da comoribilità e allettato. Il più delle volte
l’assistenza è basata sull’intuizione e non poca apprensione intervenendo
magari in modo non appropriato, e questo comporta la necessità di rivolgersi al
medico di famiglia, escludendo magari la necessaria ricerca del medico
specialista presposti a “risanare” una situazione clinica in corso di
aggravamento. Ecco che la famiglia (e anche il volontariato) resta di fatto il
“facilitatore di maggior peso”, e questo perché non sempre riesce ad avere
accesso ai Servizi, ed è inevitabile che sulle famiglie ricada un carico di
cura e assistenza gravoso e insostenibile col tempo: da qui la figura del
caregiver. Ma il “peso dell’assistenza” percepito dal cargiver spesso si
traduce in disagio psicologico, ansia da stress, depressione e malessere fisico
proprio per l’eccessivo carico che investe i vari aspetti di ordine sociale ed
economico dell’assistenza, se non anche relazionale... È risaputo che amicizie
costruttive, una rete sociale di supporto alla famiglia, servizi sociali e sanitari
adeguati, contribuiscono alla resilienza, in quanto possono controbilanciare
gli effetti negativi di una condizione problematica come ad esempio una
malattia cronica. È quindi indispensabile predisporre ogni iniziativa in grado
di rispondere ai bisogni, garantendo la continuità delle cure: non c’è soltanto
bisogno di amore e buona volontà nella stanza di un ammalato, ma anche
conoscenza ed esperienza. È noto che l’ambiente ottimale è la famiglia e che in
seno ad essa si impara ad accogliere il dono prezioso della vita e a viverla,
si acquista il coraggio di superare le difficoltà, come ad esempio la
sofferenza: nella famiglia e nella comunità si sviluppa la comprensione verso
quelli che soffrono, da parte dei congiunti caregiver e non. Una personale riflessione:
alla luce di questa realtà che incombe ogni giorno su molte persone, chissà tra
i più giovani quanti pensano che potrebbero andare incontro ad esigenze assistenziali,
magari anche per lungo tempo, e dopo aver dissipato la propria vita, doversi trovare
ad “elemosinare” quella assistenza che non potranno permettersi di avere... non
avendo più risorse proprie, e dipendere dai Servizi pubblici...
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