Operatori socio-assistenziali

 

OPERATORI SOCIO‑ASSISTENZIALI NON SEMPRE IDONEI

Un’analisi critica su questa figura professionale e sulla necessità di una

selezione più rigorosa per tutelare bambini, anziani e persone fragili, alla

luce dei recenti episodi di maltrattamento. È indispensabile una maggior

predisposizione, specie nei confronti dei più deboli e indifesi.

 di Ernesto Bodini 

Tra i moltissimi episodi di cronaca nera si leggono fatti come i maltrattamenti di bambini ospiti in asili nido, o di anziani e disabili ospiti in strutture socio‑sanitarie‑assistenziali (solitamente RSA). Recente è il caso di Benevento, dove in un asilo nido bimbi tra i 10 mesi e i 3 anni venivano legati e picchiati: responsabili tre suore straniere e due maestre sannite, tuttora sotto indagine per ulteriori accertamenti (Corriere della Sera, 7 febbraio 2026). Partendo dal presupposto che personale come questi operatori abbia una qualifica e magari abbia partecipato a un corso di formazione, sia che si tratti di struttura pubblica o privata, è auspicabile che possieda non solo le competenze, ma anche la predisposizione per svolgere mansioni a contatto con il pubblico, in questi casi ospiti del tutto inermi. Purtroppo, però, pare che in non pochi casi non sia così e questo, a mio avviso, perché all’atto delle valutazioni per l’assunzione non si approfondiscono i dovuti accertamenti sui candidati. Perché questa inosservanza? Probabilmente una delle ragioni è che, mancando risorse umane per ricoprire quegli incarichi, non si va troppo per il sottile pur di colmare l’esigenza nel più breve tempo possibile, magari sollecitata dagli aventi diritto, ossia i fruitori. Inoltre, non rientra nella cultura dei manager italiani (specie della P.A.) effettuare le opportune valutazioni: diversamente, questi episodi non si verificherebbero. In casi come questi si tratta di irresponsabilità, per la cui prevenzione sarebbe opportuno attivare programmi di accurata pre‑selezione prima delle assunzioni e, in seguito, sottoporre periodicamente gli operatori a test psico‑attitudinali. Ciò in ragione del fatto che per certe mansioni, che nel tempo diventano “monotone”, subentra l’insoddisfazione per l’assuefazione, con la conseguente inerzia verso quel lavoro. Va comunque sottolineato che lavorare per il sostegno e la tutela dell’essere umano, specie se minore, anziano o disabile, richiede una particolare motivazione umanitaria e, di conseguenza, il massimo rispetto, indipendentemente dall’entità della retribuzione. Svolgere queste mansioni in ambito pubblico o privato non fa alcuna differenza, ma purtroppo ancora oggi la maggior parte degli uomini e delle donne è costretta a un ruolo per il quale non ha nessuna (o poca) attitudine: il mondo di ieri, come quello attuale, è un palcoscenico sul quale le parti sono assai mal distribuite. Anche questo è uno spaccato della nostra società, sul quale si commenta soltanto quando vengono alla luce episodi come quelli descritti e, in mancanza di prevenzione o intervenendo con debito ritardo, le vittime si sommano a dispetto di una Costituzione poco garantista e di leggi non sempre sufficientemente repressive. Poiché episodi come questi rappresentano un dramma, a mio modesto avviso ben si inserisce la seguente riflessione: “Nel capolavoro del filosofo tedesco Johann W. von Goethe (1749‑1832), il dramma Faust ha il suo prologo in cielo. I drammi della storia hanno il loro prologo umano, ed il loro epilogo immediato, nel cielo della filosofia; un cielo non sempre terso e sereno, quando si riduce a un’immagine ingrandita e riflessa, se non rovesciata, della coscienza umana nelle sue continue fluttuazioni tra il vero e il falso, il bene e il male".

 

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