I vincoli della privacy e della trasparenza

 I VINCOLI DELLA PRIVACY E DELLA TRASPARENZA 

Due aspetti comportamentali solo apparentemente in antitesi

di Ernesto Bodini

Tutti la menzionano, tutti la pretendono, ma quanti la rispettano soprattutto in ogni ambito del settore pubblico? Sino a non molti anni fa conoscere anche un solo minimo aspetto della persona era vera e propria violazione della privacy, anche se solo parzialmente. In ambito sanitario, ad esempio, si aveva un certo senso di pudore anche per farsi visitare da un medico, ancor più in presenza di un/a infermiere/a, e questo sia per le donne che per gli uomini. Ma per ovvie ragioni questo “ostacolo” veniva pian piano superato sia pur con un po’ di “vergogna”, anche perché chi entrava nella nostra sfera intima veniva a conoscenza di alcuni particolari (magari innocenti) che avremmo tenuto nascosti, anche se un difetto fisico era impossibile nasconderlo e, quando ci si riusciva, ogni stratagemma era utile per mimetizzarlo quanto più possibile. Non per niente per tanto tempo le donne vestivano abbondantemente e non solo per la moda di allora! Oggi di fronte a chi ci visita per esigenze medico-sanitarie non costituisce né tabù, né vergogna e tanto meno ci si sente violati. Ma a mio modesto parere, sempre in ambito medico-sanitario, particolari del nostro stato di salute per ovvie necessità spesso sono resi noti anche agli operatori amministrativi, deputati a rilevare i cosiddetti dati sensibili per le debite trascrizioni. Per quanto riguarda la trasparenza, a parte il personale medico e infermieristico di cui non sempre si viene a conoscenza del loro nome e cognome, degli amministrativi a loro affiancati o in seconda istanza, non ne conosciamo quai mai il nome e soprattutto il cognome, figure queste che di fatto rientrano tra i burocrati e, come ben si sa, il burocrate si reputa al di sopra delle parti “senza colpa alcuna” e senza dover giustificare il suo “anonimato”, in quanto esecutore ordinato dai suoi vertici. Ma altre figure, per certi versi ibride, sono le telefoniste dei centralini dell’Urp, Cup, Sovracup e dei call center, alle quali ci rivolgiamo per avere informazioni varie e per questa esigenza dobbiamo in ogni caso qualificarci con nome e cognome e, a seconda delle nostre esigenze, e quasi sempre anticipare una parte della nostra realtà privata... che vorremmo fosse resa nota solo all’interlocutore burocrate di riferimento. In questi ultimi due casi si viene “messi a nudo” e talvolta con qualche spiacevole conseguenza, come ad esempio si viene offesi e nominativamente non sappiano da chi: malintesi, pregiudizi e diffidenza sono le cause principali. Ma riallacciandomi al concetto di privacy, in cosa consiste? La Legge sulla privacy in Italia è governata principalmente dal Regolamento UE 2016/679, noto come General Data Protection Regulation (GDPR), in vigore dal 25/5/2018, e dal Codice in materia di protezione dei dati personali (Dlgs 196/2003), modificato dal Dlgs 101/2018. Questa normativa, è bene sapere, tutela (o dovrebbe) le persone fisiche nel trattamento dei dati personali, garantendo diritti come l’informazione, l’accesso, la rettifica e la cancellazione (diritto all’oblio).

Ma perché far emergere questi aspetti della nostra vita? Le ragioni sono diverse e le possiamo riscontrare quasi tutti i giorni, ma da quando sono nati i vari social, capitanati da Internet e dalla telefonia mobile, si verifica ogni sorta di violazione della privacy soprattutto ad opera dei cosiddetti hacker, operatori altamente esperti nel violare i sistemi informatici sino a compromettere dispositivi digitali, come computer, smartphone, tablet e persino intere reti: vedasi l’invasione di autori delle famigerate cosiddette spam: telefonate indesiderate. Gli hacker sono motivati dal guadagno personale, per fare una dichiarazione, o semplicemente perché possono e da qui, al violare la privacy, il passo è breve. Facendo un passo indietro, durante il lockdown a causa della pandemia da Coronavirus (2020-2023), la restrizone della vita di relazione ha incrementato l’esigenza di inrattenere rapporti umani diretti spesso con estranei spesso virtualmente, mettendo a nudo delicati aspetti intimi e della vita privata con le conseguenze che ne sono derivate (sino ad un massiccio ricorso a psicologi e psicoterapeuti), i cui effetti sono riscontrabili ancora oggi. A questo punto è lecita la seguente domanda: fino a che punto, a quali condizioni e a chi far conoscere o celare alcuni aspetti della propria persona? Io credo che, a parte le ovvie esigenze di carattere medico-sanitario alle figure direttamente preposte, nei confronti del burocrate e/o subordinato, è lecito (quando necessario) essere trasparenti ma deve essere altrettanto lecito pretendere dagli stessi un minimo di trasparenza. Vorrei concludere rammentando un aspetto tipico made in italy: solitamente un medico fiscale che si reca a domicilio appunto per una visita fiscale solitamente non si qualifica anagraficamente, e sono rarissimi i cittadini che lo pretendono; una consuetudine maturata nei decenni perché in tali casi questo professionista è di fatto un burocrate e, se tale non vuole essere apostrofato, ogni volta che varca la soglia di un cittadino per una visita di accertamento, è bene che si qualifichi con nome e cognome, e se non lo fa è come se violasse la proprietà privata... In buona sostanza, in Italia i concetti di trasparenza e di privacy sembrano essere in antitesi, mentre in realtà esprimono una costante e precisa azione dettata dalla Legge e dall’onestà di chi deve metterla in pratica, cittadino-utente compreso. Un’ultima osservazione: ora che anche l’intelligenza artificiale (IA) e i droni stanno entrando nella sfera delle intromissioni, nella maggior parte dei casi tale invadenza potrebbe mettere ulteriormente in serio pericolo la nostra intimità... e forse anche la nostra stessa esistenza. Un discorso a parte sarebbe da fare per i cosiddetti robot-umanoidi.

 

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