Lavoro pubblico o privato?

 

LAVORARE NEL PUBBLICO O NEL PRIVATO

CON O SENZA UN TITOLO DI STUDIO?

Il dilemma si pone quando si intende dirigere una P.A. di elevata responsabilità

di E.B.

Se è vero che tutti i lavori e/o professioni sono da onorare, sia pur per necessità di sopravvivenza e per il bene comune del Paese, è altrettanto vero che libera è la scelta per un determinato settore, pubblico o privato. Ma non sempre, però, è possibile poter scegliere il lavoro che si vuole fare e quando non si riesce a svolgere un lavoro nel privato, ecco che la quasi sempre tappa “obbligata” è quella del pubblico impiego. Ma per accedervi solitamente è necessario partecipare ad un concorso pubblico, attraverso la comunicazione di appositi bandi emessi dalla Amministrazione Pubblica preposta. Ma quale la possibile scelta? Premesso che solitamente per partecipare ad un concorso di qualsiasi natura è richiesto un titolo di studio (diploma o laurea), elemento non meno importante è avere la predisposizione (quasi mai accertata alla fonte) per un determinato settore e quindi mansione: si può aver avuto un ottimo risultato di laurea in materie umanistiche come in Lettere o Filosofia, ma non necessariamente essere degli ottimi insegnanti per carenza di attitudine alla comunicazione verbale tale da non essere “recepita” dagli studenti; come pure aver compiuto un ottimo percorso accademico in ambito medico, ma non per questo avere le qualità per un adeguato approccio con il paziente. E così dicasi per altre discipline come quelle di carattere psicologico e socio-sanitario-assistenziali, tant’é che la relativa laurea o diploma non garantiscono da parte del candidato l’avere attitudine e “delicatezza” nel trattare anziani o persone con disabilità.... e i vari fatti di cronaca nera ne sono la dimostrazione. Per quanto riguarda l’essere in possesso di un titolo di laurea per ricoprire un elevato ruolo istituzionale come i Dicasteri, bisognerebbe stendere un velo pietoso perché ad esempio, a tutt’oggi in Italia pare non esista un obbligo di laurea per i ministri, tant’é che alcune donne hanno ricoperto incarichi ministeriali pur non essendo in possesso di quel benedetto “pezzo di Carta”. Infatti, secondo le cronache, diversi ministri del passato e attuali non hanno mai conseguito una laurea, cui seguirono non pochi dibattiti sulla loro preparazione e/o competenza, avvalorando il concetto che la mancanza di un titolo universitario non sia di ostacolo formale; già, ma come ben si sa nella P.A. vale di più la formalità che la sostanza... ed anche per queste ragioni nascono connivenze, favoritismi, clientelismi, nepotismi e quindi l’inevitabile non riconoscimento della meritocrazia. Per fortuna la storica “affermazione-imposizione”: «Lei non sa chi sono io» da parte dei burocrati o di taluni cittadini-utenti sta scomparendo, mentre permangono episodi di arroganza da parte dei primi e di aggressione da parte dei secondi. Io credo che per condurre le sorti di un Paese, oggi sempre più tecnologizzato, con allargate intese relazionali interne ed esterne, per stare al passo coi tempi deve (o dovrebbe) avere il necessario bagaglio di istruzione e anche di cultura generale, ivi compresa la conoscenza della lingua inglese... e c’é da immaginare che ben pochi parlamentari conoscano nello scritto e nel parlato. Ma poiché l’Italia è uno dei massimi esempi dei paradossi, si abbia il coraggio di puntare il dito e criticare il fatto che per essere assunti per un semplice pubblico impiego (senza alcun incarico di responsabilità) si deve partecipare ad un concorso pubblico ma esibendo un titolo di studio mentre, come ripeto, per dirigere un Dicastero (enorme responsabilità pubblica) non è richiesto alcun titolo. Ecco che iniquità e sfrontatezza hanno il sopravvento soprattutto verso i cittadini. Morale: essere istruiti e soprattutto colti è un dovere etico specie se al servizio della collettività, quindi un senso di responsabilità per garantire il bene comune. Ma anche questa carenza fa parte della burocrazia.


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