La giornata della Memoria ogni 27 gennaio

 

OGNI ANNO A GENNAIO SI RIEVOCA DOVEROSAMENTE LA SHOAH

Tra letture e riflessioni... è saggio essere più sobri nella divulgazione: 

l’eccessiva “ostentazione” paradossalmente produce effetti negativi.

di Ernesto Bodini

Noi, fortunati delle ultime generazioni, che non abbiamo conosciuto né la prima e né la seconda guerra mondiale, abbiamo il dovere di sapere, conoscere e approfondire ciò che è stato attraverso le ultime testimonianze, superstiti in carne ed ossa che ancora portano sul volto (e sul corpo) i segni di tanta sofferenza e disumanità. Ma non solo. Anche articoli, reportage, fotografie e filmati sono in gran parte ulteriori prove esistenti di un genocidio che non ha risparmiato le diverse etnie e ceti socio-culturali; molti di questi prima di essere uccisi hanno subìto le più brutali torture e umiliazioni, un infierire sul corpo e nell’animo quale ulteriore oltraggio alla Persona, e non solo, ma anche al loro Dio. Anche se in questi decenni si sono visitati quei luoghi della perdizione umana a causa di menti contorte (non per patologia), come pure si sono scritti libri e prodotti molti documenti originali dalla indiscutibile ricostruita realtà, e ascoltate testimonianze degli ultimi sopravvissuti, è servito a far conoscere (o rammentare) affinché non si vada incontro ad esperienze analoghe, come purtroppo in gran parte sta accadendo in Europa, in alcuni paesi orientali e dell’Africa. Ma oltre a prendere atto di queste testimonianze, quale effetto “emotivo” possono produrre in noi risparmiati da tali esperienze, anche più semplicemente dopo aver letto il Diario di Anna Frank? Io credo che la risposta vada ricercata in ognuno di noi, nella propria sensibilità individuale, e nella capacità di “recepire e sopportare” il peso di quelle memorie, fatte di nomi, di date e di eventi che forse nemmeno Dante Alighieri troverebbe loro posto nei suoi Gironi. Dal punto di vista della comunicazione, quindi, ben venga alla luce ciò che è doveroso sapere e far tesoro al fine di averne piena coscienza e poter riflettere sul valore dell’esistenzialismo, una filosofia che alcuni autori del lontano passato come Söeren Kierkegaard (1813-1855) e Arthur Schopenhauer (1788-1860) hanno dedicato ad essa la loro vita. Ma con quale risultato? Personalmente ritengo che “rispolverare” il loro vissuto con l’intento di trasmetterlo ai posteri, costituisca il più sublime dei significati: il dovere di apprezzare la vita proprio perché è un mistero da vivere, e non sondare tale mistero è un’azione che Dio ce ne renderà merito, tant’é che Egli disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Indubbiamente è una questione di Fede, ma non è dato a sapere se tutti coloro che sono periti durante i conflitti e la prigionia hanno creduto in un Dio o hanno “ceduto” di fronte al loro segnato destino. E questo vale ancora oggi tra le popolazioni all’interno degli attuali conflitti, come dire che la storia non ha insegnato nulla ai despoti, il cui “credo” si è risolto e continua a risolversi imbracciando le armi per sopprimere i propri simili... un’azione che facendola rientrare nella “irresponsabilità” è puro eufemismo proprio perché offendono i più deboli. In buona sostanza, il genocidio degli ebrei (popolo che non conosco ma ammiro per l’intelligenza e la dignità) e di altre popolazioni si ripete e si ripeterà finché esisterà l’uomo sulla Terra, con la differenza che non avremo più filosofi che ci insegneranno il valore dell’esistenza. Del resto andando indietro nei secoli eventi simili (o peggiori) non sono mai mancati, ma se volessimo far resuscitare Socrate (470-399 a.C.), ad esempio, potremmo avvalerci della sua saggezza della quale avrebbero maggior bisogno i despoti contemporanei... anche se i loro neuroni non sarebbero in grado di recepire ciò che è sacro e ciò che profano: per essi (come per coloro che li hanno preceduti) la vita umana è addirittura qualcosa di astratto, ed è per questa ragione che chi ha un ruolo sociale elevato dovrebbe invitare direttamente tutti i soldati a posare le armi, ricordando loro che chi si reca al fronte per difesa o per offesa o inevitabilmente va per uccidere. Un’ultima osservazione: chi è reduce dell’Olocausto non dovrebbe presenziare ovunque, la propria testimonianza certamente non va taciuta, anzi, nello stesso tempo se è troppo ridondante paradossalmente produce un effetto contrario, ed è ciò che i negazionisti vorrebbero. Insomma, parliamone sempre ma senza ostentare: la sobrietà e una più velata apparizione possono rivelarsi più disarmanti. Provare per credere!!


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