HANDICAP O DISABILITÀ?
Facciamo un po’ di chiarezza dal punto di vista
dell’etimologia e
dei termini, oltre all’evoluzione legislativa e della
comunicazione
di Ernesto Bodini

Passano gli anni e anche i verbi e soprattutto gli aggettivi
cambiano, o aumentano compresi i neologismi sia per esigenze linguistiche e sia
per il modo di concepire l’attribuzione che si vuol dare a persone o cose.
Sfogliando il mio archivio mi ritrovo il programma a cura della Regione
Piemonte Anno Internazionale degli
Handicappati 1981 – “Oltre le barriere
fisiche contro l’incomprensione”. In quel periodo si tenne a Stresa
un convegno proprio su tale tema, e ricordo di averne dato divulgazione in seguito.
Quel programma informativo includeva una serie di interventi dedicati ai
servizi socio-assistenziali, servizi sanitari, inserimento nella formazione
professionale e nel lavoro, trasporto edilizia sociale e residenziale pubblica,
urbanistica, inserimento nel settore dell’artigianato, agricoltura, attività
sportiva e tempo libero, e il tutto rientrante in un bando di concorso.
L’iniziativa ebbe un certo successo di sensibilizzazione anche grazie al
contributo dei mass media, una ricezione popolare spontanea in quanto il
problema “handicap” era particolarmente sentito... a differenza di oggi, in
quanto l’approccio culturale è andato modificandosi tanto che anche il relativo
lessico ha subito una evoluzione. Il fenomeno sociale della eccessiva libertà di
un linguaggio non consono alle realtà delle cose e degli Esseri umani, è sempre
più in evoluzione e per questo va “frenato” e corretto se non si vuol alienare
l’esistenza di quei valori che identificano soprattutto la Persona in quanto
tale, sia essa completa nella sua essenza psico-fisica o con qualunque
limitazione. Tralasciando le diverse tappe storiche basti risalire al 1992 per
incontrare la sostituzione del termine da “handicap
a disabilità”, quando l’Onu istituì
la Giornata Internazionale delle Persone
con Disabilità; da allora in poi q1uest’ultima definizione è diventata
tassativa. Ma intendo rammentare che il lessico Handicap ha antiche radici
nelle idee di inadeguatezza, al compito sociale e di sofferenza. Ancora agli inizi
del nuovo secolo era diffuso tale termine per indicare una qualunque
disabilità, e nemmeno la nomenclatura si è molto evoluta nel tempo, mantenendo espressioni
come invalido, inabile, mutilato, handicappato, minorato, etc. Questa corrente di pensiero ha sempre identificato
la persona disabile assumendo come principio il deficit. E volendo sintetizzare
in uno slogan si potrebbe dire, secondo tendenza comune, che l’handicappato è
il suo limite. Tale orientamento “popolare” e anche burocratico, ha richiesto
nel tempo non solo una rivisitazione culturale, ma anche il riconoscimento dei
diritti civili delle persone con
disabilità e relativa chiarezza terminologica. Siamo quindi giunti al 1980
quando l’Oms ha stilato una Classificazione di Malattia, Menomazione e Handicap, all’epoca universalmente
condivisa. Per Malattia si intende
la modificazione nella struttura o nel funzionamento del corpo; Menomazione la perdita temporanea o
permanente di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica; Handicap la condizione di svantaggio
che limita o ostacola il compito di una funzione socio-culturale. Con le
definizioni si è fatta strada l’esigenza della affermazione dei diritti civili
dei cittadini con disabilità, un percorso lungo e faticoso sia dal punto di
vista legislativo che culturale. Dopo la prima guerra mondiale lo Stato
italiano dovette considerare la condizione dei reduci mutilati invalidi (molti
dei quali assistiti dalla Fondazione Don C. Gnocchi). Le principali
caratteristiche della Legislazione nel primo periodo erano: a) la
legittimazione della separazione dei disabili dal contesto sociale, b)
monetizzazione dell’handicap, come risposta ai bisogni ed alle esigenze delle
famiglie con disabili; c) la divisione dei cittadini con handicap in categorie.
Sino agli anni ’60 venivano emanati provvedimenti per ciascuna categoria di
disabili in risposta alle loro particolari esigenze. Assistenza economica,
sanitaria, collocamento al lavoro, etc. Con la Riforma della Scuola Media
Inferiore (1962) e l’istituzione della Scuola Materna (1968), entrambe
prevedevano le cosiddette “Classi
differenziali e Speciali”. Ma cenni di innovazione ulteriore sono giunti
negli anni ’70 per vedere l’affermazione dei diritti civili di queste persone.
In particolare il riferimento è alla Legge 118/1971 per gli invalidi civili e
la Legge 180/1978 per la psichiatria. E a seguire altre legislazioni.
Purtroppo, con il tempo in non pochi casi le suddette Leggi non sempre hanno
avuto concreta applicazione, e questo anche per il decentramento regionale
(Stato-Regioni), a mio avviso peggiorato con l’entrata in vigore del
Federalismo a seguito della Riforma del Titolo V della Costituzione (3/2001).
ALCUNE LEGGI INNOVATIVE

Legge 482/1968 relativa al collocamento obbligatorio di
alcune categorie di soggetti per le quali è difficile l’inserimento nel mondo
del lavoro; Legge 180/1971 provvidenze a favore dei mutilati e invalidi civili;
Legge 180/1978 soprannominata “Legge Basaglia”, che ridefinisce la concezione
di malattia mentale e mette la persona al centro della cura, e predispone la
chiusura dei manicomi; Legge 13/1989 prevede contributi per l’abbattimento
delle barriere negli edifici privati; Legge Quadro 104/1992 è il riferimento
legislativo delle persone handicappate... e loro caregiver; Legge 68/1999 (in
aggiornamento alla precedente 482/1968) ha come finalità la promozione
dell’inserimento e l’integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del
lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato; Legge 162/1998 prevede
l’attuazione di Piani Personalizzati a favore delle persone con handicap grave,
con la finalità di promuovere l’autonomia e fornire sostegno alla famiglia in
cui è presente la persona con grave disabilità; Legge 18 del 3/3/2009 ratifica
ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone
con disabilità, con Protocollo opzionale, fatta a New York il 13 dicembre 2006 e
istituzione dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con
disabilità. Per quanto riguarda la figura del caregiver, il termine inglese è
ormai stabilmente nell’uso comune per indicare “chi si prende cura”, e si
riferisce alla persone che assistono per un periodo continuativo un congiunto
ammalato, con disabilità, o comunque non autosufficiente. Attualmente sono
oltre 8 milioni le persone in Italia che ogni giorno si prendono cura dei
proprio famigliari malati e non autosufficienti, spesso sostituendosi allo Stato
sociale. Una Legge vera e propria tutela di questa “figura professionale” non
esiste... benché sollecitata da più parti.
COMUNICARE LA DISABILITÀ – PRIMA DI TUTTO LA PERSONA

Tra i primi “responsabili” comunicatori delle vicende umane,
a mio avviso, includerei i giornalisti, professionisti che hanno il dovere di
rispettare soprattutto l’Etica e la Deontologia professionale. A questo
riguardo ben si inserisce quanto affermava il giornalista professionista
(affetto da una grave forma di disabilità) Franco Bomprezzi (1952-2014): «I giornalisti, in genere, sono spesso
insofferenti rispetto alle terminologie corrette, che nascono dal movimento
culturale e dell’evoluzione dei tempi. Non si pongono volentieri il problema
della “connotazione dello stigma”, preferiscono la semplicità e la coloritura
forte di un termine ad effetto, immaginando che possa incontrare il favore del
lettore, o dello spettatore. Ma in tal modo contribuiscono non poco ad una
errata percezione della realtà esistenziale delle persone con disabilità».
Le parole sono importanti. Pesano. Per i giornalisti sono lo strumento di
lavoro fondamentale, che deve essere usato in modo responsabile, nella
consapevolezza che il linguaggio possa contribuire a cambiare lo sguardo della
società su quelle persone che la nostra cultura, basata sull’efficienza,
sull’eccellenza e sulla competizione, ma ancora densa di pregiudizi e
stereotipi, relega spesso ai margini, se non tra gli “invisibili”. Ma come
esprimere tale rispetto? A cominciare dalla terminologia più appropriata. Un
po’ come tutti i settori anche sulla disabilità non esiste un linguaggio
“assoluto”, ma l’evoluzione dei tempi comporta l’esigenza di adeguare le parole
più appropriate al giusto significato, e questo vale ad esempio per i casi di
violenza sessuale, per i minori, etc. La Convenzione del 2006 sui Diritti delle
persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge n. 18 del 3/3/2009,
spiega in modo evidente che «la
disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazione e
barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro effettiva
partecipazione alla società sulle basi dell’uguaglianza». La disabilità è
dunque il rapporto sfavorevole tra la persona con le sue condizioni di salute e
l’ambiente circostante. Di conseguenza riguarda tutti, chi per le condizioni di
salute e chi, in quanto parte della società, è investito dalla responsabilità
di modellare un ambiente favorevole attorno alla persona.
UN CASO “EMBLEMATICO”
In questi giorni sono venuto a conoscenza di una situazione
incresciosa che ha avuto come protagonista una persona disabile di 65 anni (da
30 affetta da sclerosi multipla ed altri disturbi correlati), che cito con le
iniziali I.C., le cui necessità assistenziali primarie sono quelle della
quotidianità alla vita della persona. Pur avendo una figlia che tutti i fine
settimana la raggiunge per le necessità del caso, ogni giorno necessita della
assistenza di una Oss che, il Comune della provincia torinese dove risiede, le
garantisce solo un’ora al giorno attraverso il servizio domiciliare erogato da
una cooperativa convenzionata, la cui operatrice attuale, però, non è proprio
all’altezza delle mansioni rispetto alla precedente: un passaggio negativo sia
per l’incompetenza che per il disagio (anche dal punto di vista della intimità
della persona disabile). Queste convezioni tra Comuni e Cooperative sono
condizionate dalla scarsa disponibilità di fondi dei primi, e dalla scarsa
professionalità degli operatori delle seconde: «... ne conseguono così – lamemta la figlia V.C. – disagi tecnici come il dover ripetere alle Oss che si susseguono le
procedure di accudimento da svolgere, come meglio agire per l’igiene personale e
come muoversi all’interno della casa; oltre a stanchezza e stress
dell’assistita, ne conseguono disagio emotivo e frustrazione in quanto il
rapporto operatrice-disabile è sempre più impari e scarsamente adeguato».
Anche se madre e figlia hanno lamenatato questi disagi ai Servizi sociali del
Comune, dagli stessi non hanno ottenuto delle razionali giustificazioni e tanto
meno alternative, come dire che più e meglio non possono garantire. Ecco che in
questo caso, come altri analoghi ne esistono, inevitabile il compromesso
sostegno al disabile soprattutto in quanto Persona... come se non bastasse la
sua fragilità fisica aggravata, appunto, dalla lesa dignità. Se tutto questo
significa considerare le persone con disabilità, significa il persistere del
senso della pochezza umana e istituzionale, una superficialità che disattende
sempre più il concetto di dignità. Per
dovere di cronaca solo ora vengo a sapere che le Istituzioni preposte si stanno
attivando per migliorare l’assistenza alla suddetta concittadina (meglio tardi
che mai!).
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