UNA LAVORATRICE-DONNA AL RITORNO DALLA MATERNITÀ
Da un quotidiano nazionale una accorata
lettera a testimonianza di una
realtà che andrebbe meglio soppesata dagli imprenditori e dalle Istituzioni
di Ernesto Bodini
Da sempre, si sa,
l’essere umano per vivere ha bisogno di lavorare (ad eccezione dei ricconi e di
quelli che vivono di rendita), affrontando sacrifici e rinunce per la
stragrande maggioranza, con l’obiettivo di portare a casa il pane alla propria
famiglia. Ovviamente in primis l’uomo in quanto per antonomasia perno della
famiglia con tutte le relative responsabilità; ma nel corso dei decenni anche
la donna è rientrata nel ruolo di lavoratrice con relativi diritti, grazie alle
conquiste di parità che per il vero, però, non sono totali. Si prenda ad
esempio il fattore salario in quanto in diverse categorie di lavoro ci sono
ancora differenze di trattamento, per non parlare dei vari riconoscimenti,
fatta eccezione per le cosiddette “donne in carriera” e le imprenditrici nate o
sostenute da eventi vari. Ma che dire della “semplice” lavoratrice madre?
Questo ruolo è purtroppo ancora una spina per la società imprenditoriale, in
particolare per molte aziende alle cui dipendenti mogli-madri devono continuare
a garantire il posto di lavoro, senza se e senza ma e con gli stessi diritti di
prima. A questo proposito ogni tanto dai giornali si leggono lettere di sfogo
di lavoratrici che, tornate dalla maternità, devono fare i conti con un
ambiente totalmente cambiato rispetto a come l’avevano lasciato prima della
maternità. In particolare mi ha colpito una lettera apparsa sul Corriere della
Sera dell’11 dicembre scorso, con la quale una lettrice 29enne che si firma “Una
lavoratrice, una donna, una madre”, una triade di ruoli a tutto tondo
lamentando di aver trovato l’ambiente di lavoro totalmente cambiato, per diversi
aspetti, al ritorno dalla maternità e questo nonostante dieci anni di maturata
anzianità ed esperienza. Sia pur non tradendo la sua dignità la lettrice ha
evidenziato in poche righe di aver vissuto momenti di fragilità, di isolamento,
di svalutazione professionale dopo anni, appunto, di crescita e dedizione. Ma i
contrasti sono stati accentuati da una ridotta comunicazione intaccando la sua
emotività seguita da un crollo psicologico: depressione ed attacchi di panico.
Ma la giovane lavoratrice lamenta una ferita ancora più profonda, ossia il
contesto umano che lascia ad intendere una mutazione comportamentale e di “non
considerazione” da parte di altre donne, evidentemente colleghe, ma soprattutto
in posizioni apicali o comunque a lei superiori, rammentando che anch’esse
conoscono o dovrebbero conoscere le
difficoltà relative al lavoro da conciliare con la maternità e viceversa. In
buona sostanza, al suo rientro ha subito un impatto che ci rammenta come una
madre-lavoratrice che in questi casi il rientro al lavoro viene vissuto anche
come un problema organizzativo e non come un valore. Le Istituzioni hanno un
bel dire nel sostenere la natalità, incentivare le politiche familiari per un
migliore futuro del Paese, e magari contribuire ad incentivare la produttivItà
per essere tutti più competitivi. Ma a mio modesto avviso, i politici che fanno
tali “solleciti” dovrebbero essere più incisivi (anche culturalmente) verso gli
imprenditori i quali, per tutelare i propri interessi dovrebbero essere meno
prevenuti verso le dipendenti lavoratrici-madri, perché in caso contrario
farebbero una politica contraria rispetto a quella comunemente sostenuta dalle
politiche culturali (sic!), oltre al fatto che nei casi opposti si potrebbe
parlare di mobbing, per magari trascendere nell’avversione che si chiama
“misoginia” aggravata da ipocrisia imprenditoriale e disumanità. Evidentemente
il mondo del lavoro almeno in parte sta culturalmente regredendo, tant’é che la
lettrice (ormai ex) ha scelto di lasciare il lavoro per tutelare la propria
salute. Vorrei concludere sottolineando che l’imprenditoria del XXI secolo in
alcuni casi disconosce i sacrifici che le donne dei secoli scorsi hanno patito
per entrare a far parte del mondo del lavoro, una conquista che fa loro onore,
poiché l’uguaglianza non la si misura differenziando il sesso di appartenenza,
ma considerando i valori umani ed interiori oltre naturalmente alle specifiche
capacità di adattamento al proprio dovere. Un’ultima osservazione: questo
essere prevenuti da parte di alcuni datori di lavoro, riguarda anche le persone
disabili che per Legge hanno anch’essi diritto ad un posto di lavoro, ma
purtroppo spesso non sono desiderati come se la disabilità disonorasse o pesasse
sulla loro azienda, e anche questo è un segno di inciviltà che non ha bisogno
di ulteriori commenti.
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