La pletora dell'associazionismo

 

LA PLETORA DELL’ASSOCIAZIONISMO

 NON PROFIT NON SI RIDUCE MA...

Gli anticonformisti (pochi) spesso non sono graditi 

di Ernesto Bodini

Capire il mondo del non profit e soprattutto le “reali” ragioni che spingono una persona ad entrare in questo circuito, in realtà non è mai stato facile in quanto diverse sono le motivazioni. Nel corso dei decenni, per quello che ci riguarda, si parte dal mero assistenzialismo su basi cristiane, sino ad avere un ruolo di operatività verso il prossimo dalle molteplici sfumature. Generalmente si tende quindi a scegliere un settore piuttosto che un altro e ad associarsi, magari esprimendo la propria propensione per svolgere un determinato ruolo. Ma come si viene in contatto con le associazioni di volontariato? Le opportunità sono molteplici, ad esempio per annunci pubblicitari, per passa parola, per richiesta esplicita, etc; ma quando ci si propone autonomamente per farne parte non sempre si è condivisi e accolti con quella dovuta spontaneità, e in questi casi si ha l’impressione di essere una sorta di “intrusi”, di non graditi. Ecco che allora la considerazione dell’associazionismo viene meno e, se si decide comunque  di restare all’interno della realtà, la collaborazione e i rapporti si incrinano sin dall’inizio, e ancor peggio se viene assegnato un incarico non pertinente alle proprie predisposizioni. Tra i settori in cui dedicare la propria opera volontaristica, prevalgono quello sanitario e socio-assistenziale (in particolare nell’ambito delle disabilità e degli anziani), tutela ambientale, protezione civile, sport, ricerca, etc.; ma se le aspettative del volontario non corrispondono alle esigenze dell’associazione, è evidente che è meglio non farne parte e magari dedicarsi in modo indipendente: questo volontariato in autonomia è quello che io definisco essere “più profetico”. Personalmente ho frequentato attivamente oltre una ventina di associazioni in vari ambiti della solidarietà, in prevalenza socio-sanitario-assistenziale e culturale, realtà che mi hanno trasmesso spunti utili per determinate esperienze, in alcune di esse anche per esercitare al loro interno i ruoli di giornalista, addetto stampa e alle P.R. Ma con il passare degli anni mi sono accorto (fin troppo tardi) che da alcune non ero particolarmente gradito, sia per la mia “rigidità” etico-morale e sia per il mio essere anticonformista; posizioni queste, che mi hanno indotto non solo ad allontanarmi ma a rilevare che anche al loro interno regnavano ipocrisia, egocentrismo, presunzione, superficialità e in taluni casi anche incompetenze. Quindi la ragione, l’obiettività e il buon senso hanno prevalso tanto da agire in forma totalmente autonoma, ossia senza intermediari di sorta. A distanza di oltre sei lustri non so dire se posso essere stato utile o meno alle varie cause individuate, ma in ogni caso i fatti e il tempo avranno testimoniato per me. Detto questo, non ho alcun desiderio di avere delle contro prove, ma l’unica cosa certa è che devo confrontarmi con la mia coscienza e, se avrò sbagliato, ne risponderò a chi di dovere... In buona sostanza essere anticonformisti anche all’interno della solidarietà, risulta essere sempre vincente poiché in ogni azione di bene in realtà il vero protagonista non è colui che soccorre ma colui che si trova in stato di necessità. Un’ultima considerazione: quando si sceglie di dedicarci al prossimo quello che conta non è solo la buona volontà, ma anche l’avere l’opportuna competenza per soddisfare al meglio chi ha bisogno della nostra opera. Infine si tenga ben presente che anche nel volontariato associativo c’é la corsa alla carica dirigenziale e i candidati (e auto-candidati) non mancano mai: la miglior garanzia dirigenziale è data da colui o colei che non si candida perché non susciterà invidie e competizioni. Provare per credere!


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