Esiste anche la burocrazia difensiva

 

ESISTE ANCHE LA BUROCRAZIA DIFENSIVA

Poco conosciuta e considerata dai cittadini mentre coinvolge

gli stessi funzionari e dirigenti della Pubblica Amministrazione 

di Ernesto Bodini

In Italia nel “mare magnum” degli ostacoli e delle assurdità, come i paradossi e la burocrazia, da sempre la fa da padrone imperando costantemente. Quello che pochi sanno è che oltre alla “classica burocrazia” come fenomeno che imperversa ovunque a discapito dei cittadini, è che esiste anche la cosiddetta “burocrazia difensiva” che irrigidisce e rallenta le attività della P.A. E i burocrati quando e perché hanno iniziato a difendersi loro stessi dal cambiamento? È colpa della burocrazia, pare, se nel 2017 ad esempio si è fermi a tante classifiche UE? E perché i funzionari pubblici non reagiscono? E da cosa si stanno difendendo? Anzitutto va spiegato che cosa si intende per burocrazia difensiva. È quell’atteggiamento per cui il funzionario o il dirigente pubblico rischia di interrompere, di astenersi dalle azioni o dal firmare una pratica o un documento importante e di prendere decisioni, e questo perché probabilmente  è poco chiaro il quadro normativo in questione. Ancora oggi, permane una giungla di norme di svariato genere: leggi, decreti, linee guida, circolari, protocolli, etc., e ciò è incrementato da continui cambiamenti che, non a caso, sono sempre più condizionati dalla politica (vedasi la tanto discussa separazione delle carriere in Magistratura). In buona sostanza la burocrazia difensiva è quell’atteggiamento per cui il burocrate rischia di interporre il suo ruolo di azione..., con la conseguenza, ad esempio, di rallentamenti nel procedimento di una pratica, o nell’autorizzare o provvedere nei tempi necessari al rispetto del cittadino richiedente. E come ben sappiamo i ritardi e le “inadempienze” sono spesso ricorrenti... nonostante la velocizzazione favorita dai mezzi informatici. Secondo un sondaggio a cura della FPA sulla burocrazia difensiva, a cura di Carlo Mochi e Gianni Dominici, in occasione del Forum tenutosi a Roma dal 23 al 25 maggio 2017, gli intervistati della P.A., come causa tra le risposte negative sono emerse: rigidità, perdita di tempo, perdita di denaro, etc.; tra le risposte positive sono emerse trasparenza, equità, certezza, democrazia, giustizia, etc. Le prime superavano le seconde. Quindi, la deduzione è che la burocrazia difensiva è con il “solo non facendo” che si evitano i rischi; ma a riguardo mi preme rammentare che il non fare, il non dire e il non dare al cittadino in modo ingiustificato, corrisponde alla omissione in atti di ufficio (art. 328 C.P.). Pertanto, secondo gli autori, la burocrazia difensiva implica l’esigere un doppio canale digitale, ma anche cartaceo per i documenti, perché non si sa mai...; il poter richiedere più pareri prima di prendere una decisione, per poi rimandarla al proprio superiore diretto o alla politica, e non far nulla se non si ricevono disposizioni a riguardo; non interfacciare le basi di dati ma chiedere ai cittadini informazioni di cui l’Amministrazione ne è già in possesso; allungare i tempi dell’entrata in vigore di una Riforma perché è meglio non essere i primi...; non rischiare, non scegliere, non usare gli strumenti pur esistenti della discrezionalità, lasciar fare agli automatismi, cercare neutrali algoritmi, non valutare per non essere valutati. Ma quali le cause e gli effetti? Sempre secondo gli autori, il non capire il senso strategico del proprio lavoro, l’iper produzione di norme, la frammentazione delle responsabilità, la mancanza di riconoscimento del valore sociale del lavoro, i processi più complessi cui ne conseguono: demotivazione, confusione e quindi la burocrazia difensiva. Sarebbe utile la formazione ma non sempre vengono organizzati corsi mirati di aggiornamento, e quando vengono fatti sono seguiti da pochi. Va da sé che tutti i processi di natura culturale e organzzativa sono aspetti da considerarsi fondamentali.

Ma burocrati non si nasce? E quale l’evoluzione nella P.A.?

Una domanda che fa riflettere proprio perché si è soliti (egoisticamente) considerare atteggiamenti o iter burocratici tutto ciò che proviene dall’azione o dal comportamento del dipendente pubblico, graduato o meno. Ma una attenta analisi ci deve indurre a considerare all’interno degli addetti alla P.A. che vi è mancanza di conoscenza, comprensione del senso strategico del proprio lavoro, e quando ciò avviene ne consegue l’inadempimento, e questo anche perché pure all’interno della stessa P.A. la comunicazione è assai carente, come altrettanto scarsa è l’attenzione alle persone (dipendenti), e quelle di elevato livello dirigenziale non si sentono riconosciute. Evidenti i casi di non meritocrazia. E nonostante i diversi provvedimenti si è sempre in attesa di una concreta semplificazione delle molte procedure dei vari iter, come pure del modo di rapportarsi nei confronti con il pubblico ossia quando è il caso di superare l’ostacolo del cosiddetto linguaggio burocratese. Ora il quesito è il seguente: vittime o carnefici i burocrati nella posizione-esigenza difensiva? Obiettivamente l’uno e l’altro anche perché tra i dipendenti gli stessi sono anch’essi utenti per beneficiare di beni e servizi. Quindi come uscirne? Sempre secondo il sondaggio si tratterebbe di fare una scelta meritocratica dei dirigenti, reperimento del modulo di distribuzione delle responsabilità, snellimento delle regole, espletamento dei processi di digitalizzazione di servizi e procedure, e nuove assunzioni. Inoltre, introdurre nuovi profili e nuove competenze, nuove assunzioni per abbassare l’età media di dipendenti, maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle responsabilità, inasprimento del sistema dei controlli. In buona sostanza nella P.A. si lamenta la mancanza di un datore di lavoro, una carenza di obiettivi, maggior considerazione delle persone, più attenzione alla formazione e alla comunicazione, e una maggior considerazione al merito (meritocrazia), individuazione di talenti, etc. Per quanto riguarda le previsioni, secondo gli autori del sondaggio l’ipotesi è che entro il 2030 la P.A. sarà senza carta (di fatto in parte sta già avvenendo), in quanto non si dovranno ripetere sempre i dati che ci riguardano; ma il maggior problema sarà la privacy: tutti i dipendenti pubblici avranno gli strumenti per capire e ridurre il rischio cyber (esposizione a perdite finanziarie), interruzioni operative o danni alla reputazione dovuti a incidenti informatici come attacchi hacker, malware, ransomware o furto di dati; ci saranno meno giuristi e più project manager, poter gestire tutte le comunicazioni con le diverse amministrazioni da un unico punto di accesso, i pagamenti verso la P.A. saranno più semplici, tracciabili e sicuri, e dal proprio smartphone si avrà accesso a tutti i servizi e a tutte le informazioni della P.A. Fin qui, tutto auspicabile, ma a mio avviso non sono stati considerati i casi in cui i cittadini, per una serie di ragioni, non saranno in grado (come tutt’ora) di servirsi dei mezzi tecnologici, come pure di comprenderne l’uso e l’interpretazione pratica. Da qui al 2030 staremo a vedere: la burocrazia a discapito dei cittadini come quella che coinvolge i dipendenti della P.A. non conosce soste!


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