INSEGUIRE LA PACE CHE NON C’È... MA BASTA VOLERLA E LA SI TROVA
Se i despoti cambiassero il loro ormai logoro abito e dedicassero qualche momento della loro pausa alla riflessione, scoprirebbero come e quanto ha invocato la pace il filosofo e filantropo alsaziano Albert Schweitzer
a cura di Ernesto Bodini
Mentre politici ben pensanti e i cosiddetti autorevoli del potere della vita altrui di tutto il mondo continuano a confrontarsi, ma meglio sarebbe dire affrontarsi, per questo o quel fine, l’obiettivo della pace sembra essere ancora assai lontano soprattutto per i Paesi all’interno dei conflitti. E ogni volta ci si appella ai diritti dell’uomo, ma è un appello che sa più di ipocrisia che di concretezza, e a farne le spese sono le vittime senza distinzione di sesso e di età. Nel contempo anche la Chiesa attraverso i suoi massimi esponenti invocano la pace, ma a mio avviso in modo sempre più retorico: stesse frasi, stesse invocazioni, stessi inviti alla preghiera. Ma in buona sostanza come si può, o si potrebbe, giungere concretamente alla pace tra i popoli? In realtà, da come evolvono le situazioni ogni giorno e un po’ ovunque, non mi pare ci siano le premesse per tale fine; tuttavia sarebbe opportuno rammentare il testamento spirituale del filosofo e medico-filantropo alsaziano Albert Schweitzer (1875-1965 nella foto), premio Nobel per la Pace nel 1953. Dopo una minuziosa ricerca tra le mie copiose fonti in merito, ho riascoltato il “prezioso argomento” inciso su LP negli anni '60 (Aletti Editore, Roma 1962), con la testimonianza del radiocronista italo-americano John Pasetti che ha vissuto quattro giorni nel villaggio di Lambarènè in Gabon, e che qui di seguito riproduco fedelmente, con l’auspicio che chi leggerà si faccia prodigo nel farlo veicolare soprattutto oltre oceano.
JOHN PASETTI – «C’ero anch’io quella sera nel lebbrosario di Adolinagongo che si trova che i trova nella sperduta regione dell’Africa equatoriale, nello Stato del Gabon. Erano le 2 di notte, eravamo seduto intorno ad un tavolo nella capanna del professore, il docteur, come lo chiamavano laggiù. Infatti, Albert Schweitzer ha compiuto 88 anni il 14 gennaio scorso (1963). Cinque miglia a sud dell’Equatore nel villaggio di Lambarènè all’interno della giunga tropicale, egli continua con tenacia la sua missione iniziata nel 1913. Indigeni, lebbrosi colpiti dall’encefalite, donne e bambini denutriti o affetti da mali misteriosi, giungono continuamente a lui nella foresta, o piuttosto dalla foresta. Egli cura le ferite del corpo e del cuore (anima), e con coraggio porta la civiltà tra gli uomini di colore. Lo chiamano “le grand docteur blanc” (il grande dottore bianco). Ogni giorno gli indigeni scendono in piroga le placide acque dell’Ogoouè, tra palme e flotte di..., raccontano un suo nuovo miracolo; ma laggiù nel cuore del continente nero non vanno da lui solo gli uomini di colore, il dott. Schweitzer, premio Nobel per la Pace, è una luce di speranza nel nostro mondo tormentato. A lui chiedono consiglio uomini di tutto il mondo. Ecco il prof. Schweitzer che ci parla di quello che lui chiama “Il mio testamento spirituale”. Cosa ne pensa lei professore del mondo?»
ALBERT SCHWEITZER – «Che cosa penso del mondo, dopo 40 anni che mi trovo qui? Io non sono che una piccola anima che vive nel suo stagno, per me c’é un solo problema: guarire i malati, mantenere in efficienza il mio ospedale, il mio piccolo ospedale, comprendere gli indigeni. Non sono al corrente di tutti i problemi dell’Africa, e non credo che ci sia una persona che possa esserlo perché è difficile indovinare come si metteranno le cose; speriamo che sia un progresso regolare in tutti i campi: da quello materiale a quello spirituale, ma fare delle profezie è impossibili: bisognerebbe viaggiare molto e io non viaggio; vedere molte persone e io sono sempre qua. L’avvenire spirituale del mondo? All’inizio dei miei studi quando ero a Strasburgo, comparve il libro di un certo Friederich Nietzsche, parlo del 1892. Quest’uomo affermava: «La morale non che un’invenzione dei deboli per proteggerci dai forti; questa morale non ha alcun senso, perché i forti devono governare ed essere maestri e i deboli obbedire e piegarsi». Leggevamo il libro con curiosità, lo stile era ottimo, ma tutto ci sembrava più un problema che non filosofia. Il problema mi ha tenuto molto occupato e mi sono detto: «Ma veramente con un solo colpo si può spazzare via tutto quello che pensavamo sul bene e sul male, e sostituirlo con qualche cosa d’altro?”. Mi aspettavo che la religione e la filosofia rispondessero a quest’uomo, e sono rimasto stupito che non gli abbiano detto cose che potesse confonderlo». Schopenhauer ha affermato: «Si può parlare molto sulla morale ma tanto del fondamento, è molto più difficile che discutere», l’ha affermato nel 1840 e resta valido ancora adesso. Ciò è stato di guida per tutta la mia vita perché mi sono sempre chiesto: come dare una base solida alla morale. Nei dieci anni durante i quali sono rimasto all’Università, prima come studente poi come professore, ho avuto la grande fortuna di poter leggere tutto quello che su questo argomento avevano scritto in Cina, in Giappone, nell’India e da noi. Da allora ho visto che questo era il grande problema del fondamento morale, perché il bene è bene e il male è il male. E ho notato ancora una cosa: che la nostra civiltà è liquidata perché non c’é in essa l’ideale umanitario, quello che ora chiamiamo umanismo, un sentimento umano guidato dagli istinti e dalle ispirazioni umane in tutta la nostra esistenza, sia come individui e sia come società. Verso il 1900 lentamente si è notato come questo elemento idealista e umanista che si trova nella nostra civiltà, dalla fine del XVII secolo cominciasse a dileguare; in principio ho creduto d’essermi sbagliato, ma se nulla s’é fatto sempre più appariscente, ed altri hanno detto: mio Dio, il nostro progresso non è più in marcia a fianco di quello spirituale come un tempo. Noi siamo dei mostri umani. L’elemento di forza ci spinge ad essere una cosa diversa da quella che in fondo siamo: dalla prima guerra mondiale non abbiamo saputo resistere con lo spirito alla distruzione... C’è nel mondo una cosa che non comprendiamo: lo sviluppo. Gli scienziati ci dicono che tutto quello che è vita si è sviluppato da un’altra vita più piccola: la cellula; questi organismi si sono sviluppati e alla fine è apparso l’uomo, e non è solo l’essere materiale che sa muoversi, lavorare e fare dei progressi, ma è anche una creatura dotata di uno spirito. E nel profondo del significato della parola spirito, questa cosa inafferrabile, ci svela un problema della religione e della filosofia, perché ambedue cercano sempre la stessa cosa, ma lasciando per le strade diverse la religione tenta di capire quello he i profeti hanno detto sul bene e sul male; la filosofia può spiegarselo aiutandosi con il ragionamento e il pensiero umano. Ma parliamo di noi che viviamo oggi. Io dico che ognuno deve cercare di avere un’altra occupazione oltra a quella materiale necessaria per l’esistenza, così potrà aiutare coloro che hanno bisogno di essere soccorsi. Io dico che si deve essere uomini perché l’uomo ha bisogno del suo simile: ciascuno di noi dovrebbe riconoscere questo dovere di non compiere solo il proprio lavoro, ma anche un altro; non si tratta di avere una seconda professione, ma di tenere gli occhi rivolti verso coloro che hanno bisogno; forse non è un problema di denaro ma di tempo e di simpatia: se ciascuno di noi dedicasse questa attività a margine del suo naturale lavoro, ci sarebbe già un’altra spiritualità nel mondo. Vi sono persone libere che non hanno un’occupazione ordinaria e possono crearsene un’altra, essi devono considerare un privilegio di poter consacrare la loro esistenza ad aiutare il mondo». Questo, per esempio, è il caso mio. Avevo una certa indipendenza, e mi sono chiesto: che cosa devo fare, devo cercare e mi sono risposto di dare il mio aiuto come medico. Se avessi avuto dei genitori cui occorresse il mio aiuto per vivere sarei rimasto naturalmente con loro; ma essi non avevano bisogno di me, ed io mi considero perciò un essere privilegiato.
Tutto quello che nel mondo sarà fatto di buono e di utile verrà compiuto da color che hanno il privilegio di poter dedicare se stessi agli uomini bisognosi di aiuto; ma essi non devono credere di compiere qualcosa di straordinario, devono essere modesti e umani e dire a se stessi ogni giorno: ho il privilegio di farlo. Quante cose cambieranno allora nella nostra vita, essenziale nel mondo è poter dire: io sono un uomo per gli altri, io aiuto gli altri nel più profondo senso della parola. Senza rinchiuderci nel nostro lavoro dobbiamo uscire da nostro egoismo, e prestare attenzione a ciò che dovrebbe essere fatto attorno a noi. Un grande pericolo sovrasta noi uomini moderni: l’occupazione materiale ci incatena, siamo schiavi del bisogno, dell’ufficio e di tante altre cose; invece di essere vivi e di costruire la vita siamo rinchiusi negli uffici e nelle officine e servire la macchina: il nostro umanesimo rischia di soffocare, siamo rinchiusi in noi stessi e nel nostro lavoro; per noi è doppiamente difficile essere uomini, ma questo è il grande pericolo della nostra generazione. Noi viviamo come macchine in un mondo sempre più vigilarmente organizzato e dimentichiamo che siamo un organismo individuale. In un anno pessimista, sia da studente che da grande e anche da professore, cinquant’anni fa, adesso francamente quando si osserva la piega che ha preso il mondo si può esserlo, e ancora dire: come potremo trovare la giusta direzione spirituale? Non si può più vivere senza speranza, e la speranza che abbiamo e che tutti conserviamo, è la forza, una forza della nostra epoca. Ma lo ripeto: il più grande pericolo dell’uomo moderno è di perdere il suo umanesimo, perché non è più uomo: è diventato lui stesso una macchina; bisogna capire, bisogna cercare cosa si può fare come uomini. C’é una domanda che qualcuno potrebbe farmi, precisamente questa: “Lei crede che noi abbiamo il diritto di far cambiare a qualcheduno le sue credenze religiose, di imporre una religione agli africani che credono in altro?” E io rispondo subito: “Noi soprattutto dobbiamo, sia per mezzo della religione sia semplicemente con la nostra condotta, cercare quello che vi è di spirituale e di farlo progredire, quando si vive tra coloro che nono sono evoluti vi si può far avanzare insegnando loro a lavorare, a conoscere il valore delle cose, poi si prova anche con la religione..”.. Quando sono arrivato qui era ancora l’epoca in cui l’indigeno sapeva quello che l’uomo bianco gli portava. I vecchi mi hanno detto: “Noi siamo lieti che il bianco sia arrivato perché ha messo fine alle nostre guerre. Prima di qui, tutti erano in conflitto continuo fra di di noi”. E i vecchi mi hanno ancora detto: “Lo dobbiamo a voi, professore, se possiamo di nuovo dormire in pace”.
«Qualche cosa, quindi, noi gli abbiamo portato e posso dire che le due religioni, la cattolica e la protestante, hanno realizzato delle grandi opere nel campo spirituale, ma non si deve imporre una religione, si può cercare di farla conoscere e di trasformare quello che è di spirituale in essa. Posso di aver visto trasformazioni di personalità fra gli indigeni, dall’egoismo primitivo alcuni sono giunti a “domare” se stessi. Penso per esempio ai maestri delle Missioni, uomini di colore che sapevano leggere e scrivere e avrebbero potuto trovare qui in piedi di penne da enumerati, e invece sono diventati umili insegnanti delle Scuole Missionarie... Noi dobbiamo portare la spiritualità a coloro che ne sono privi. Si parla molto di uomini sottosviluppati, ma il vero sviluppo ci sarà solo quando avremo dato loro più umanesimo. È una lunga esperienza di lavoro con gli indigeni. Noi abbiamo le loro foreste: quando si rompe il manico di un’accetta il loro primo istinto è di gettarla via, e il loro primo istinto è di dire: “Dottore, ne voglio una nuova”. Non nozione del valore, non sanno che basta mettere un nuovo manico, e così per l’abito». Il grande progresso che dobbiamo promuovere, ad esempio, è quello di far sì che la donna indigena consideri i calzoni di suo marito come una cosa che ha valore, e quando vi è un buco lo rattoppi prima di procurarsi un altro paio di pantaloni. Dobbiamo inoltre far conoscere a questi uomini sottosviluppati il valore di coltivare la terra, non debbono limitarsi a piantare qua e là un po’ di banane di manioca o d’altro, ma devono imparare veramente con cura. Questo è il nostro compito quaggiù, e allora non avranno “potere” contro di noi, né il paganesimo né le stregonerie. Anche lamia opera di medico serve a questo: un indigeno che io guarisca soprattutto per un intervento chirurgico è un uomo che sottraggo allo stregone e alle antiche credenze. diventa un mio amico per sempre e qui ho tanti amici, tanti, tanti da non trovarmi masi solo».
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