Carenze socio-assistenziali anche in Piemonte

 

UNA SANITÀ ULTERIORMENTE BISTRATTATA

Anche in Piemonte scandali in ambito socio-sanitario-assistenziale

 che ne “ostacolano” ulteriormente la risalita

di Ernesto Bodini

Il mondo degli orrori non finirà mai di stupirci. Non bastano le diatribe tra politici, le calamità naturali e i molteplici reati d’ogni sorta. Fra questi, anche nel nostro Paese, si aggiungano le azioni di violenza privata nei confronti delle persone con disabilità e affette da particolari fragilità, solitamente ricoverate in strutture socio-sanitarie pubbliche od anche convenzionate. Anche il caro Piemonte, come molti nostalgici amerebbero esprimersi, non è esente da fatti di cronaca dei più disdicevoli come quello relativo all’ospedale di Settimo Torinese (Asl/To4 che comprende l’area di Chivasso-Ivrea), in questi giorni sotto inchiesta per concorsi truccati e appalti pilotati, ma soprattutto per maltrattamenti e mancata (o inadeguata) assistenza di pazienti per lo più anziani e totalmente disabili. Senza entrare ulteriormente nei dettagli della cronaca in quanto non sono un cronista di nera e giudiziaria, vorrei comunque rilevare non solo la gravità di questi episodi ma anche la grave mancanza di etica e professionalità da parte di taluni medici e infermieri; un ulteriore tassello negativo all’interno di queste categorie, peraltro con problemi di carenza di operatori, con l’aggravante di gettare discredito che di riflesso si ripercuote nei confronti dei loro colleghi onesti e altamente professionali. Ora la Giustizia farà il suo corso con i provvedimenti del caso, ma nel contempo quello che mi stupisce è il fatto che i famigliari di quei degenti pare che non si siano mai accorti di una qualche anomalia visto il perpetuarsi delle inefficienze del sistema gestionale della struttura, e soprattutto di come venivano gestiti i loro cari. Personalmente in questi anni ho avuto famigliari e conoscenti  ricoverati in strutture sanitarie, e quando mi è stato possibile ho presenziato “senza preavviso” non solo per far loro visita, ma anche per verificare eventuali anomalie dal punto di vista gestionale. A questo riguardo c’è da rammentare che in quasi tutte le strutture socio-sanitarie pubbliche e convenzionate, la presenza dei parenti dei ricoverati è solitamente concessa ad orari di visita prestabiliti, ma nello stesso tempo nulla osta che con una qualsiasi giustificazione il diritto di avvicinarsi al proprio congiunto, e non si può non notare una qualche “anomalia” sul suo stato fisico e sul suo comportamento poco o per nulla reattivo se ripetuta per uno o più giorni, ancor più dopo settimane. Pur non riferendomi al caso in questione descritto in questi giorni dalle cronache locali, quale cittadino attento al rispetto dei diritti umani, specie in ambito socio-sanitario-assistenziale,  mi sento di suggerire a quanti si dovessero trovare in circostanze simili di presenziare maggiormente in simili strutture “vigilando” sul comportamento degli operatori con l’accortezza, inoltre, di annotare tempestivamente per iscritto ogni “minima anomalia”, chiedendo qualora necessario spiegazioni agli operatori di turno e anche ai responsabili e, in caso di loro rifiuto, procedere con un esposto/diffida alle figure apicali preposte e, quando è il caso, per conoscenza alla Autorità Giudiziaria. Suggerisco, inoltre, che il visitatore  parente del ricoverato può farsi accompagnare da persona di sua fiducia alla quale nessuno può negare l’accesso. Personalmente in più occasioni ho avuto modo di accompagnare persone ai colloqui con pubblici amministratori od operatori di una o più strutture e, avendone la cosiddetta “delega” verbale o scritta da parte degli interessati, mi sono fatto prodigo (con competenza) a loro favore. Naturalmente sono in grado di dimostrare tutto, pur non essendovi obbligato, anche per prevenire impreviste (ma non impossibili) contestazioni da parte delle persone contattate, se non addirittura un “ripensamento” da parte delle persone interessate. Ecco che, laddove non interviene un’azione preventiva di volontariato associativo, dovrebbe (purtroppo il condizionale è d’obbligo) rendersi disponibile l’azione solidale spontanea del singolo qualora venisse allertato dagli interessati in difficoltà... Vorrei ancora aggiungere che tutti gli operatori socio-assistenziali a contatto con il pubblico, dovrebbero essere sottoposti periodicamente a test psico-attitudinale per verificare se, nel frattempo, non è subentrata la cosiddetta assuefazione, ossia se dopo anni di attività sia venuta meno la predisposizione psico-fisica e umanitaria nello svolgere la mansione loro affidata; valutando nel contempo eventuali casi di “connivenza” fra le parti interessate: operatori e diretti superiori responsabili. Tutto ciò, concludo, in osservanza alle Leggi, ma anche se non soprattutto per quell’etica che dovrebbe (anzi deve) essere propria di chi si dedica al benessere dei propri simili. Se tutto ciò non avviene, a mio avviso significa che in taluni casi le responsabilità sono da individuarsi a monte e, in questi casi, Dio ce ne liberi!


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