Florence Nightingale: una “lampada” che ha
illuminato
e lenito molte umane sofferenze
Ricordando la pioniera dell’assistenza infermieristica e della rivoluzione igienista. L’etimologia del verbo “ricordare” è affascinante in quanto assume il reale significato di riportare al cuore alla memoria la profonda conoscenza del sapere, di ieri e di oggi. Ed è nel 1980 che la Federazione nazionale IPASVI decide di sostenere in prima persona l’iniziativa.
di Ernesto Bodini
Ricordiamo tutti la sua immagine simbolo apparsa sulle prime colonne del “Times”: una donna che si aggira con il lume (notoriamente la lampada) in un ricovero di guerra alla ricerca di esseri umani feriti, bisognosi di assistenza che elargiva amorevolmente al suo benefico passaggio. Un gesto in assonanza con altri esempi di amorevoli cure che nei decenni si sono ripetuti ad opera delle moltissime sue eredi. Stiamo parlando della nostra connazionale (naturalizzata britannica) Florence Nightingale, fondatrice delle Scienze infermieristiche moderne, nata a Firenze il 12 maggio 1820, della quale tracciare una sintesi del suo ritratto è davvero non facile e complesso. Tuttavia si possono ricordare alcuni tra i più significativi aspetti della sua opera umanitaria, a partire dal clima familiare e dalle sue esperienze di formazione, lo sviluppo della sua indole (davvero innata) filantropica e della sua intera esistenza dedicata ai sofferenti. E ciò in considerazione delle condizioni degli ospedali agli albori della rivoluzione igienista, dei numerosi viaggi in Europa, ma anche dalla grande ispirazione religiosa che ben ha “accompagnato” la nascita delle scienze post-positiviste e del concetto di specializzazione della profonda conoscenza, come pure del clima vittoriano che muta la concezione femminile in pieno periodo di eventi bellicosi, come la parentesi di Crimea (detta anche Guerra d’Oriente: dal 1853 al 1856). Ancor giovane decise che la sua vita dovesse essere improntata sulla responsabilità verso l’altro con la fattiva partecipazione alle vicende che hanno caratterizzato la storia del suo tempo. A 25 anni la scelta di diventare infermiera e, pur non avendo una formazione di tipo medico infermieristico, riconobbe le carenze della professione infermieristica rapportata ai suoi tempi. Viaggiò in Italia, Egitto, Grecia e Germania dove nell’ospedale di Kaiserwerth soggiornò per un breve periodo, ma sufficiente per apprendere l’elevata qualità delle cure mediche fornite. In seguito al suo ritorno a Londra, nel 1851, intraprese gli studi per diventare infermiera e nel 1853 fu nominata Soprintendente all’Establishment for Gentlewomen During Illness di Londra, e per il suo impegno e valore il ministro della guerra Sidney Herbert, allo scoppio della guerra di Crimea le chiese di organizzare un gruppo di infermiere che si occupasse dei negli ospedali da campo in Turchia. Florence accettò l’incarico e andò all’ospedale militare di Scutari (Albania) con 37 infermiere volontarie. Ma dai medici del luogo fu accolta con molto scetticismo ritenendola una intromissione inopportuna tant’è che non ebbe alcun aiuto. Un vero e proprio attacco alla professionalità. Trovò una situazione al limite del concepibile: assoluta assenza di igiene, i feriti stavano in letti senza lenzuola, spesso denutriti, non venivano curati e lasciati per giorni con le loro uniformi sporche di sangue; condizioni che lasciavano ampio spazio a malattie come il tifo, il colera e la dissenteria. Ci vollero la sensibilità, la meticolosità e la determinazione della Nightingale per far fronte a tale drammaticità, riuscendo ad organizzare al meglio le condizioni igieniche dell’ospedale, superando nel contempo l’indifferenza, l’ignoranza e le insidie del contagio. Per migliaia di sofferenti la sua apparizione significò la salvezza. Per buona parte di loro si adoperò aiutandoli anche economicamente e scrivendo lettere ai familiari. Sin da allora le fu dato il soprannome “La signora della lampada” perché di notte girava nelle camerate ad assistere i pazienti facendosi luce con una lampada. Ma la Nightingale ebbe anche una ottima propensione per la matematica grazie alla quale elaborò meticolosi grafici per dimostrare in modo statistico con le percentuali la probabilità di insorgenza delle malattie, delle terapie, dei ricoveri, dei decessi e delle guarigioni. Nonostante le difficoltà l’ospedale fu rivoluzionato e in pochi mesi del 1855 la mortalità scese dal 60% al 40%. In questo stesso anno contrasse una grave infezione e fu costretta a ritornare in patria. Nel 1856 era già famosa tanto che la regina Vittoria volle conoscerla e apprezzarne le idee. La professione infermieristica fino ad allora era scarsamente considerata, ma per l’esperienza vissuta accanto ai molti soldati feriti e morenti, proprio per le scarsissime condizioni igieniche, diede inizio ad una campagna per migliorare la situazione aprendo una sottoscrizione per la raccolta di fondi, trovando una adesione massiccia nella popolazione, tant’è che molti ospedali, soprattutto militari, vennero costruiti seguendo le sue preziose indicazioni.
«Prometto davanti a Dio, in
presenza di questa Assemblea, di vivere degnamente e di esercitare fedelmente
la mia professione. Mi asterrò da tutto ciò che può nuocere e non prenderò né somministrerò consapevolmente alcuna droga nociva. Farò tutto ciò che è mio
potere per elevare il livello della mia professione e faro uso riservato di
tutte le informazioni personali che mi verranno confidante, nonché di tutte le
situazioni familiari di cui sarò venuta a conoscenza nell’esercizio della mia
professione. Aiuterò lealmente il medico nel suo lavoro e mi dedicherò al
servizio di coloro che mi verranno affidati per l’assistenza».
N.d.A. Con questo articolo biografico-rievocativo della storica testimonianza della sempre più necessaria professione infermieristica, ho inteso porre l'attenzione che a fronte delle carenze del SSN, il ruolo dell'infermiera/e non solo è insostituibile, ma è di grande supporto e collaborazione al medico. Nel corso della recente pandemia da Covid-19 (2020-2024) ha rappresentato la "spina dorsale" di un sistema, attraverso la dedizione e l'abnegazione, tant'é che alcune decine di questi professionisti hanno perso la vita sul campo, e molti pazienti hanno goduto delle loro preziosissime cure e conforto umano...se non anche materno. E.B.
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