SI INVOCA TANTO LA PACE MA…
Sarebbe forse utile rievocare la conferenza su questo tema tenuta dal medico-filantropo alsaziano Albert Schweitzer ad Oslo nel 1954 in occasione del suo conferimento del Premio Nobel. E oggi c’é chi al potere invoca tale premio: un’ambizione che ha nulla di filantropia. Quindi un insulto alla stessa.
di
Ernesto Bodini
La storia ci rammenta che il primo che ha osato far valere della considerazioni puramente etiche contro la guerra e promuovere un’intelligenza più alta guidata da una volontà etica, è stato l’umanista Ersamo da Rotterdam (1469-1539). Lo ha fatto nel suo scritto Querela Pacis (Il lamento della pace). Ma sappiamo anche che egli non ebbe molti seguaci su quanto ha voluto intraprendere, poiché intesa dai più come utopia; ma ebbe il conforto di essere condiviso da Immanuel Kant (1724-1804), che nel 1795 pubblicò l’opera Per la pace perpetua, oltre ad altre pubblicazioni richiamando sempre il tema della pace. Ed è altresì noto, che a riguardo, Kant espresse la propria fiducia nella sua realizzazione solo in base alla crescente autorevolezza che viene accordata ad un diritto internazionale, secondo il quale un’autorità arbitrale internazionale dovrebbe decidere nelle controversie fra i popoli. Secondo Kant l’idea di un patto internazionale non andrebbe sostenuta da motivazioni etiche, ma da considerare come conseguenza del perfezionamento del diritto. Tralasciando altri contributi storico-biografici, il dottor Schweitzer nel suo lungo intervento ha proseguito precisando: «Oggi noi ci troviamo nella situazione di poter parlare per esperienza della Società delle Nazioni di Ginevra e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Istituzioni di questo tipo possono compiere un lavoro molto significativo, in quanto cercano di mediare in caso di conflitti incipienti, intraprendono delle iniziative per trattati ed accordi fra le nazioni e altre simili prestazioni di servizi e di interventi conformi alle esigenze del tempo (…). Ma oggi non abbiamo più a disposizione quel tempo molto lungo sul quale Kant contava per giungere alla pace. Oggi le guerre sono di annientamento, non le campagne belliche cui egli pensava… Non si deve sottovalutare la forza dell’uomo ma lo spirito che opera nella storia del genere umano, creando negli esseri umani una mentalità umanitaria da cui proviene un avanzamento verso una condizione superiore. Ora, se vogliamo evitare la rovina, è necessario che lo spirito prenda nuovamente la guida. Esso può compiere ancora una volta un miracolo, come quando ha condotto fuori dal Medioevo i popoli europei». Secondo Kant, di animo piuttosto ottimista, con il suo famoso scritto esprimeva la speranza di un’epoca nella quale i popoli si reggeranno in modo autonomo e saranno loro stessi a dover affrontare il problema del mantenimento della pace, poiché secondo lui ciò equivale ad un progresso: i popoli si sentiranno più impegnati per mantenere la pace, in quanto sono loro che devono sopportare tutti i mali della guerra. Ma tale sua visione non si è avverata proprio perché la volontà del popolo non ha evitato il pericolo dell’instabilità, seguendo invece la via della violenza, venendo meno alla ragionevolezza e al senso di responsabilità. In effetti, nelle due guerre mondiali si è imposto il peggior tipo di nazionalismo, cosa che si impone nella realtà attuale. Schweitzer ha proseguito con ulteriori approfondimenti e ha precisato: «… sono consapevole di non aver detto nulla di nuovo, con quanto ho esposto sul problema della pace. Sono convinto che potremo dare un risposta a questo problema soltanto se rifiutiamo la guerra in base a motivi etici, perché essa ci rende colpevoli di disumanità… L’unica cosa che oso rivendicare come originale è che, nella mia visione, questa verità è accompagnata anche dalla certezza che lo spirito del nostro tempo vuole creare una mentalità etica. Con tale certezza io annunzio questa verità, nella speranza di contribuire al fatto che essa non venga messa da parte come una delle tante verità che vengono espresse bene a parole ma di cui non si tiene conto in vista della realtà che, alcune di esse, sono rimaste a lungo prive di efficacia. Soltanto nella misura in cui, attraverso lo spirito, si risveglia nei popoli una mentalità di pace, le istituzioni create per mantenere la pace possono realizzare quanto viene loro richiesto e quanto si spera che esse possano fare». Tanto allora, quanto ancora oggi, noi viviamo in un’epoca in cui la pace non c’é: i popoli si sentono continuamente minacciati da altri popoli, ma rimane il diritto di sperare in un segno dell’azione dello spirito. Con la sua relazione, che in gran parte rispecchia la nostra attuale realtà, Schweitzer ha voluto esprimere il pensiero e la speranza di milioni di persone che temono per la pace, con l’auspicio che le sue parole giungessero a tutte quelle persone vivevano nella paura, accogliendone il giusto significato. Il suo pensiero conclusivo volgeva all’invito a quelli che tengono in mano il destino dei popoli affinché potessero riflettere, prendendo a cuore la meravigliosa parola dell’apostolo Paolo: «Per quanto sta in voi, siate in pace con tutti».
Ben venga, dunque, il riconoscimento di tale Premio alla leader dei diritti umani, la venezuelana 58enne Maria Corina Machado (nella foto), con la motivazione: “Per il suo instancabile lavoro nel promuovere i diritti democratici del popolo venezuelano”. Del resto non c’è pace né democrazia senza libertà! Tra le 338 candidature per il Premio Nobel per la Pace di quest’anno, emergeva anche il nome del presidente USA Donald Trump, che pare ambisse da tempo a tale riconoscimento…, magari riferendosi non solo a quello che crede di aver fatto (peraltro suo dovere, a mio avviso in parte discutibile), ma forse anche rammentando quattro suoi predecessori che l’hanno ottenuto: Theodore Roosevelt, presidente dal 1901 al 1909, Nobel nel 1906; Jmmy Carter, presidente dal 1977 al 1981, Nobel nel 2002; Al Gore, vice presidente dal 1993 al 2001, Nobel nel 2007; Barack Obama, presidente dal 2009 al 2017, Nobel nel 2009. Tutte persone di prestigio che, in qualche modo, si sono prodigate nel bene e per il bene del loro Paese, ma obiettivamente ciò rientrava nel loro ruolo istituzionale: la ratio vuole che non si premia chi è deputato fare il proprio dovere. Questa non è filantropia... com'era nell'intento del suo fondatore svedese. Ma fu una donna (molto legata ad Alfred) l’ispiratrice di tale Premio e la prima a riceverlo nel 1905, la cecoslovacca baronessa e scrittrice Bertha von Suttner (1843-1914), essendosi dedicata tutta la vita per la pace in Europa e nel mondo, e battendosi soprattutto nell’impero colonialista sotto la monarchia degli Asburgo non era cosa da poco.
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