La grande responsabilità di chi informa

 

LA GRANDE RESPONSABILITÀ DI CHI INFORMA

Un lessico inappropriato e carente dal punto di vista etico e deontologico è inevitabile che possa produrre disorientamento e disaffezione per il sapere, soprattutto quando si tratta di argomenti inerenti la salute.

di Ernesto Bodini

Da un bel po’ di tempo, ormai, non si sente più il bel parlare e ancor meno non si legge più quel bel scrivere. Due fonti di comunicazione i cui protagonisti “responsabili” sono giornalisti e scrittori in primis. In effetti il potere dei mass media, grazie al diritto di libertà di pensiero e della parola, si è imposto al pubblico direi con una certa prepotenza tanto da permettersi di usare termini e sproloqui che vanno ben oltre la liceità… oltre all’etica e alla deontologia. Inoltre, in alcuni casi certi giornalisti (ma anche altre figure) si appropriano di terminologie scientifiche o similari che non sono pertinenti, per non parlare di quelli che hanno il vezzo di sciorinare il proprio inglese, senza peraltro avere l’accortezza di un cenno di traduzione in parentesi, non fosse altro per il rispetto del buon lettore di cultura e istruzione modeste ma con il diritto di comprendere. Non dimentichiamo che per la gran parte è proprio il lettore che sostiene la vendita di un giornale o un periodico, e magari a sua volta contribuisce a veicolare le informazioni che ha letto. Dal 2011 in Italia ai giornalisti sono richiesti corsi di aggiornamento professionale ed acquisire un certo numero di crediti, ma al di là di questa disposizione di Legge sulla quale si ha il democratico diritto di disquisire con onestà intellettuale, in questi anni mi sono “imposto” di raccogliere alcuni spezzoni di articoli di varie testate, rilevando quanto di peggio si possa leggere, tanto da disturbare il mio animo non solo per una questione di pudore, ma soprattutto per deontologia, etica e ovviamente per rispetto dei fruitori (o potenzialmente tali) dell’informazione. Omettendo per ovvie ragioni le fonti, cito alcuni esempi. Anni fa, quando era in auge l’informazione dedita a sensibilizzare il pubblico alla donazione di organi umani a scopo terapeutico, da un periodico poco noto, il testo in questione era preceduto dal titolo: “Se servono pezzi di ricambio”, e al centro dello stesso emergeva la frase: «l’ipotesi di farsi fare a pezzi» dopo morte…; una terza frase riportata riguardava l’affermazione di una intervistata che affermava; «…purtroppo, infatti, i “pezzi di ricambio” servono»… Sempre dalla stessa fonte veniva dato spazio per una breve intervista ad un noto giornalista (oggi scomparso) sulla importanza della donazione, il quale tra l’altro dichiarava: «… al problema ho pensato varie volte e stimo, anzi ammiro, quelli che hanno fatto altrettanto e sono passati ad un gesto concreto. Mi dispiace di non poter fare altrettanto perché i miei “impianti” fondamentali sono stati più volte in riparazione…». Già questi primi esempi di comunicazione hanno sicuramente indotto il lettore nella convinzione di trovarsi in una officina meccanica, e non è certo questo il modo di esprimere che poteva e può invogliare le persone a diventare potenziali donatori di organi. Sempre sul versante della salute umana non di rado si legge la frase: “male incurabile”, riferita a pazienti affetti da patologie gravi e irreversibili, e in questi casi è bene precisare che non esistono malattie incurabili, tutt’ al più si può ipotizzare “malattie non guaribili” o, al massimo, “malattie ad esito infausto”. Probabilmente la ridondanza di questo errore è dovuta ad una troppa disinvolta traduzione del termine inglese “incurabile”, che di fatto significa “inguaribile”, mentre il verbo corretto per dire “curare” è “to treat” (trattabile). A questo riguardo, colgo l’occasione per ricordare che oggi sono disponibili moltissime cure, tant’é che 6 malati di cancro su 10 guariscono e, anche quando non si ottiene una remissione della malattia, ci sono farmaci che consentono di stabilizzarla mantenendo il più possibile il controllo per una qualità di vita più accettabile.

Per quanto riguarda invece i termini relativi alle disabilità, ancora oggi alcuni mass media pubblicano articoli come “Il figlio autisitico”, “Soggetto tetraplegico”, “Down”, “Bimba epilettica”. Questi e diversi altri termini un tempo per certi versi erano accettabili, ma con l’evoluzione culturale e della razionalità l’attenzione alla Persona ha richiesto una terminologia più appropriata, ossia mettendo in evidenza la patologia rapportata alla Persona in quanto tale, come ad esempio: “Persona affetta dalla sindrome di Down”, “Persona affetta da malattia convulsiva o disturbo cronico cerebrale”, etc. Ma il lessico giornalistico non appropriato continua a non smentirsi, in quanto alcuni autori (voglio sperare che siano alle prime armi, anche se questo non è proprio un’attenuante), non di rado ogni qualvolta accade un evento tragico che ha come protagonista una persona che compie un atto criminoso, usano impropriamente il termine raptus in quanto tale termine non esiste; «… tutt’al più – come sostiene il criminologo Fabio Delicato, in accordo con il neuropsichiatra e psicopatologo forense prof. Ugo Fornari – si può sostenere che il raptus, inteso come turba episodica accessuale del comportamento gestuale e motorio, consiste nel bisogno imperioso ed incoercibile di compiere improvvisamente e repentinamente un gesto o un’azione violenta, dannosa per il soggetto o per altri, tale da sfuggire al controllo dell’autore di un simile atto». E che dire quando leggiamo molto spesso la parola pedofilia? Anche questo termine (dal greco “filia” che significa amore, amicizia) riferito ad un fenomeno sociale insidiante e insidioso è improprio e andrebbe sostituito da pedotropia (come suggerito da Paolo Berruti, neuropsichiatra e scrittore) che significa attrazione verso i bambini, ossia “volgersi verso”; peraltro già utilizzato in eliotropia ed eliotropo: il girasole è una pianta eliotropa perché si volge verso il sole. Proseguendo sulla terminologia usata da alcuni giornalisti un appunto andrebbe fatto anche a quelli che hanno il “vezzo” dell’inglesismo, ossia l’abitudine di usare (anche quando non necessario) le parole inglesi nella lingua italiana, e questo sembra essere una moda o una esibizione anzichè una reale necessità espressiva. A questo proposito su un quotidiano nazionale ricordo di aver letto l’estensione dell’acronimo anglosassone (SLAPP): “strategic lawsuits against public partecipation” la cui traduzionde non riportata dall’articolista, sta per “cause strategiche contro la partecipazione pubblica”. E che dire dei termini scurrili che di tanto in tanto si leggono anche sui quotidiani nazionali? Anche in questo caso etica e deontologia professionale sono disattese e, ovviamente, non fanno onore nè al giornalista autore e né all’Ordine di appartenenza. Ma una nota positiva vorrei spenderla a favore della professionalità del giornalista Gigi Ghirotti (1920-1974) che, ammalatosi di un tumore, ritenne utile descrivere su La Stampa la sua odissea cui seguì il libro di denuncia col titolo “Lungo viaggio nel tunnel della malattia”. Una descrizione priva d’ogni inlinazione pietisitica, e in quel contesto gli chiesero se era necessario rompere il consueto silenzio sul tumore, e lui rispose: «Era necessario sì, perché intorno alla malattia la società ha eretto i più feroci e misteriosi fortilizi della riservatezza». Anch’io, dopo aver vissuto l’esperienza di una patologia dal cui esito incerto, ho ritenuto utile pubblicarne un reportage descrivendo l’intero percorso, ma soprattutto quali sono stati i miei punti di riferimento e di “sostegno” per il relativo superamento. Ecco, io credo che anche questi esempi, rispetto ai precedenti su citati, rientrano non solo nel rispetto dell’etica e della deontologia professionale, ma anche in quel dovere umano per essere più vicini a chi legge rispettandone la sua Persona e i suoi sentimenti. 

Questa definizione nel nostro Paese ha avuto un certo periodo di “celebrità”, e questo nella accezione negativa. Ma chi fu ad inserirla per primo allo scopo di evidenziare che nel tradizionale stato liberale, basato sulla teoria della separazione dei oteri formulata dal filosofo e giurista francese Charles-Louis de Secondat, meglio noto come Montesquie (1689-1755), ossia potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario, la capacità di controllo e di influenza sull’opinione pubblica esercitata dall’informazione che, se indipendente, è paragonabile a quella di un “quarto potere?”. In realtà l’invenzione di questo attributo è molto più remota, tant’é che risale al XVIII secolo quando la diffusione dei giornali, all’epoca unico mezzo di informazione esistente, era in realtà ben poca cosa rispetto a quella attuale. Secondo alcune fonti, a rivolgersi in questo modo ai giornalisti inglesi fu il politico e filosofo conservatore britannico Edmund Burke (1729-1797). Nel 1787, nel corso di una seduta della camera dei Comuni del Parlamento inglese, l’allora deputato del Partito Whigs, il politico Burke rivolgendosi ai cronisti parlamentari in tribuna riservata alla stampa, così esclamò: «Voi siete il quarto potere!». Se la definizione fu destinata ad avere fortuna nel corso dei secoli, il punto di vista del filosofo britannico sull’importanza in un sistema democratico di una stampa libera, non era certo unico. Più o meno nello stesso periodo un altro celebre politico liberale, lo statunitense Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli USA,  andava ripetendo un’altra frase, spesso citata nel dibattito sui rapporti tra mass media e potere, ossia: «È preferibile una stampa senza governo ad un governo senza stampa».

 

Commenti