La continua voce dei malati di SLA

 

CONTINUA A DIFFONDERSI LA VOCE DEI MALATI DI SLA 

Ma sono poche le orecchie preposte all’ascolto…

 e ancor meno la volontà di decidere a loro favore 

di Ernesto Bodini

La storia continua. Gli appelli alle autorità competenti con richiesta di “fine vita” continuano a manifestarsi e a rendersi pubblici: invocazioni che vanno oltre il concetto di “pietas”, in quanto si tratta di comprendere la sofferenza (senza requiem) di malati gravi come quelli, ad esempio, affetti da SLA. Come è noto, questi pazienti giunti ad un certo stadio della malattia, hanno perso quasi totalmente le principali funzioni fisiologiche (vitali), e dipendono in gran parte da sofisticate apparecchiature ma soprattutto dal caregiver giorno e notte. L’ultimo caso divulgato dalla cronaca (La Stampa del 4 ottobre scorso) riguarda la signora Ada (nella foto) che le è stata diagnosticata la patologia nel giugno 2024, e con l’aggravarsi oggi dipende da chi l’assiste come la sorella Celeste. La signora Ada ha oggi 44 anni e sino prima di ammalarsi era una operatrice socio-sanitaria, quindi perfettamente a conoscenza delle “dinamiche” socio-assistenziali e, nonostante le stesse, ha fatto richiesta alla sua Asl di Napoli di poter ottenere la possibilità del suicidio medicalmente assistito, ma la richiesta le è stata respinta. Il suo appello, per voce della sorella, è stato diffuso dai vari mass media anche dall’Ansa online appellandosi a politici, medici e giudici affinché prendano atto e soprattutto coscienza del suo stato d’essere sia fisico che psicologico-esistenziale, sempre più precario e all’estremo della sopportabilità… Ma al momento, come anche per altri casi analoghi, i cosiddetti stakeholder (tutti gli addetti ai lavori interessati) a quanto pare continuano a tergiversare... Pur comprendendo che è assai oneroso prendere decisioni in questo ambito sia dal punto di vista politico, giuridico e medico, rimane il fatto che quando la sofferenza è indicibile e quindi non più sopportabile, è indispensabile e doveroso immedesimarsi nella condizione di questi pazienti anche perché, detto per inciso, a nessun essere umano piace soffrire e in questi casi non mi pare si tratti di stoicismo… Ora io mi chiedo: con quale criterio di motivazione e responsabilità ci si candida ad un ruolo politico e giuridico se poi si resta “titubanti” nel prendere certe decisioni? A mio avviso chi è deputato a tale ruolo deve mettere in conto che ha una grande responsabilità e, casi come questo, si tratta (o si tratterebbe) del classico gesto del “pollice verso” o “pollice alto”. Inoltre, mi permetto di rivolgere ai “lor signori decisori” questa apparentemente banale e innocente domanda: «Qualora foste voi gli interessati a questa esperienza, oppure un vostro stretto famigliare, come vi comportereste?». La mia, ovviamente, non vuole essere una provocazione, ma piuttosto un invito ad avere maggiore coscienza e quindi il coraggio delle vostre responsabilità, diversamente sarebbe bene e “più onesto” lasciare ad altri tale ruolo… e forse qualche paziente non soffrirà più! Un’ultima osservazione: da parte dei decisori istituzionali sarebbe utile e razionale intensificare la vicinanza con chi soffre, unitamente ad un maggior sostegno del suo caregiver, oltre a prodigarsi nel far conoscere una realtà che si va ripetendo nel tempo, nel corso del quale la scienza medica ha dato il meglio di sé. E intanto la Ricerca prosegue.


 

L’immagine è tratta da internet dai diversi siti

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