PER LA 75a GIORNATA NAZIONALE DELLE VITTIME SUL LAVORO
Tra indignazione e continue promesse il fenomeno italiano, all’apice dei casi europei, non regredisce gettando nello sgomento le famiglie dal futuro incerto
di Ernesto Bodini
Nei primi otto mesi del 2025, in Italia
si sono contati 681 decessi legati all'attività
lavorativa, 493 sul lavoro e 188 in itinere (nel tragitto casa-lavoro).
Riferendoci all’anno precedente (da gennaio a dicembre) i morti sul lavoro sono
stati 1.090, 49 decessi in più del 2023, con un ulteriore incremento soprattutto
degli infortuni mortali in itinere, e sono i lavoratori stranieri ad avere un
rischio di morte quasi triplo rispetto agli italiani. Il settore edile e delle
costruzioni in genere rimangono quelli con il maggior numero di vittime; e le
Regioni in cui risulta più pericoloso lavorare sono Basilicata, Valle d’Aosta,
Umbria, Trentino-Alto Adige, Campania, Sardegna e Sicilia. In buona sostanza,
nel nostro Paese in questo ambito della vita quotidiana lavorativa avvengono mediamente 3
decessi al giorno: una ecatombe che si commenta da sé, oltre al fatto che con
tali decessi si riduce la forza lavoro e, di conseguenza, anche il ricambio
generazionale. Ma ciò che sconcerta, a mio avviso, è che le autorità preposte
ogni volta interpellate ripetono le stesse considerazioni: non solo il
rammarico equivale a un “disco rotto”, ma anche i verbi e gli aggettivi sono
sempre gli stessi, come pure le intenzioni di rimediare a tale incresciosa realtà. Da La Stampa del 13 ottobre un
corsivo del Presidente Sergio Mattarella recita: «La sicurezza sul lavoro è un diritto inalienabile, un investimento sul
valore dell’essere umano, sul significato profondo del lavoro e sulla qualità
della vita… Il numero di decessi resta tragicamente alto anche in raffronto con
quello che accade nel resto dell’Europa. Ciascuna vittima è un volto a cui
occorre dare voce». Con un altro contributo è stato ribadito che nonostante
gli sforzi per incrementare la sicurezza sul lavoro che resta una priorità
predisponendo prevenzione, formazione e responsabilità volte quindi alla tutela
della vita, garantendo la dignità sul luogo di lavoro, progresso e
realizzazione personale. Tutti concetti encomiabili, ma quante volte li abbiamo letti e sentiti?
Esattamente ogni volta che avveniva un infortunio e un decesso sul lavoro,
espressi magari con un certo patema d’animo ma la concretezza per ridurre i
casi sinora ha lasciato molto a desiderare… Quindi, a ben dedurre con
obiettività, trattasi di retorica perché il continuo aumento di tali eventi
impoverisce invece la dignità del Paese, gettando nello sgomento molte famiglie
dal futuro incerto. Ora, viene da fare la seguente domanda: a fronte di questi
dati che oltre ad essere più che eloquenti denunciano un “disonorevole” primato
rispetto al resto dell’Europa, per quali ragioni e/o difficoltà non si riesce a
provvedere secondo i propositi delle Istituzioni come su espressi? Questa
risposta a tutt’oggi non è data a sapere e, così tergiversando per una ragione o
per l’altra, ogni lavoratore quando esce di casa non è sicuro di farvi ritorno.
Io credo, da sempre, che quando si vuole raggiungere uno scopo di una certa
importanza a tutela della vita umana, e nell’interesse del Paese, se si è
realmente consapevoli e fortemente determinati (non solo politicamente) ogni
provvedimento può essere realizzabile, indipendentemente dalla disponibilità
economico-finanziaria; ma come sempre si tratta di mettere d’accordo 600
persone che occupano i rispettivi scranni, confidando che abbiano un minimo di
competenze in materia e un maggior senso di responsabilità decisionale…, senza
se e senza ma! Per dovere storico ricordo anche le vittime a causa dell'amianto, la cui Legge della messa al bando fu emanata solo nel 1992, quindi con un colpevole ritardo, in quanto la nocività di tale manufatto era nota sin dagli anni '30, come più volte ho ricordato in moltissimi miei articoli di approfondimento. Ma chi sono io per fare queste finali considerazioni? Una
persona di buon senso, razionale, obiettiva, osservatore degli eventi che
coinvolgono gli esseri umani, e non di meno un anticonformista (che rammento
non essere un difetto), con una “carenza sostanziale”, ossia non sono recepito
non avendo alcun sostenitore, giacché il mio colore di appartenenza è neutro e
non trasformabile… Inoltre, nel dubbio rifuggo sempre ai saggi del passato,
cosa che dovrebbero fare i molti decisori del sistema. Questo è riconoscere i
propri limiti. Questa è onestà intellettuale. Questa è umiltà!
Commenti
Posta un commento