Giornalisti in trincea...

 

GIORNALISTI IN TRINCEA…

Ma è bene conoscere le diverse realtà della categoria: dipendenti e freelance

non sempre alla pari, men che meno quelli dediti alla informazione non profit 

 di Ernesto Bodini

Leggiamo dai vari mass media l’attacco vile ai giornalisti che fanno inchiesta (recente quello al giornalista RAI Sigfrido Ranucci, titolare del noto programma “Report”), un ruolo non solo di coraggio ma anche perché preposto dalla politica redazionale delle Testate di appartenenza. Un lavoro serio, impegnativo, doveroso ma in qualche modo tutelato da solidi contratti ed altrettanti lauti stipendi. Ma questo non giustifica certo aggredire o attentare alla vita di questi professionisti, che ogni giorno ci informano (dall’interno e dall’estero) di quello che succede nel mondo. A questo riguardo non meno significativo il rischio professionale degli inviati e/o corrispondenti di guerra che a causa dei conflitti e/o contaminazioni di materiale nocivo alla salute e anche la loro vita è sempre in bilico, nell’incertezza se esisterà un dopo… Tra questi operatori vi sono anche i freelance, ossia liberi professionisti e quindi non dipendenti di alcun editore, una categoria, mi permetto di sottolineare, che meriterebbe una ulteriore considerazione proprio per via della “incertezza” produttiva, come dire che se le loro proposte sono accolte vivono, diversamente fanno la fame… Fatto il punto su questi professionisti “posizionati” sia della carta stampata che della televisione e della radio , che dire dei giornalisti freelance che per scelta divulgano per testate non profit? Di quest’ultima categoria, considerata minore, non se ne parla mai non solo perché divulgatori non soggetti ad alcun rischio, ma anche perché solitamente sono dediti alla informazione cosiddetta del “sociale” in senso lato, e quindi con pochissimi lettori che non fanno vendere proprio perché le loro notizie, non fanno scandalo…, e soprattutto non sono accompagnate da inserzioni pubblicitarie. Chi lavora nel non profit è risaputo che vi si dedica per libera scelta e quasi sempre in associazionismo, ma spesso con non poche difficoltà operative in quanto carenti di supporti logistici e strumentali. A questo riguardo rammento una delle mie molteplici esperienze, ad esempio nel 1997, quando feci l’addetto stampa dell’AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi) del Piemonte, oltre ad essere il direttore responsabile della relativa testata periodica La Voce dell’Aido Piemontese. A quei tempi non erano ancora in voga internet e cellulari, e notevoli furono le difficoltà di comunicazione quando dovetti organizzare il comunicato stampa per il congresso internazionale “Celebrazione del 30° anniversario del 1° trapianto di cuore” tenutosi a Novara dal 31 ottobre all’1 novembre 1997, (organizzato dall’Aido Piemontese e dalla associazione Club Amici del Cuore), con la conferenza stampa tenutasi in anteprima a Veruno. Nonostante l’autorevolezza del relatore ospite Prof. Christian N. Barnard e altri relatori italiani e stranieri, ebbi difficoltà a contattare le redazioni italiane: quale volontario dovetti “elemosinare” in Regione l’utilizzo del mezzo fax e della telefonia fissa.

Ciò nonostante riuscii con non poca fatica a diffondere i comunicati stampa e gli inviti, come anche difficoltà ebbi per la successiva rassegna stampa. Ecco, dunque, un esempio di “non minore professionalità” pur sotto l’egida del non profit che grazie all’impegno di tutti i volontari, notevole fu il successo congressuale con piena soddisfazione del pubblico, delle Istituzioni e dei colleghi giornalisti. Con questo rievocativo aneddoto non intendo fare confronti in senso perentorio, ma viene spontaneo ribadire che specialmente in taluni casi, anche i giornalisti freelance e quelli volontari possono contribuire a diffondere notizie altrettanto importanti. Va inoltre detto che questi “liberi divulgatori” possono fare opinione con commenti e considerazioni sugli eventi della vita, ma purtroppo non vengono quasi mai recepiti (o sono poco considerati) avendo un esiguo numero di lettori e, detto per inciso, in quanto non appartenenti ad un ipotetico o preciso indirizzo politico. Si parla spesso di pluralità dell’informazione e ciò corrisponde al vero in quanto è diritto di tutti informare e fare opinione, ma le differenze spesso rimangono… Quindi, la domanda è: dobbiamo ritenerci tutti della stessa categoria, oppure mantenere le distanze catalogando giornalisti di serie A, serie B e serie C? A mio parere la pluralità dell’informazione va intesa non solo per il fatto che tutti possono divulgare, informare e fare opinione ma sarebbe oltremodo utile essere più compatti, più umili e collaborativi, indipendentemente dagli accordi di collaborazione editoriale. Un’ultima considerazione: non leggo quasi mai un pensiero di solidarietà da parte di giornalisti nel volontariato verso “colleghi” a rischio e coloro che hanno perso la vita sul campo. Un esempio, per il giornalista RAI Franco Di Mare, morto nel maggio 2024 a causa del mesotelioma da amianto contratto in zone di guerra: solidarietà a tutto campo… ma non da parte di tutti! Un'ultima osservazione: dubito che un giornalista freelance nell'ambito del volontariato ottenga la scorta di protezione qualora venisse minacciato dalla criminalità (evento sia pur rarissimo, ma non impossibile).

 In basso uno scorcio della sala congressi della BPN nel 1997

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