Si invoca tanto la pace ma...

 

SI INVOCA TANTO LA PACE MA…

Sarebbe forse utile rievocare la conferenza su questo tema tenuta dal medico-filantropo alsaziano Albert Schweitzer ad Oslo nel 1954 in occasione del suo conferimento del Premio Nobel

di Ernesto Bodini

Quanto serve rievocare la saggezza di chi si è battuto per implorare la pace nel mondo? Da come si succedono i fatti ormai quotidianamente nel mondo direi molto poco, purtroppo, non solo perché talune autorevoli voci fanno parte di un lontano passato, ma anche perché la loro influenza avrebbe ben poco peso nei confronti di certi despoti, presuntuosi e psicopatici che si credono i padroni del mondo con diritto di vita e di morte dei loro simili. È pur vero che la storia è ricca di questi episodi, ma oggi con l’evoluzione della cultura e di nozioni la mente umana ha avuto modo di acquisire una maggiore consapevolezza in merito alla razionalità e al rispetto altrui. Ma ciò che mi sconcerta è che figure illuminate (tra queste quelle appartenenti al Clero) che tanto proclamano la pace a destra e a manca con varie manifestazioni, a nessuno di loro viene in mente di provare a menzionare almeno in parte la conferenza sul tema della pace tenuta nel 1954 da Albert Schweitzer (1875-1965), in occasione del conferimento del Premio Nobel. Il testo (che egli espresse in francese) è molto lungo, ma proverò a sintetizzarlo evidenziando alcuni punti salienti di tanta invocazione, partendo dal credo che lo ha accompagnato per la sua intera esistenza, ossia il “Rispetto per la vita”. La scelta del tema sulla pace era rapportata ovviamente alla situazione del suo momento, in cui in varie parti del mondo esistevano già diversi conflitti, tra Russia e America in particolare, a cavallo delle due guerre mondiali; peraltro facendo così onore al fondatore del Premio Alfred Nobel (1833-1896). In quel periodo la situazione che ha tenuto in bilico il mondo intero, non si attribuì la dovuta importanza ai fattori storici, e quindi alla giustizia e all’utile comune e, il problema storico dell’Europa in particolare, affonda le sue radici nei secoli passati con la migrazione dei popoli, in seguito alla quale vi è stata la fusione degli stessi con la formazione di nuovi Stati, un processo che si è concluso nel XIX secolo, a differenza della parte occidentale e centrale dell’Europa la cui definizione avvenne solo parzialmente. In questi casi le conseguenze sono state la convivenza fra popolazioni non assimilate fra loro, attribuendosi ciascuna i diritti relativi al proprio territorio; ma solo dalla metà del XIX secolo in poi cominciò a formarsi un’autocoscienza nazionale, sia pur non priva di conseguenze… «Le cause che hanno portato alla prima guerra mondiale – ricordava Schweitzer – vanno cercate nella situazione che era venuta a crearsi nell’Europa orientale e sud-orientale. Nel nuovo assetto dato all’Europa dopo le due guerre mondiali sono rimasti molti elementi capaci di scatenare una guerra futura… I diritti che questi popoli possono far valere per l’occupazione del territorio in zone controverse dell’Europa sono comunque sempre soltanto relativi…». Con il susseguirsi degli eventi sorgevano degli Stati la cui configurazione li privava di ogni possibilità di veder fiorire la propria economia. E il fatto stesso che le potenze vincenti, alla fine della seconda guerra mondiale, abbiano deciso di imporre un certo destino a centinaia di migliaia di persone, ha dimostrato con quanta irresponsabilità si è voluto dare un nuovo assetto al territorio… che doveva ispirarsi al progresso e alla giustizia. Ma alla luce di ciò come si presentava allora il problema della pace? «Oggi – precisava – sono a disposizine mezzi di distruzione e di morte enormemente più sofisticati di quelli del passato e quindi la guerra oggi è un male di gran lunga peggiore che un tempo (…) ed è possibile che una guerra favorisca il progresso, ma è anche possibile che conduc ad un regresso. Ed è strano che, alla fine del XIX ed all’inizio del XX secolo, si pensasse di poter dare un giudizio positivo sulla detenzione di grandi strumenti di potere bellico…». Secondo il relatore, che  era anche filosofo, si pensava di poter relativizzare e minimizzare il male della guerra, nella speranza di poter giungere ad una progressiva umanizzazione del modo di condurre la guerra; da qui, a supporto di una logica supposizione, si considerino gli impegni presi dalle nazioni alla Convenzione di Ginevra del 1864, per la cui realizzazione aveva collaborato con la Croce Rossa garantendo assistenza ai feriti e un trattamento umnao ai prigionieri, ma come ben sappiamo, non fu assolutamente possibile parlare di una umanzzazione della guerra. «Poiché è evidente che una guerra ai nostri giorni rapresenta un’orribile calamità – ha aggiunto –, non bisogna lasciar nulla d’intentato pur di evitarla. E bisogna evitarla per una ragione etica. Nelle due ultime guerre ci siamo macchiati delle colpe di un’orribile disumanità, e sarebbe ancor peggio in una guerra futura. Questo non deve avvenire (…). L’uomo è diventato un superuomo con le cui forze fisiche si impadronisce  anche delle forze della natura e le piega al proprio servizio, servendosi di adatti ed opportuni congegni come l’uso della forza esplosiva come mezzo per uccidere a distanza. E quel superuomo nella misura in cui aumemta il proprio potere, decade sempre più in uno stato di miseria umana». Di ciò si doveva acquisire consapevolezza, ma si è tollerato che esseri unani fossero annientati in massa, e che intere città venissero ridotte a nulla (come sta avvenendo anche oggi, nda); eventi resi noti attraverso le trasmissioni della radio o dai giornali, e dover riconoscere che si trattava di avvenimenti inumani, lo si faceva con il pensiero che, di fronte al dato di fatto che c’era la guerra, si era condannati a permettere che tutto questo avvenisse. Ma arrendendosi facilmente a quel destino si diventava tutti colpevoli di disumanità. «Quello che oggi ci manca – precisava il filantropo alsaziano – è riconoscere che siamo tutti colpevoli gli uni verso gli altri di atti disumani. L’orrenda esperienza collettiva attraverso la quale siamo passati deve scoterci, perché la nostra volontà e la nostra speranza siano impegnate verso tutto ciò che può portare ad un’epoca in cui non ci siano più guerre. Questa volontà e questa speranza sono possibili se, attraverso uno spirito nuovo, raggiungiamo un’intelligenza superiore, che sia in grado di trattenerci da un uso infausto delle energie di cui disponiamo».

La storia ci rammenta che il primo che ha osato far valere della considerazioni puramente etiche contro la guerra e promuovere un’intelligenza più alta guidata da una volontà etica, è stato l’umanista Ersamo da Rotterdam (1469-1539). Lo ha fatto nel suo scritto Querela Pacis (Il lamento della pace). Ma sappiamo anche che egli non ebbe molti seguaci su quanto ha voluto intraprendere, poiché intesa dai più come utopia; ma ebbe il conforto di essere condiviso da Immanuel Kant (1724-1804), che nel 1795 pubblicò l’opera Per la pace perpetua, oltre ad altre pubblicazioni richiamando sempre il tema della pace. Ed è altresì noto, che a riguardo, Kant espresse la propria fiducia nella sua realizzazione solo in base alla crescente autorevolezza che viene accordata ad un diritto internazionale, secondo il quale un’autorità arbitrale internazionale dovrebbe decidere nelle controversie fra i popoli. Secondo Kant l’idea di un patto internazionale non andrebbe sostenuta da motivazioni etiche, ma da considerare come conseguenza del perfezionamento del diritto. Tralasciando altri contributi storico-biografici, il dottor Schweitzer nel suo lungo intervento ha proseguito precisando: «Oggi noi ci troviamo nella situazione di poter parlare per esperienza della Società delle Nazioni di Ginevra e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Istituzioni di questo tipo possono compiere un lavoro molto significativo, in quanto cercano di mediare in caso di conflitti incipienti, intraprendono delle iniziative per trattati ed accordi fra le nazioni e altre simili prestazioni di servizi e di interventi conformi alle esigenze del tempo (…). Ma oggi non abbiamo più a disposizione quel tempo molto lungo sul quale Kant contava per giungere alla pace. Oggi le guerre sono di annientamento, non le campagne belliche cui egli pensava… Non si deve sottovalutare la forza dell’uomo ma lo spirito che opera nella storia del genere umano, creando negli esseri umani una mentalità umanitaria da cui proviene un avanzamento verso una condizione superiore. Ora, se vogliamo  evitare la rovina, è necessario che lo spirito prenda nuovamente la guida. Esso può compiere ancora una volta un miracolo, come quando ha condotto fuori dal Medioevo i popoli europei». Secondo Kant, di animo piuttosto ottimista, con il suo famoso scritto esprimeva la speranza di un’epoca nella quale i popoli si reggeranno in modo autonomo e saranno loro stessi a dover affrontare il problema del mantenimento della pace, poiché secondo lui ciò equivale ad un progresso: i popoli si sentiranno più impeganti per mantenere la pace, in quanto sono loro che devono sopportare tutti i mali della guerra. Ma tale sua visione non si è avverata proprio perchè la volontà del popolo non ha evitato il pericolo dell’instabilità, seguendo invece la via della violenza, venendo meno alla ragionevolezza e al senso di responsabilità. In effetti, nelle due guerre mondiali si è imposto il peggior tipo di nazionalismo, cosa che si impone nella realtà attuale. Schweitzer ha proseguito con ulteriori approfondimenti e ha precisato: …«sono consapevole di non aver detto nulla di nuovo, con quanto ho esposto sul problema della pace. Sono convinto che potremo dare un risposta a questo problema soltanto se rifiutiamo la guerra in base a motivi etici, perché essa ci rende colpevoli di disumanità… L’unica cosa che oso rivendicare come originale è che, nella mia visione, questa verità è accompagnata anche dalla certezza che lo spirito del nostro tempo vuole creare una mentalità etica. Con tale certezza io annunzio questa verità, nella speranza di contribuire al fatto che essa non venga messa da parte come una delle tante verità che vengono espresse bene a parole ma di cui non si tiene conto in vista della realtà che, alcune di esse, sono rimaste a lungo prive di efficacia. Soltanto nella misura in cui, attraverso lo spirito, si risveglia nei popoli una mentalità di pace, le istituzioni create per mantenere la pace possono realizzare quanto viene loro richiesto e quanto si spera che esse possano fare». Tanto allora, quanto ancora oggi, noi viviamo in un’epoca in cui la pace non c’é: i popoli si sentono continuamente minacciati da altri popoli, ma rimane il diritto di sperare in un segno dell’azione dello spirito. Con la sua relazione, che in gran parte rispecchia la nostra attuale realtà, Schweitzer ha voluto esprimere il pensiero e la speranza di milioni di persone che temono per la pace, con l’auspicio che le sue parole giungessero a tutte quelle persone vivevano nella paura, accogliendone il giusto significato. Il suo pensiero conclusivo volgeva all’invito a quelli che tengono in mano il destino dei popoli affinché potessero riflettere, prendendo a cuore la meravigliosa parola dell’apostolo Paolo: «Per quanto sta in voi, siate in pace con tutti». 


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