I CONCETTI DI NOBEL E
CITTADINANZA ONORARIA ALLO SPECCHIO
La
psicosi di due traguardi non sempre attribuibili
il
cui eccesso rasenta la cosiddetta “eresia sociale”
di Ernesto Bodini

C’è
chi dice che il presidente USA Donald Trump ambisce spasmodicamente al Nobel
per la Pace, e chi invece ci informa che il Comune di Torino all’unanimità ha recentemente
deliberato di conferire la Cittadinanza Onoraria al campione mondiale di tennis
Jannik Sinner. E probabilmente altri esempi con tali ambizioni saranno sparsi
un po’ ovunque. Volendo soffermarsi su questi primi due casi ci sarebbe da
disquisire non poco, in quanto nel primo essere a capo di uno Stato implica
precisi doveri d’ogni ordine e grado, e come tali non sono certo da encomiare
con un Nobel, nel secondo il riconoscimento onorario da parte di una Città è
altrettanto fuori luogo, in quanto eccellere in una disciplina sportiva per
l’interessato è già di per sé assai appagante con la notorietà e per i notevoli
introiti: ingaggio, vincite, sponsor, etc. Per contro, invece, nel corso degli
anni un po’ ovunque abbiamo avuto eminenti uomini di Scienza e anche in campo
umanitario, ai quali molto raramente è stato loro riconosciuta una particolare
onorificenza… e tanto meno un Nobel nonostante il contributo reso alla
collettività. Si prenda, ad esempio, la silenziosa schiera dei missionari (non
necessariamente appartenenti al Clero) che quasi sempre per scelta hanno
lasciato la propria Patria e i propri affetti famigliari, per dedicarsi
totalmente al sostegno di popolazioni gravemente indigenti e abbandonate, il
più delle volte in altri Continenti e non di rado a rischio della propria vita.
Inoltre, mi sento di fare un appunto al Clero in quanto la storia ci ricorda
che ben 80 Papi sono stati elevati a Santità, mentre ciò non si giustifica
poiché essendo vicari di Cristo sulla Terra sono automaticamente destinati alla
Santità… Ma tornando alla questione del Nobel per la Pace, è bene ricordare che
al medico-filantropo alsaziano Albert Schweitzer (1875-1965) fu riconosciuto il
Nobel per la Pace nel 1952, interamente dedicato alla costruzione e mantenimento
del Lebbrosario in Gabon, ciò anche in virtù della sua poliedrica attività
umanitaria e culturale, e comunque solo dopo 40 anni dall’inizio di quello che
è stato il suo obiettivo principe: rinunciare ad una posizione professionale di
grande prestigio, con la consapevolezza di dover affrontare un’intera vita di
sacrifici. Ma oggi, per una modesta azione socio-umanitaria, si è soliti
definire i protagonisti come “eroi”; nulla di più blasfemo perché come
sosteneva il dottor Schweitzer: «Non
esiste la l’eroe dell’azione, ma della rinuncia e del sacrificio».

E
a questo riguardo, va precisato che il filantropo Albert non è stato mai
etichettato come eroe, e se qualcuno ha osato menzionarlo come tale lo ha fatto
impropriamente. Quale biografo conosco molto bene altri due protagonisti delle
“Scienze umane e umanitarie”, ossia
don Carlo Gnocchi (1902-1956) e il prof. Albert B. Sabin (1906-1993), dei quali
(l’uno prete e l’altro medico-scienziato) dovremmo tutti sapere delle loro
consistenza e dedizione e quindi del loro operato, avendo beneficiato l’umanità
e senza alcun “ritorno” personale. Ciò rientrava in una loro precisa scelta di
vita e non in un dovere istituzionale come quello di un capo di Stato, di un
pontefice, o peggio ancora di uno sportivo votato a rincorrere fama e denaro. Il
non voler riconoscere e rispettare queste obiettività, a mio avviso, è causa di
una delle tante forme di “disgregazione” sociale, aggravata dagli imponenti e
devianti social e da quel conformismo che, abbinato a una certa politica, ne
inficia il ritorno alle più nobili origini esistenziali… Vorrei concludere
rammentando che il più razionale comportamento nella società è
l’anticonformismo, mentre l’opposto, ovvero il conformismo (come sosteneva John
Fitzgerald Kennedy: 1917-1963) è il carcere della libertà e il nemico della
crescita; concezione anticipata dal filosofo e saggista statunitense Ralph
Waldo Emerson (1803-1882) precisando: «Chi
vuol essere un uomo deve essere un non conformista». Uno statista e un
cultore del corpo e dello spirito distanti tra loro, ma vicini negli ideali che
ci dovrebbero coinvolgere se vogliamo meritare quello che definirei il “Nobel
per la Pace Eterna”.
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