PERCHÈ RIEVOCARE SOCRATE FA
BENE…
Brevi cenni storici di un filosofo la cui proverbiale saggezza dovrebbe
scalfire l’animo “disturbato” di molti uomini: politici, giudici e despoti.
di Ernesto Bodini
Poiché oggi, più che mai, siamo circondati da uomini pieni di miserie fisiche e morali, e da altrettanti uomini la cui indole è produrre male ai propri simili, ritengo doveroso (nella mia pochezza intellettuale) dare spazio illimitato a persone dai grandi volti, ossia sostenitori dello spirito. Personaggi da conoscere nel profondo: nel mondo c’è chi fa l’uomo e c’è, invece, chi è autenticamente uomo! Fra questi, per mia profonda conoscenza biografica figurano il medico e filantropo alsaziano Albert Schweitzer (1875-1965), il padre dei mutilatini e e poliomielitici fondatore della Pro Juventute Don Carlo Gnocchi (1902-1956), e il microbiologo-virologo e filantropo Albert. B. Sabin (1906-1993), che mi sono permesso di definire i “veri” protagonisti della rinuncia e del sacrificio, di cui si sa (o si dovrebbe sapere) molto della loro opera umanitaria. Ma con questo articolo vorrei invece soffermarmi su un altro protagonista della storia (ultra millenaria), ossia Socrate, il sommo filosofo dell’antica Grecia (Atene 470-399 a.C.). Come tutti noi biografi e divulgatori, anch’io mi affido alla ricca documentazione tramandata ai posteri secolo dopo secolo. Si sa che era un ometto buffo, calvo e con una lunga barba fluente; non era bello di aspetto tant’è che spesso gli stessi amici lo prendevano in giro. Era povero, aveva moglie (di nome Santippe) e tre figli, e quando lavorava faceva lo scalpellino, quello che oggi chiameremmo scultore di second’ordine. Gli piaceva bighellonare tra una piazza e l’altra, poiché amava discorrere specie con i giovani. Solitamente si alzava prima dell’alba, faceva una colazione molto blanda (una fetta di pane inzuppata nel vino); si infilava una tunica e un pastrano e usciva in cerca di una bottega, di un tempio, o di un bagno pubblico dove potesse trovare da discutere. Atene, dove viveva, era una città in cui le discussioni erano quotidiane e incessanti, e Socrate sembrava proprio trovarsi a suo agio. Il suo aspetto era un po’ strambo, e pure le sue idee non erano a meno, come ad esempio il modo bonario ma cocciuto nel sostenerle. La ben nota e proverbiale affermazione: «So di non sapere», faceva di lui una persona umile e al tempo stesso altrettanto furba, se non anche maliziosa tanto che spesso in ogni discussione ne traeva vantaggio, ancora più quando incalzava i suoi interlocutori con domande su domande protestando repentinamente la sua costante ignoranza. Dunque, un vero e proprio apostolo del saggio ragionamento, predicando in ogni via di Atene la logica, così come 400 anni dopo Gesù avrebbe percorso i villaggi della Palestina (paese oggi sempre più martoriato dai conflitti) predicando l’amore. Con questo suo modo di “imporsi” Socrate era solito interpellare direttamente un cittadino autorevole, un grande oratore o chiunque incontrava disposto ad ascoltarlo, chiedendogli se sapeva davvero quello di cui stava parlando. Dalle molte fonti si possono trarre alcuni spunti di un dialogo tipo, come il seguente. Un giorno si trovò di fronte ad un noto uomo di governo il quale poneva in evidenza i concetti del coraggio e della gloria riferiti a chi muore per il proprio Paese. Socrate ad un certo punto gli chiese: «Scusa, se mi intrometto, ma che cosa intendi esattamente per coraggio?» – «Il coraggio – gli ha risposto seccamente – consiste nel restare al proprio posto nel pericolo» – Socrate ribattè: «Ma supponi che una buona strategia imponga che ci si ritiri?». Di rimando: «Ah, bene, in tal caso la cosa cambia aspetto. In tal caso ti ritireresti, è naturale». E Socrate, incalzò il suo interlocutore: «Dunque il coraggio non consiste nel restare al proprio posto o nel ritirarsi, non è così? Secondo te, che cos’è il coraggio?». L’oratore ammetteva di essere stato messo in imbarazzo, affermando di temere di non saperlo con esattezza. «Nemmeno io – rispsose Sacrate –. Ma mi domando se non sia già semplicemente la stessa cosa che usare il proprio criterio, ossia fare ciò che è ragionevole, indipendentemente dal pericolo». Tra la folla qualcuno intervenne affermando: «Mi sembra che questo ci si avvicini di più», e a seguito di questo intervento Socrate, rivolgendosi al suo interlocutore disse: «Vogliamo allora convenire, in via di ipotesi, poiché la questione è difficile, convenire che il coraggio è giudizio retto e sicuro? Il coraggio è intelligenza. E l’opposto, in tal caso, sarebbe la presenza di un sentimento così forte da offuscare l’intelligenza?». Questa sua arguzia derivava anche dal fatto che egli conosceva il coraggio per esperienza personale, poiché il suo comportamento fermo ed impavido alla battaglia di Delo era assai nota, al pari della sua resistenza fisica, peraltro non priva anche del coraggio morale. Anche se questa conversazione è in parte immaginaria nei particolari, rende comunque l’idea della qualità etico-morale del sommo ateniese, con il cui esempio insegnò che ogni lodevole comportamento ubbidisce all’intelletto, e che le virtù consistono in fondo nel prevalere della logica sul sentimento. La sua temperanza, mi pare di capire, è una sorta di rotta tra l’astinenza e l’indulgenza, stabilita dalla ragione. Oggi, a mio avviso, certi personaggi dovrebbero mantenersi in bilico tra l’orgoglio e l’umiltà eccessiva, una ardua forma di equilbrio, ma ciò richiede un intelletto sempre più vigile. Ci sono situazioni che talvolta richiedono di porgere l’altra guancia, altre in cui bisogna reagire, ma soltanto l’uomo che ragiona sa distinguere: in effetti l’azione più giusta è quella dettata dalla logica e dall’intelletto. Socrate fu il primo nel trasmettere quest’arte, insegnando la definizione dei termini del ragionamento: «Prima di cominciare a discutere – sosteneva – decidiamo di che cosa stiamo discutendo”. Socrate a suo modo era anche un po’ filantropo. Fin dalla lontana Sicilia, le famiglie abbienti mandavano i loro figli in Grecia, perché lo seguissero nelle sue passeggiate e ne ascoltassero i personalissimi ragionamenti. Egli non intendeva farsi pagare. Sappiamo che tutte le grandi scuole filosofiche che sorsero prima nel mondo greco e poi in quello romano, si vantavano di discendere da lui. Platone era il suo discepolo, e Aristotele era discepolo di Platone.
Ma oggi viviamo nell’eredità socratica? A mio modesto avviso non proprio in considerazione dell’evoluzione dei tempi in seguito ai quali, paradossalmente, moralità e saggezza si sono perse nel tempo. Io credo che l’insegnamento di Socrate non ha lasciato un’impressione così profonda nel mondo nonostante abbia pagato con il martirio: l’anno di prigionia e la condanna a morte. E a questo proposito mi sovviene un aneddoto che fa ulteriormente riflettere. Quando Santippe gli comunicò in lacrime che i giudici lo avevano condannato a morte, il filosofo commentò semplicemente: «Pensa che essi sono condannati dalla Natura». «Ma ti hanno condannato ingiustamente», singhiozzò la donna. «Avresti preferito che la condanna fosse giusta?», replicò Socrate. Che cosa intendessero esattamente gli accusatori di Socrate non è dato a sapere con certezza (o forse lo sappiamo fin troppo bene), ma i giovani adoravano questo vecchio… sornione. Il fascino delle idee nuove come pure l’invito a pensare autonomamente li attirava a lui, mentre i loro genitori temevano che imparassero dottrine sovversive, così come probabilmente lo credevano i suoi accusatori. «Uno dei miei argomenti di fede – disse ai suoi discepoli che andarono a trovarlo in carcere per esortarlo alla fuga – è il rispetto delle Leggi. Un buon cittadino, come spesso vi ho detto, è quello che ubbidisce alle Leggi della sua città. Le Leggi di Atene mi hanno condannato a morte, e la logica vuole che io come buon cittadino debba morire». Questa sua saggezza e onestà intellettuale non era stoicismo, ma il massimo esempio di una integrità morale che rapportata ad oggi, dovrebbe essere recepita da tutti quei magistrati nel mondo che, con troppa leggerezza, o altra ragione, hanno decretato e decretano condanne ingiuste con i loro errori giudiziari. E anche se quegli sventurati ospiti nella patrie galere non hanno avuto colpa alcuna, non si può pretendere essere eredi di Socrate.
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