QUEI
LESIVI RITARDI PER RIMUOVERE LA CATARATTA
Non
solo inefficienza del SSN ma anche per ignoranza e inerzia di molti cittadini
che non si sanno difendere… ed altri non li aiutano
di Ernesto
Bodini

Ormai è un rituale: tra le infinite lamentele in
merito alle liste di attesa per fruire una prestazione sanitaria (visita
specialistica, esame strumentale o trattamento chirurgico), non manca
ricorrentemente anche quella di non riuscire a fruire dell’intervento per la rimozione
della cataratta entro tempi consoni. Ma cosa si intende per tempi consoni?
Indubbiamente in relazione alla gravità della patologia e dal rischio di
possibili conseguenze nel caso di ritardato trattamento. Ma è noto che quando
l’oculista dell’Asl territoriale prescrive tale intervento, che in gergo
clinico è definito facoemulsificazione,
ovvero rimozione del cristallino, solitamente non indica una data di urgenza o
meno e, in questo caso, il cittadino con tale prescrizione deve attivarsi
presso le diverse strutture del Territorio per mettersi in lista. A questo
punto nasce il problema vero e proprio, ossia qualunque struttura sanitaria che
comprenda il Servizio di Oculistica, solitamente (per non dire sempre) comunica
al paziente i tempi di attesa che, solitamente, variano dai 12 ai 24 mesi e
come se non bastasse, detto verbalmente…! Ovviamente, come ben sappiamo,
ricorrendo ad una Struttura privata i tempi di attesa sono brevi, anzi
brevissimi, con conseguente esborso di parcella che varia da 2.000 a 3.000 euro
per il trattamento di un solo occhio. A questo punto c’è da rilevare che i
pazienti che necessitano di tale intervento sono prevalentemente over 65, e in
parte affetti da diabete e, come è altrettanto noto, senilità e diabete sono le
cause principali che portano a tale esigenza chirurgica. Ciò, senza contare che
vi sono altre patologie oculari di non minore gravità come ad esempio il
glaucoma e la maculopatia, oltre naturalmente ai traumi di vario genere e agli
stati infettivi veri e propri e, ovviamente da considerare, le classiche
urgenze da P.S. che hanno la massima priorità. Ma come sempre in Sanità esiste
il “dramma nel dramma”, ovvero la cosiddetta “autodifesa” di chi gestisce la
Sanità pubblica, affermando la scarsità di medici oculisti e la notevole
quantità della domanda rispetto all’offerta (in Italia i pazienti con questa
esigenza sembrano essere circa 25 mila), ma nel contempo sappiamo che la
scarsità dei professionisti in ambito pubblico in parte è dovuta al fatto che
questi lavorano nella Sanità privata. Per carità, ciò rientra in un loro
diritto, ma è anche diritto del paziente pretendere di essere curato per la
suddetta patologia, e a questo punto cosa devono fare i cittadini interessati?

Esattamente quello che farei personalmente, ossia
rilevando a chi di dovere questi tre aspetti essenziali: 1) essere in possesso
della prescrizione clinica, possibilmente con l’indicazione di gravità della
stessa (il decorso è evolutivo), 2) rammentare ai destinatari (gestori del
sistema) l’art. 32 della Costituzione, 3) fare riferimento alla Legge 833/1978
del SSN, precisando che nel contempo la propria situazione clinica è in fase di
peggioramento con le conseguenze del caso e, poiché questi ultimi sono attivi,
il non applicarne il rispetto da chi è preposto ne consegue la mancata assistenza medica e
quindi l’omissione. Tali evidenze con l’allegata prescrizione clinica, e la dichiarazione
di non essere riusciti ad ottenere una prenotazione per l’intervento in tempi
adeguati, va segnalata per Raccomandata A/R agli Enti preposti con richiesta di
riscontro entro e non oltre 30 giorni (Legge 241/1990). Vorrei aggiungere che
non vorremmo più leggere dai mass media: “Cataratta:
si allungano i tempi per l’intervento” (Corriere della Sera 31/3/2024),
oppure “Non ci vedo più, e nessuno mi vuole operare” (La Stampa 26/6/2025, “Oftalmico,
anestesisti dimezzati” (La Stampa e 17/7/2025); “Il primo oculista libero nel 2024 dopo cento chiamate ho anticipato”
(La Stampa 2/2/2023), “Visite ed esami,
il Piemonte accorcia i tempi ma l’appuntamento con l’oculista è tra due anni”
(Corriere della Sera 7/4/2023). Ma purtroppo, come ripeto da sempre, il
cittadino sa soltanto lamentare il proprio problema segnalandolo alle rubriche
dei giornali i quali, detto per inciso, non sono loro i diretti interessati a
cui rivolgersi (mero ed inutile sfogo), bensì i politici-amministratori del SSN
e/o SSR e, in sub ordine, le Autorità legali di competenza. A fronte di quanto
sinora espresso, non è mai troppo tardi se il cittadino impara o dovesse
imparare ad usare le armi del diritto-dovere e della penna e, sono certo che se
ben usate, i risultati non tarderanno a concretizzarsi a suo favore (provare
per credere). Un’ultima osservazione: in caso di gravi complicanze per
ritardato intervento (eventuale ipovisione o cecità) chi ne risponde? La
risposta potrebbe essere data da chiunque, e non mi sembra il caso di
precisarlo!
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