LE CONSIDERAZIONI SULLA NOSTRA
DIPARTITA NON SONO UGUALI PER TUTTI
Ma la morte non ha e non deve avere distinzione e, proprio per questo,
non c’é ragione di dare largo censo più a tizio piuttosto che a sempronio.
di Ernesto Bodini
Il pensiero della nostra
dipartita io credo che abbia sempre coinvolto ogni essere umano: chi in modo
costante e chi in modo più sporadico. Dal punto di vista antropologico e
psicologico sarebbe interessante sapere quali riflessioni fanno (o farebbero) su questo
aspetto, coloro che vivono nell’agiatezza e che magari non hanno mai avuto
particolari problemi di salute; come pure coloro che hanno eredi a cui lasciare
i loro beni… a volte senza non pochi problemi di attrito e se non anche legali.
Ma in buona sostanza, quanto “disturba” il pensiero del fine vita specie se
sino a quel momento si è stati in buona salute? Indubbiamente finché non si hanno problemi
esistenziali si tende a pensarci il meno possibile (si dice che importante è godersi la vita... finché si può, ma io non sono d'accordo), e ancor meno, a mio avviso, si dedica un po’ di spazio alla propria coscienza, ovvero a rievocare alcune
tappe della propria esistenza se percorse con onestà e altruismo, oppure meno; ma
quando si è sulla soglia dell’altra sponda tutto affiora e in pochi istanti
(come se si dovesse riavvolgere la pellicola
di un film), inevitabilmente, viene alla mente tutto ciò che dovremo
rendere conto a Dio. Ma in questo contesto quando sono le celebrità e i
benestanti a fare i conti con questo lungo viaggio senza ritorno, sanno a
priori che avranno ammiratori, amici e parenti per testimoniare (e applaudire)
il loro vissuto con quella ridondanza che tanto umilierebbe il povero della
porta accanto, del cui decesso nessuno si accorgerebbe e tanto meno lo
accompagnerebbe all’ultima sua meta. Se la vita prevede fortune diverse la morte
non fa distinzione alcuna, ed è proprio per questa ragione che siamo e dobbiamo
ritenerci tutti uguali: a Dio non interessa se in terra abbiamo vissuto con
titoli ed agiatezze varie, ma se abbiamo rispettato il Suo credo. Ma l’uomo, si
sa, per antonomasia è anche ipocrita tant’è che qualunque siano state le sue azioni
come pure le cause del decesso, alle esequie le espressioni nell’omelia sono
sempre le stesse (beata retorica!); ed è pur vero che una buona parola non la si
nega a nessuno specie in occasione dell’ultimo saluto, ma è altrettanto vero
che poco conforto si riesce a dare a chi ha subito angherie e soprusi da parte
dei loro simili, poiché il saper perdonare non è da tutti…! Dunque, applausi al
seguito di un feretro specie se il destinatario è stato un personaggio di
grande rilievo sociale, può suonare come un “insulto” alla dipartita del povero
clochard o dell’anonimo vicino di casa, il cui silenzio e anonimato non è meno
significativo di tanti altri esseri umani, sia essi dalla vita nobile che dalla
più dissoluta. Aggiungerei, inoltre, che giunti alla soglia dell’Eden saremo
soli con l’unica “difesa” della propria coscienza.
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