QUASI OTTANT’ANNI FA LA DICHIARAZIONE
UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. PERCHÈ NON RICORDARLA, E SOPRATTUTTO NON
RISPETTARLA?
Un prezioso documento ancora disatteso da
alcuni
Paesi che non intendono metterlo in pratica...
di Ernesto Bodini
Sacco & Vanzetti: vittime dello strapotere e del pregiudizio
Uno dei tanti casi di ingiustizia umana, aggravata dall’accanimento, mi fa venire in mente quello inerente alla vicenda dei nostri connazionali Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due protagonisti contro l’ingiustizia oltre oceano, ingiustamente condannati a morte negli Stai Uniti il 22 agosto 1927, dopo sette anni detenzione, accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta, nel 1920 a South Braintree, nei dintorni di Boston. In questa vicenda, come più volte è stato ricordato in molte pubblicazioni, ha fatto da sfondo il pregiudizio dei giudici statunitensi verso gli immigrati, in particolare se italiani, atteggiamento contestato con molte azioni di rivendicazione popolare, e anche da parte di personaggi particolarmente autorevoli e influenti e, come è stato dimostrato allora come oggi, chi detiene il potere si crede di ”diritto” superiore a chi lo ha creato…! È ormai trascorso un secolo da quel lontano 1927, e pare che l’opinione pubblica abbia dimenticato, come pure non consideri a sufficienza quanto è facile diventare “preda” di despoti, tiranni e di ambiziosi del potere. Questa carenza di sensibilità andrebbe recuperata anche solo citando qualche passo delle lettere scritte da Sacco e Vanzetti durante la loro detenzione. Tra la corrispondenza dei due italoamericani, riprendo un passo dell’ultima di Sacco al figlio Dante. «… Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario. Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero della fame, lo feci perché in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perché essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamato felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro…».
Di questa storia molto
si è scritto tra libri e articoli, proiezioni di filmati compresi in cui si rammenta
che a nulla valsero le numerose proteste
in molti Paesi per reclamare la grazia di Sacco e Vanzetti: sette anni di
inutili ricorsi, perché di fatto quello divenne un processo politico. Vanzetti,
in una delle ultime sedute del processo prima dell’esecuzione, il 19 aprile
1927 fece un breve discorso in cui tra l’altro disse: «Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati, noi siamo
condannati non per dei crimini che abbiamo commesso, ma perché siamo italiani e
perché siamo anarchici, ma siamo così convinti di essere nel giusto che voi
aveste il potere di ammazzarci due volte e rivivremmo per fare esattamente le
stesse cose che abbiamo fatto. E questo omicidio di stato non riuscirà a
estinguere il nostro limpido e inalterabile diritto di esistere e di pensare
secondo la nostra coscienza». Poi rivolgendosi al giudice Webster Thayer,
l’uomo che aveva emesso la condanna a morte, disse: «Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata
creatura della terra ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui non sono
colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono
colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un
radicale; ho sofferto perché ero un italiano, e davvero io sono un italiano
(…) se voi poteste giustiziarmi due
volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello
che ho fatto». Sacco e Vanzetti furono giustiziati (ammesso che questa sia
l’espressione appropriata) sulla sedia elettrica nella notte tra il 22 e il 23
agosto 1927, a pochi minuti l’uno dall’altro. Le loro ceneri riposano ora a
Torremaggiore. Vorrei concludere con una personale osservazione: ogni condanna
e ogni morte politica sono un oltraggio non solo alla Dichiarazione Universale
dei Diritti dell’Uomo, ma sono anche la dimostrazione che la mente umana è e
resterà sempre un labirinto inestricabile e misterioso, al cui interno alberga
anche chi di fatto non meriterebbe la menzione di Uomo… ma solo una sotto
specie di esso. Dicasi altrettanto per gli autori di condanne ingiuste (anche
non capitali) per errori giudiziari… in ogni Paese. Compreso il nostro!
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