Diritti umani e pregiudizi... il caso Sacco & Vanzetti

 

QUASI OTTANT’ANNI FA LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. PERCHÈ NON RICORDARLA, E SOPRATTUTTO NON RISPETTARLA? 

Un prezioso documento ancora disatteso da alcuni

 Paesi che non intendono metterlo in pratica...

di Ernesto Bodini

Da sempre quante volte, per un motivo o per un altro, chiamiamo in causa la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani? È una Carta di pregevole valore i cui 30 articoli enunciano i molteplici aspetti per il rispetto della libertà e della dignità umana di tutti i popoli. Il documento ha visto la luce a Parigi il 10 dicembre 1948 nel corso della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per poi essere recepito da tutti (o quasi) i Paesi per avvalersene in teoria e in pratica. Come è precisato nel preambolo il fondamento di tale Documento si basa sul riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della specie umana e dei suoi diritti, uguali e inalienabili, e ciò costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Ma purtroppo nel corso degli anni in più Paesi permane il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani, le cui conseguenze si sono manifestate e si manifestano in atti di barbarie offendendo la coscienza dell’umanità. Nonostante la necessità-importanza che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, in molti casi non è mai mancato il ricorso, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannide e l’oppressione e il conflitto Russia-Ucraina ne è il più recente e lampante esempio. Quindi molti i propositi delle Nazioni Unite per affermare la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, come pure nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ma nonostante l’impegno dei proponenti il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali sta venendo meno un po’ ovunque, forse perché tale Dichiarazione non è formalmemte vincolante per gli Stati membri, in quanto dichiarazione di princìpi, anche se riveste comunque una importanza storica fondamentale, quale testimonianza della volontà della comunità internazionale di riconoscere universalmente i diritti che spettano a ciascun essere umano. Ma come ben sappiamo ogni Paese, specie quelli soggetti a vincoli prevalentemente religiosi e storico-culturali di ancestrale origine, i concetti di dignità umana e rispetto di certi valori non solo sono disattesi ma addirittura “sconosciuti” e ripudiati… Evidentemente non sono bastati i due conflitti mondiali (tanto per essere attuali) a considerare che ogni essere umano è persona, e che come tale ha diritto di esistere per un preciso “disegno divino”, le cui ragioni si perdono nella notte dei tempi le quali includono il dovere-diritto della coesistenza. Tali affermazi0ni possono sembrare retorica, ma il fatto stesso che per garantire la convivenza e la pace si debba ricorrere ad emanare dichiarazioni universali, dimostra che la mente umana nei ragionamenti e nei comportamenti è misteriosa e quindi insondabile. Ma la mancanza della considerazione e del rispetto degli esseri umani, è dato dalle ambizioni di strapotere di certi “individui” (si noti questo termine), dal quale trarre godimento sino alla elevazione di una incontenibile catarsi, e questo è un altro aspetto della misteriosità della psiche. Nel contempo non sono mancati filosofi del pensiero umano con l’impegno di  capire origini e cause dei comportamenti dei loro simili, ma per quanto molti di essi fossero illuminati molte popolazioni sono sprofondate nell’abisso che, neppure Dante, forse, non saprebbe collocare.

Sacco & Vanzetti: vittime dello strapotere e del pregiudizio

Uno dei tanti casi di ingiustizia umana, aggravata dall’accanimento, mi fa venire in mente quello inerente alla vicenda dei nostri connazionali Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due protagonisti contro l’ingiustizia oltre oceano, ingiustamente condannati a morte negli Stai Uniti il 22 agosto 1927, dopo sette anni detenzione, accusati di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta, nel 1920 a South Braintree, nei dintorni di Boston. In questa vicenda, come più volte è stato ricordato in molte pubblicazioni, ha fatto da sfondo il pregiudizio dei giudici statunitensi verso gli immigrati, in particolare se italiani, atteggiamento contestato con molte azioni di rivendicazione popolare, e anche da parte di personaggi particolarmente autorevoli e influenti e, come è stato dimostrato allora come oggi, chi detiene il potere si crede di ”diritto” superiore a chi lo ha creato…! È ormai trascorso un secolo  da quel lontano 1927, e pare che l’opinione pubblica abbia dimenticato, come pure non consideri a sufficienza quanto è facile diventare “preda” di despoti, tiranni e di ambiziosi del potere. Questa carenza di sensibilità andrebbe recuperata anche solo citando qualche passo delle lettere scritte da Sacco e Vanzetti durante la loro detenzione. Tra la corrispondenza dei due italoamericani, riprendo un passo dell’ultima di Sacco al figlio Dante. «… Molto abbiamo sofferto durante  il nostro lungo calvario. Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero della fame, lo feci perché in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime  perché essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamato felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro…». 

Di questa storia molto si è scritto tra libri e articoli, proiezioni di filmati compresi in cui si rammenta che  a nulla valsero le numerose proteste in molti Paesi per reclamare la grazia di Sacco e Vanzetti: sette anni di inutili ricorsi, perché di fatto quello divenne un processo politico. Vanzetti, in una delle ultime sedute del processo prima dell’esecuzione, il 19 aprile 1927 fece un breve discorso in cui tra l’altro disse: «Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati, noi siamo condannati non per dei crimini che abbiamo commesso, ma perché siamo italiani e perché siamo anarchici, ma siamo così convinti di essere nel giusto che voi aveste il potere di ammazzarci due volte e rivivremmo per fare esattamente le stesse cose che abbiamo fatto. E questo omicidio di stato non riuscirà a estinguere il nostro limpido e inalterabile diritto di esistere e di pensare secondo la nostra coscienza». Poi rivolgendosi al giudice Webster Thayer, l’uomo che aveva emesso la condanna a morte, disse: «Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della terra ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un italiano, e davvero io sono un italiano (…) se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto». Sacco e Vanzetti furono giustiziati (ammesso che questa sia l’espressione appropriata) sulla sedia elettrica nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1927, a pochi minuti l’uno dall’altro. Le loro ceneri riposano ora a Torremaggiore. Vorrei concludere con una personale osservazione: ogni condanna e ogni morte politica sono un oltraggio non solo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ma sono anche la dimostrazione che la mente umana è e resterà sempre un labirinto inestricabile e misterioso, al cui interno alberga anche chi di fatto non meriterebbe la menzione di Uomo… ma solo una sotto specie di esso. Dicasi altrettanto per gli autori di condanne ingiuste (anche non capitali) per errori giudiziari… in ogni Paese. Compreso il nostro!


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