PRINCÌPI COSTITUZIONALI E LEGGI BASTANO
A GARANTIRE LA TUTELA DELLA SALUTE?
Si tratta di gestire meglio le risorse
disponibili a cominciare
dall’utilizzare meglio e nei tempi dovuti il PNRR
di Ernesto Bodini
Allo stato attuale,
in relazione all’art. 32 della Costituzione e alla legge 833/1978 della Riforma
Sanitaria, quanto è garantita l’attenzione alla persona nell’affrontare le
condizioni di malattia? Ricordo che relativamente al concetto di tutela della
salute sono contemplati i diritti del malato. Secondo la Raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa,
adottata a Strasburgo nel 1976, considerando che i progressi rapidi e costanti
della Medicina possono tendere a dare al trattamento sanitario un carattere
sempre più tecnico e talvolta meno unano, e constatando inoltre che i malati
possono essere mal accuditi, soprattutto quando sono curati nei grandi
ospedali; i Governi degli Stati membri (quindi anche l’Italia), sono invitati a
prendere tutte le misure necessarie per “tutelare il diritto dei malati alla
dignità e all’integrità”: la professione medica è al servizio dell’uomo per la
protezione della salute e per il sollievo delle sofferenze nel rispetto della
vita umana e della persona umana. È altresì da ricordare che nel 2002 a
Bruxelles è stata presentata la Carta
Europea dei Diritti del Malato, riconosciuta dal Parlamento Europeo e dal
Parlamento Italiano. In questa Carta sono proclamati 14 fondamentali diritti
dei pazienti, tra i quali il diritto all’informazione sul proprio stato di
salute, il diritto al rispetto del tempo del paziente, il diritto ad evitare le
sofferenze e il dolore non necessari, il diritto al trattamento personalizzato,
il diritto al reclamo e al risarcimento dei danni subìti. L’ambiente
ospedaliero deve essere rispettoso delle esigenze e dei bisogni del paziente, e
va pure precisato, come esplicita l’Atto
Costitutivo dell’OMS (1946): “La salute
di tutti i popoli è una condizione fondamentale della pace nel mondo; essa dipende
dalla più stretta collaborazione degli individui e degli Stati”. Ma a
fronte di queste precisazioni che di tanto in tanto vengono menzionate anche
dagli stessi politici, l’Italia quanto e come si attiene? Da sempre, quando si
avvertono carenze e disfunzioni si corre ai ripari con emanazioni di nuove
direttive e regolamenti “correttivi” come ad esempio Leggi ad “hoc”, ma ai fini
della applicazione gli stessi non sempre offrono il dovuto riscontro e la
Riforma del Titolo V della Costituzione: (deleterio federalismo) ne è l’esempio
principe. È pur vero che Associazioni e altri Movimenti sollecitano il rispetto
di quanto stabilito, ma è altrettanto vero che le inefficienze, gli inadeguamenti
e i ritardi non mancano mai. Vi sono casi in cui esami strumentali e visite
specialistiche sono prescritti anche con carattere di urgenza (Codici di
priorità), come pure determinati interventi (per il vero spesso rispettati), ma
in altri casi se il paziente non si lemanta ufficialmemte e con le modalità
dovute, rischia di non essere curatom (o in modo non adeguato) con immaginabili
conseguenze. E in questi casi chi ne risponde?
Ovviamente è logico dedurre le Istituzioni di riferimento preposte, in
quanto lasciando inalterata l’operatività di una Legge o di una procedura, le
stesse devono essere riprese per imporne l’applicazione. Si prenda, ad esempio,
i molti casi di pazienti ai quali è stata prescritta la rimozione della
cataratta (sostituzione del cristallino), per il cui relativo trattamento i
tempi di attesa sono assai lunghi (oltre che snervanti), e nel frattempo la
patologia tende a peggiorare compromettendo sia la salute che la vita di
relazione. Altrettanto dicasi per i ricoveri temporanei o definitivi nelle RSA
(mancano strutture e posti letto anche in convenzione), o altre esigenze per la
prescrizione del recupero riabilitativo, magari dopo un intervento chirurgico,
ma se ciò avviene con un certo ritardo rispetto alla data di prescrizione (per
via delle liste di attesa), la compromissione del recupero è garantita… Quindi,
anche in questi casi chi ne risponde? Ora, a me sembra poco utile, dal punto di
vista pratico, ricordare ogni giorno alla
popolazione i valori della Carta Costituzionale e le Leggi riguardo alla tutela
della salute, se poi non si riesce a garantire il rispetto di quanto dovuto nei
tempi prescritti. Ma l’incongruenza non scalfisce i politici-amministratori,
che solitamente sono in una posizione “più favorevole” (non ho mai visto un
assessore o un burocrate di alto grado fare la coda agli sportelli per una
prenotazione sanitaria se volessero essere assistiti dal SSN), mentre dovrebbero
fare di più per garantire la tutela della salute pubblica e, se non ci
riescono, sarebbe coscienzioso se si facessero alcune domande con l’ipotesi
(per onestà intellettuale) di lasciare il loro incarico ad altri; ma ciò non
avviene quasi mai se non per effetto di qualche scandalo che li riguarda, o per
fine mandato. È indubbio che presiedere
il comparto della Sanità pubblica è tanto oneroso quanto appetibile, ma
accettando tale ruolo bisogna essere consapevoli, in qualunque circostanza, di
dover garantire la salute ai cittadini, e non farsi “ammaliare” dall’ambizione
di ricoprire il ruolo di gestore-apicale della Sanità pubblica: il politico a
volte è impersonato dalla figura di Ulisse che si faceva ammaliare dal canto
delle sirene. Certo, i riconoscimenti per il buon operato (specie se meritati)
fanno piacere, ma in caso di inottemperanza da parte di chi dirige, non essere
tutelato in salute al paziente fa altrettanto dispiacere… quando non succede di
peggio! Allora che fare? Alzi la voce (anzi la penna) quel cittadino-paziente
che rischia di perdere la propria salute, puntando il dito contro un
“avversario” (sia esso in buona fede o meno) che non ha saputo far rispettare
un diritto sancito per Leggi e Costituzione, mentre egli sta ad osservare…
quasi sempre senza patire alcuna conseguenza.
CARENZA ASSISTENZIALE TERRITORIALE
ANCHE IN PIEMONTE
Tra le esisgenze
per una più immediata e completa assistenza dei pazienti (spesso anziani) che
non sono in grado di restare al proprio domicilio, se non dopo una ripresa
psico-fisica, il PNRR (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza) prevede fondi per
la realizzazione delle cosiddette Case di Comunità. Ma di cosa si tratta? Le Case della Comunità sono strutture socio-sanitarie
territoriali che rappresentano il fulcro della nuova rete assistenziale
territoriale e il primo punto di contatto tra il cittadino e il sistema
sanitario pubblico. Offrono servizi sanitari di base, attività di
prevenzione, e promuovono la salute, integrandosi con i servizi sociali e le
comunità di riferimento. L'obiettivo è garantire un'assistenza più vicina,
accessibile e integrata alla popolazione, riducendo il ricorso agli ospedali. Nella Regione subalpina ne sono previste 81 con 122 milioni
di fondi previsti dal Pnrr. Attualmente (marzo 2025) sono 28 con un servizio
attivo, 10 con presenza medica attiva e 2 con presnza infermieristica attiva.
Il piano regionale ne prevede 27 con a disposizione 66 milioni di fondi Pnrr.
Tali Case di Comunità dovranno essere
pronte entro il 2026, ma al momento solo 28 hanno aperto in Piemonte, e nemmeno
una ha tutti i servizi previsti attivato secondo il bilancio dell’Agenas. Forse
a tale ritardo ha contribuito la pandemia e si temeva di dover ricorre
all’ospedale per i molti malati colpiti dal virus; ed è così che si è pensato
di aprire ora queste “sospirate” Case, poliambulatori per visite specialistiche
con medici di famiglia e spazi per la riabilitazione, lontani dalle corsie. Secondo
il Pnrr manca circa un anno e mezzo dalla completa realizzazione di questo
“fantasioso” quanto utile progetto di ricovero; ma secondo l’Agenas a fine
gennaio (2025) i lavori di 3 Case di Comunità su 10 non erano iniziati. Aperto
in aprile quello di corso Toscana a Torino. Si spera anche che per gli ospedali
di Comunità (strutture di ricovero intermedio tra domicilio e ospedale: 27
previsti con 76 milioni di fondi Pnrr; ma nel contempo bisogna fare i conti con
la mancanza di 400 medici preposti e oltre 6.000 infermieri. Si dice: chi vivrà
vedrà, ma intanto i primi a patire sono i pazienti e a ricaduta i loro
famigliari. Un’ultima osservazione: in questi anni nelle RSA del Piemonte come
in qualche altra Regione, non sono mancati casi di gravi comportamenti lesivi
da parte del personale nei confronti dei degenti, e questo, oltre alle gravi
ripercussioni dal punto di vista umano, gli operatori coinvolti se allontanati,
sospesi o licenziati dal servizio hanno contribuito a “rallentare” i tempi di
assistenza… Tali eventi, a mio modesto avviso, si potrebbero prevenire se il
personale a contatto con il pubblico venisse periodicamente sottoposto a test-attitudinale:
è infatti dimostrato che dopo anni di lavoro (specie se frustrante) subentra o
potrebbe subentrare l’assuefazione con la conseguenza del disinteresse e dello
scarso rendimento.
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