Quel diritto-bisogno...

 

QUEL DIRITTO-BISOGNO DA COMPRENDERE E RISPETTARE 

La sofferenza umana non ha mai fatto distinzioni, ma la scelta inevitabile di

morire è ancora un fatto molto personale che nessuno dovrebbe osteggiare

di Ernesto Bodini


Spesso quando veniamo a sapere del decesso di una persona a noi nota o meno, ma soprattutto dopo che questa ha vissuto per molto tempo tra indicibili sofferenze, ci dovremmo immedesimare, per quanto possibile, nella sua realtà esistenziale. Mi riferisco all’ultimo caso di questi giorni, ossia al suicidio assistito della cinquantenne giornalista Laura Santi di Perugia, affetta da sclerosi multipla in stadio particolarmente avanzato. Sin dagli albori dell’umanità quasi tutti gli esseri umani hanno conosciuto la sofferenza fisica (se non anche quella psicologica), in particolare se causata da gravissime malattie, un tempo non trattabili per l’inesistenza dei relativi farmaci, e oggi perché non più in grado di contenerla  nonostante la disponibilità di antidolorifici e delle cosiddette cure palliative. Questo prologo può sembrare retorico mentre vuole essere un inizio a considerare gli immensi valori della vita e la capacità di apprezzarli, siano essi propri o altrui, ma purtroppo non sempre ciò avviene o comunque non nel modo dovuto… a volte a causa di molte sofferenze. Vi sono circostanze in cui l’essere umano incontra suo malgrado esperienze che lo fanno soffrire al punto da desiderare di abbandonare di sua volontà la vita terrena, non essendo più in grado di lottare contro il dolore, ma anche con gli enigmi posti dal creato, condizionato dal proprio credo, dalla propria fede: una sorta di crisi mistica e di coscienza che personalmente immagino essere una ulteriore lotta impari. Ecco che in questi casi la vicinanza dei propri cari e la sempre costante disponibilità di chi è preposto alla cura, rappresenta quel sostegno (per quanto flebile) che potrebbe aiutare, sia pur indirettamente, ad avere maggiore coscienza di sé nel decidere se, come e quando, invocare quell’atto “liberatorio” per raggiungere la pace fisica, psichica… ed eterna. Tutto ciò sembrerebbe scontato ma credo che in realtà non lo sia, ed è per tutte queste ragioni che approfondire e diffondere una maggiore cultura del concetto di fine vita potrebbe allargare orizzonti che per molti (non in tali condizioni) sembrano essere molto lontani. Volendo essere più profondi per cercare di meglio comprendere questo “impegno” che la vita terrena spesso non ci vuole risparmiare, a mio modesto avviso potrebbe essere di aiuto (anche se modesto) rievocare il vissuto di alcuni filosofi, la cui esistenza anche se non segnata da sofferenza prettamente fisica, è stata fortemente turbata nel proprio animo per ragioni che noi contemporanei forse riterremmo meno importanti.. o forse addirittura superflue. Ma di fronte alla non sopportazione di un dolore fisico permanente, senza una minima possibilità di ridimensionamento, il corpo umano è costretto a soccombere e la mente umana non può che adeguarsi: di qui l’esigenza-desiderio di tornare alle origini… Ma se decidere in tal senso implica una sorta di autoresponsabilità, la stessa deve richiamarsi a coloro che non intendono o non sanno immedesimarsi nella sofferenza altrui, e ciò a dire: provare per credere! Ma in sostanza, quale ulteriore sacrificio comporta la decisione di anticipare la propria dipartita? Va da sé, come ripeto, che la sofferenza è doppia e credo che nessuno sia in grado (e tanto meno debba avere la presunzione) di interpretare ciò che non è più sopportabile fisicamente… e psichicamente. Da buon cristiano e cattolico e quindi di indole altruistica, ritengo che si dovrebbe dedicare un po’ del nostro tempo a riflettere su questi casi, avvicinadoci di più al mondo della scienza medica, visitando luoghi dove si soffre e si cura apprezzando le notevoli potenzialità della Medicina e nel contempo consapevoli anche dei limiti della stessa. Ma ciò io credo che avvenga molto di rado in ragione del fatto che quando si sta (troppo) bene, non si pensa minimamente di poter essere un giorno coinvolti in una simile esperienza, ossia desiderare di morire proprio per non soffrire. Ecco che anche in questi casi la carenza culturale la fa da padrone, ma basterebbe essere un po’ più “responsabili” di noi stessi e nei confronti del prossimo, avendo nel contempo maggior rispetto e considerazione per tutti coloro hanno scelto di curare il prossimo, proprio con quelle professionalità e abnegazione dimostrate in particolare nel periodo della pandemia da Covid-19, un’esperienza che ha messo a confronto costante il sanitario e il paziente con al centro lo spettro della sofferenza prima, e della morte poi.


Commenti