Ancora sul fine vita...

 

SE PER PORRE FINE ALLA SOFFERENZA MORIRE È UN DIRITTO 

Sempre più “tardivi” i deputati a decidere se tale scelta debba

 varcare la soglia della legalità… o dell’etica. Il perpetuo e ipocrita

tergiversare è un contributo indiretto a prolungare la sofferenza.

di Ernesto Bodini (giornalista scientifico e divulgatore di tematiche sociali) 

 

Sempre più serrato e inconcludente il dibattito sul diritto di farsi aiutare a morire. Un diritto che alcuni pazienti affetti da patologie croniche e dai dolori spesso insopportabili reclamano, e ciò non per “gettare la spugna” quali meri rinunciatari alla vita, ma in quanto giunti al massimo stadio della patologia e soprattutto dell’estremo grado di non sopportazione. Ma come ben sappiamo nel nostro Paese, come in alcuni altri, tale desiderio-diritto è precluso, anzi finora è illegale, come voler mantenere perpetua la condanna del sofferente. È pur vero che, stando alle origini della Fede cristiana, costituirebbe peccato anche togliersi la vita ma è altrettanto vero che a parte l’interessato nessuno può giudicare il grado di sopportazione di un dolore fisico. Senza entrare nel merito delle varie scale di misurazione del dolore la cui applicazione spetta ai medici e agli infermieri, oltre che al paziente stesso, è comunque da considerarsi il tipo di patologia la cui gravità è irreversibile, tale da non consentire accettabile l’esistenza in alcun modo: si consideri ad esempio le malattie oncologiche all’ultimo stadio non più gestibili con i farmaci, o anche alcune patologie neurodegenerative come la Sla, la sclerosi multipla, alcune gravi forme di tetraparesi spastica, etc. Oltre al fatto che nella maggior parte dei casi queste patologie riguardano pazienti giovani-adulti, in essi subentra la “considerazione” del valore della vita che probabilmente si va esaurendo con il grado di sofferenza che si protrae nel tempo… inesorabilmente. Io credo che ben poco conti l’essere credente, ateo o agnostico, ma il vedersi davanti una vita senza più alcuna aspettativa e che va spegnendosi con ulteriore sofferenza nel non riuscire a porvi fine, rasenta l’ultimo passo dei misteri esistenziali la cui assenza di risposte è un ulteriore stillicidio e quindi maggior sofferenza psico-fisica. Ora se in un Paese cattolico come l’Italia persiste l’incapacità di valutare questo problema da parte dei politici governanti, proprio perché nessuno vuol prendersi la responsabilità di varcare le frontiere dell’etica sociale, o più “semplicemente” di spiegare le possibilità legali e mediche che esistono tra la speranza di vivere e quella di morire, costituisce a mio avviso un ulteriore indice di sofferenza per il paziente che consiste nel non rispettare la sua dignità. A questo punto della situazione sarebbe “utile” sapere come potrebbe reagire un politico (governante e non) se dovesse egli stesso incorrere in una simile esperienza, e in tal caso non credo che lo stoicismo non lo sfiorirebbe nemmeno… Pertanto, mi permetto di suggerire a chi è deputato a considerare questa realtà e a decidere in merito, di provare ad avvicinarsi a questi casi presenziando negli ospedali o nel far visita al loro domicilio, ma con l’accortezza di lasciare il pietismo fuori dalla porta cercando di intensificare il proprio grado (sincero) di immedesimazione. Ma io credo che a nessuno di loro sia mai venuto in mente tale pensiero, nonostante l’esperienza della pandemia da Covid-19 abbia dimostrato in molti casi il grado di sofferenza, ossia l’essere inermi e con grave difficoltà respiratoria, per non parlare  dell’incertezza ossia il superare l’evento o il morire… magari senza la possibilità e conforto di poter abbracciare per “l’ultima volta” i propri cari. In questi anni personalmente ho avuto l’opportunità di frequentare molte volte corsie di ospedali, di colloquiare con pazienti e loro famigliari (come pure con i loro curanti), se non anche presenziando a qualche colloquio, il più delle volte percependo in essi attimi di angoscia soprattutto alla comunicazione di una diagnosi infausta. Sono parentesi che ho pure descritto, ovviamente nel massimo rispetto della privacy, e in cuor mio ho vissuto qualche attimo di “angoscia” pseudo-partecipativa. Un caso emblematico riguarda un paziente che ho conosciuto al proprio domicilio, affetto da Sla all’ultimo stadio (intubato e totalmente monitorato) assistito dai suoi famigliari in una atmosfera di composta intimità e, per certi versi, anche di rassegnazione. Quello sguardo nel vuoto e forse parzialmente inconsapevole di essere in uno stato vegetativo, mi ha fatto riflettere ma ovviamente senza poter essere minimamente parte attiva… Ecco che, riallacciandomi ai concetti iniziali dell’articolo, mi permetto di suggerire a chi è deputato ad aiutare queste anime sfortunate (mi si perdoni l’eufemismo), di superare le proprie indecisioni non solo andando a conoscere di persona alcuni di questi casi, ma anche di approfondire la conoscenza del pensiero di alcuni filosofi, la cui scelta deve essere personale e non condizionata e, forse, da loro potrebbero cogliere qualche contributo utile a comprendere meglio i valori esistenziali e che la dignità umana va rispettata cominciando ad allontanare la sofferenza… con il massimo sostegno della scienza medica.


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