A 90 anni dalla nascita dell'antropologo Lombroso

 

A NOVANT’ANNI DALLA NASCITA DEL FAMOSO

ANTROPOLOGO CESARE LOMBROSO 

Preziose pubblicazioni e un Museo a Torino 

·           di Ernesto Bodini


Storia della Medicina: che passione! Ma la si insegna ancora nelle Facoltà italiane? Sono anni che tra le ultime matricole non si fa cenno a questa disciplina che pure negli anni addietro, ha suscitato interesse sia dal punto di vista storico-scientifico che culturale. Ma oggi, per quanto mi risulta, questo interesse pare essere svanito o comunque ridimensionato, come fosse la cenerentola di tutte le materie in ambito medico e sanitario. Ma perché questo preambolo? Per evidenziare che tale lacuna tende a dimenticare i pionieri del progresso medico-scientifico e storiografico, che tanto lustro seppero dare per raggiungere gli orizzonti del sapere volti a  formare  futuri medici. Tra questi è doveroso ricordare Cesare Lombroso  (Verona 1835 – Torino 1909 – nella foto), scienziato di fama internazionale, precursore della Antropologia Criminale, e per questo anche ottimo divulgatore. Già ufficiale della Sanità Militare, ebbe in seguito l’occasione di intraprendere studi antropologici e culturali sulla popolazione della Calabria, dove fu inviato per tre mesi, epoca in cui si era “instaurata” la repressione del banditismo. Alla fine della Guerra di Indipendenza, quindi dopo il 1866, si dedicò allo studio della pellagra dando alle stampe il “Trattato profilattico della Pellagra del 1869”, che gli procurò fama ma anche qualche contrasto con alcuni autori in merito alla eziopatogenesi e curabilità della malattia. Appena trentenne, nel 1866, abbracciò la carriera universitaria come professore straordinario di malattie nervose a Pavia; nel 1874 partecipò al concorso per la Cattedra di Medicina Legale di Torino, uscendone vincitore e anche in questo caso non senza alcuni contrasti. Tra le sue opere la prima comparve nel 1876 con la prima edizione de’ “L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie”, un lavoro che raccoglie il nucleo centrale della sua dottrina. A questo riguardo, faceva notare il medico legale Mario Portigliatti Barbos (1924-2017), l’antropologia criminale ha molteplici radici culturali da lui ben assimilate: a) antropologia: esistenza sistemica; b) atavismo: arresto del criminale ad un livello filogenetico più basso nella scala della natura: c) frenologia: correlazione fra aree cerebrali e funzioni psicologiche; d) evoluzionismo (darwinismo, divulgato a Torino dopo il 1871 da Filippo De Filippi, Michele Lesson, Giovanni Canestrini; e) patologismo: studio delle anomalie, malformazioni, asimmetrie come le stigmate deliquenziali; f) degenerazione morale; g) epilettoidismo: favorente la fusione dei caratteri del criminale nato con quelle dell’epilettico. Queste premesse sono la raccolta di tutte quelle alterazioni (fisiche e psichiche) che, a suo giudizio, connotavano emblematicamente il criminale e delle quali il Museo di Antropologia Criminale di Torino conserva anche oggi una ricca documentazione storica. Da qui il contributo al pensiero della sua opera, ma essenzialmente a questo autore spetta il merito di aver elaborto molti elementi mettendo in evidenza i rapporti. Nacque così la tipologia criminologica, in seguito ampliata nelle varie edizioni de’ “L’uomo delinquente” (pagg. 252 del 1876, pagg. 740 nel 1878, pagg. 1241 nel 1889, pagg. 1.903 nel 1896.

Un scorcio del Museo

Lombroso fu uomo e scienziato di grande entusiasmo passando sotto i filtri del razionalismo e naturalismo nella sua epoca, non esenti dell’influenza delle deformazioni, degli estremismi, della unilateralità, etc. Grazie a questi meriti il Lombroso nel 1903 dalla Cattedra di Psichiatria passò a quella di Antropologia Criminale, da poco istituita in riconoscimento dell’autonomia della disciplina da lui creata. Da qui il momento di maggior fortuna formale di un’idea che per la somma di alcuni fattori come quelli scientifici, culturali e politici, in Italia si assistette ad un rapido declino, coincidendo con la morte di Lombroso il 19 ottobre 1909. Da allora in poi diverse le pubblicazioni come la riedizione de’  L’uomo delinquente” del 1971 (pagg. 473), Napoleone editore; “Nati per il crimine – Cesare Lombroso e le origini della criminologia biologica” del 2004 (pagg. 389) a cura di Mary Gibson (Bruno Mondadori); “Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente” del 2009, a cura di Pierluigi Baima Bollone (Ed. Priuli & Verlucca); “Cesare Lombroso. Gli scienziati e la nuova Italia” del 2010 (pagg. 294) a cura di Silvano Montaldo (Ed. Il Mulino), “Essere figlie di Lomboroso. Due donne intellettuali tra ‘800 e ‘900” (pagg. 263), a cura di Delfina Dolza (Ed. Franco Angeli). Preziosi contributi per una “doverosa” conoscenza i cui valori storici non devono cadere nell’oblio, tant’è che nel 2009 per il centenario della morte dello scienziato, gli storici e cattedratici Silvano Montaldo e Paolo Tappero hanno dato alle stampe “Il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso” (pagg. 326), edito da Utet. Con quest’ultima opera si annunciava la riapertura a Torino del Museo Criminale, sede di una ricca collezione che comprende preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato e produzioni artigianali e artistiche (anche di pregio) realizzate da internati nei manicomi e da carcerati. Questa ricca raccolta di materiali Lombroso la iniziò dal 1859 per continuarla per il resto della sua vita, con l’aiuto dei suoi allievi e ammiratori che in Italia e in altri Paesi (Africa, America, Asia e Australia) si ispirarono alle sue teorie. Fu poi Mario Carrara, genero e successore di Lombroso, a proseguirne l’opera fino al 1932, quando venne espulso dall’Università per aver rifiutato di giurare fedeltà al fascismo.. «Il museo unico al mondo – fanno notare gli autori –, non è una raccolta di strumenti di punizione, anche se ne possiede alcuni, e nemmeno offrire al pubblico una sequenza di grandi criminali e di delitti efferati, sebbene tratti anche della criminalità, quindi non un museo dell’orrore; ma la presentazione del pensiero di uno scienziato fortemente interessato ai problemi della sua epoca, guidato da curiosità verso il crimine e verso qualsiasi forma di devianza dalle norme della società borghese ottocentesca…». Non si badi al fatto che Lombroso ai suoi tempi fu considerato da taluni un genio, da altri un ciarlatano; ma è doveroso confrontarsi con il complesso e controverso rapporto che tutti abbiamo nei confronti del nostro prossimo.


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