Quando i riconoscimenti pubblici sono discutibili...

 

QUANDO I RICONOSCIMENTI RASENTANO L’INUTILITÀ VALORIALE...

È dovere di tutti svolgere bene una propria mansione, sia essa pubblica o privata

di Ernesto Bodini

Spesso mi domando quanto sia necessario e utile riconoscere premi a destra e a manca, sia per meriti sportivi e culturali che per quelli aventi carattere “istituzionale”. In quest’ultimo caso ritengo sia bene puntualizzare che un dipendente dello Stato, o di una qualunque altra Istituzione Pubblica minore, quando compie un’azione (per quanto meritoria) durante il suo mandato ogni qualsivoglia onorificenza è come voler sottolineare: «Ha fatto bene il suo dovere e per questo si è distinto ulteriormente». Nei giorni scorsi da un quotidiano ho rilevato che ad un personaggio ricoprente una carica istituzionale di rilievo, gli è stato conferito un Premio Internazionale (ben denominato) per aver interpretato con straordinaria dedizione e rigore il ruolo di servitore dello Stato… A questo punto mi corre l’obbligo fare due precisazioni. Prima: un dipendente che ricopre una qualunque carica pubblica non è servitore dello Stato, bensì è al servizio della collettività, casomai lo Stato è il suo datore di lavoro; seconda: svolgere mansioni aventi come obiettivo il rispetto della legalità, della persona e del benessere dei cittadini quale riferimento degli stessi rientra proprio tra i suoi compiti. Ora, se tutti i dirigenti e funzionari pubblici operanti in una qualunque P.A. avessero “un passo in più” dal punto di vista comportamentale, in teoria si dovrebbe elevarli all’Olimpo degli Dei, con il rischio di andare ad incrementare la pletora dei Santi, con tutto il rispetto di chi Santo è divenuto meritevolmente… post mortem. Tutto ciò, a mio modesto avviso, vale anche per chi esercita nel privato in quanto è bene considerare normale che un lavoratore svolga bene e con coscienza la propria mansione che gli è stata affidata; mentre il dramma è quando determinati dipendenti (pubblici e privati) non sono collocati al posto giusto per indebita valutazione delle rispettive competenze e predisposizioni… con le conseguenze del caso. Detto ciò non intendo denigrare alcuno, ma più semplicemente dare una sforbiciata a quelle meritocrazie (pubbliche e private) che spesso sono improprie, specie quando i ruoli assegnati rientrano nella normalità. Chi scrive non è un “disfattista” (come forse si vorrebbe ritenere), ma appartiene a quei pochi “veri” e convinti anticonformisti la cui filosofia, sia pur lontanamente, si avvicina per certi versi a quella socratica e seguaci dell’umiltà. Diverse, invece, sono le considerazioni verso coloro (dipendenti di un Ente pubblico o privato) che, al di fuori del proprio ruolo, sono inclini ad atteggiamenti di evergetismo e filantropia, non chiedono denaro ad alcuno e soprattutto agiscono in prima persona verso un loro simile, anche perché l’agire in collettività (almeno nel nostro Paese) quasi sempre è dispersivo e non sempre con esiti positivi, perdendo di vista l’obiettivo che l’interessato si è preposto. Va anche detto che l’Italia vanta un lungo elenco di protagonisti (pubblici e soprattutto privati) ai quali è stata riconosciuta una certa onorificenza e questo, si badi bene, non è certo azione “malvagia” ma piuttosto una consuetudine che allontana le Istituzioni dalle esigenze dei cittadini, i quali non riescono ad ottenere un colloquio con il burocrate (magari pluripremiato), e nemmeno avere un riscontro ad una missiva ad egli inviata. E questi sono solo due esempi! Quindi, decorare tizio piuttosto che caio o sempronio perché si è “distinto” più di altri, lascia il tempo che trova e che, con tutto rispetto, con grande sforzo di volontà non vorrei intendere come ipocrisia. Da tempo, ormai, la mia faretra è sempre più ricca di frecce non avvelenate (ovviamente), ma di dardi intrisi di quel liquido invisibile che si chiama semplicità dell’Essere e del saper fare, lontano da ogni possibile arrivismo e relativo palcoscenico. Concludo chiedendomi quanto possono pesare le medaglie sul petto di chi le porta, e quanto povera sia la loro filosofia di vita del saper Essere e del saper realmente fare. Ovviamente senza lustrini e merletti! E come diceva lo storico Cesare Cantù (1804-1895): "Fare il proprio dovere val meglio dell'eroismo".

 

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