UGUAGLIANZA DOVE SEI? PERCHÈ NON TI FAI ONORARE?
E TU CITTADINO CONSAPEVOLE PERCHÈ NON TE NE AVVALI?
Si dovrebbe essere tutti coscienti che per esigere il rispetto
di tale diritto esistono modalità di azioni democratiche
di Ernesto Bodini
Ma in un Paese democratico, come l’Italia, siamo davvero tutti uguali per le Istituzioni apicali e locali? Sembra una domanda banale e la risposta altrettanto banale dando per scontato che essa sia affermativa, giacché questo principio rientra tra i principali della Costituzione. Ma da come procedono i fatti da molto tempo, e a tutt’oggi, non mi sembra proprio che si possa parlare di uguaglianza per i cittadini che, in non pochi casi, vengono idealmente e concretamente suddivisi per “classi di appartenenza” a seconda della condizione sociale, culturale ed economica, se non anche per l’orientamento politico. Si prenda, ad esempio, il sempre più discusso SSN che pur garantendo le diverse prestazioni, la mancanza di uguaglianza ha diviso i cittadini-pazienti (o potenzialmente tali) essenzialmente in tre fasce: quelli che possono accedere alle prestazioni più o meno in tempi ragionevoli, quelli che sono costretti a ricorrere alla sanità privata, quelli che per le lunghe liste attesa ed essendo indigenti rinunciano a farsi curare… con le conseguenze del caso. Altro aspetto di disuguaglianza riguarda i cittadini con disabilità che, in non poche circostanze, hanno difficoltà ad ottenere la fornitura di determinati sussidi atti a contenere e/o correggere la propria disabilità (vedi il mancato aggiornamento per anni del Nomenclatore Tariffario degli ausilii); per non parlare di quelli che per avere un posto di lavoro devono ricorrere a determinate Leggi che, seppur rispettate, il loro diritto viene quasi sempre eluso. Si includa anche il problema delle barriere architettoniche e psicologiche, sovente insormontabili o con difficoltà. E che dire dei cittadini che hanno varcato la soglia della estrema povertà e spesso abbandonati a se stessi? Per continuare ci sarebbe da considerare la vergognosa disuguaglianza nei confronti di quei cittadini reclusi che per diverse ragioni non sono riusciti a dimostrare di non aver commesso alcun reato, e quindi fanno parte della schiera dei detenuti innocenti a causa di errori giudiziari e, quando ritenuti innocenti, faticano non poco ad ottenere il dovuto risarcimento. Potrei fare altri esempi ugualmente deleteri ad onta del buon nome del Paese, ma se si vuole essere obiettivi ed intellettualmente onesti, non si possono negare le molte evidenze che affliggono tutti noi, ovviamente meno i privilegiati che se ne fregano del principio di uguaglianza. Questo concetto rammento che fa riferimento all’art. 3, comma 1 della preziosa Carta che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza (che brutto termine, nda), di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Consultando manuali rilevo ulteriori precisazioni in merito al concetto di uguaglianza, esso rientra nell’ambito dell’efficacia delle norme giuridiche: la legge si deve rivolgere ugualmente a tutti, governanti e governati, ricchi e poveri, uomini e donne; nessuno, in ragione della propria posizione sociale, può essere esentato dal rispettarla. Concetto ulteriormente ripreso nelle aule di tribunale con tanto di scritta alle spalle della Corte: “La Legge è uguale per tutti”. Va altresì precisato che oltre all’uguaglianza formale l’art. 3 della Costituzione, al 2° comma, afferma anche l’uguaglianza in senso sostanziale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Va da sé che proprio
perché tutti devono avere la stessa concreta possibilità di condurre
un’esistenza nel contempo libera e dignitosa, i poteri pubblici devono
intervenire per eliminare i privilegi e le principali disparità eventualmente
create dal sistema economico, sociale e burocratico (ma aggiungerei anche dalle
costanti divergenze politiche), attraverso leggi che stabiliscano trattamenti
differenziati a favore dei più deboli. Più precisamente attraverso leggi che
diano adeguata attuazione ai cosiddetti diritti sociali di prestazione. Ma come
si può parlare di uguaglianza e di rispetto dei diritti quando, sin dal 2001,
con la Riforma del Titolo V della Costituzione si è creato il Federalismo a
causa del quale, nell’ambito della Sanità (e non solo), ad esempio,
l’erogazione e le modalità delle prestazioni sanitarie variano da una Regione
all’altra: pazienti del sud continuamente migrano al nord…, e a parità di esigenze
si può dedurre la seguente sentenza: dimmi in quale Regione risiedi e ti dirò
che diritti avrai! Inoltre il problema è ulteriormente “aggravato” dal fatto
che la maggior parte degli italiani, pur a fronte dei molti episodi di
disuguaglianza, non sanno (o non vogliono) prendere posizione nei confronti
delle Istituzioni pur potendo dimostrare l’inosservanza dell’art. 3 da parte
delle stesse, se non scrivendo lettere ai giornali (“sfogatoio pubblico gratuito”),
oppure scendendo in piazza al seguito di qualche loro leader (“imbonitore”) per
nulla o poco ottenere. Diversamente, a mio avviso e come più volte ho spiegato,
sarebbe più utile un intervento mirato alle Istituzioni con esposti-segnalazioni
(all’occorrenza a titolo cautelativo) in forma individuale ma imitata contemporaneamente
da tutti. Ma ciò non è mai accaduto e purtroppo mai accadrà, non solo in quanto
mera utopia ma anche perché come torno a ripetere, generalmente il popolo
preferisce vivere con un problema che non riesce a risolvere, piuttosto che
accettare una soluzione che non riesce a comprendere! Quindi, invocare il
diritto di uguaglianza e non sapersene avvalere in modo opportuno e
democratico, equivale a sottovalutare i principi della Costituzione la cui
nobiltà è destinata ad onorare soltanto chi li ha promossi. Alla luce di quanto
sinora espresso non si può sottacere la carenza di trasparenza da parte delle
Istituzioni nei confronti dei cittadini, in quanto oggi non è più possibile
avere un colloquio “de visu” con un assessore, un dirigente o un funzionario di
una P.A., ma il contatto solitamente avviene per e-mail o per telefono previo
filtro della segreteria. A mio avviso niente di più “blasfemo”, anche perché vi
sono situazioni particolari che per essere chiarite, comprese e risolte vanno
discusse di persona. Tale “non trasparenza” da parte dei burocrati è per certi
versi paragonabile a quella degli operatori dei call center: loro sanno chi
siamo, ma noi non sappiamo chi sono loro celandosi dietro una linea telefonica. E
questa non trasparenza a volte può risultare deleteria. Un’ultima osservazione:
spesso ci viene ricordato dalle Istituzioni e dai mass media il triste e lungo
periodo antecedente la proclamazione della Repubblica Italiana, nel corso del
quale molti nostri connazionali persero la vita in difesa della libertà e
conseguenti diritti, e oggi non si fa nulla (o molto poco) per rivendicare il
diritto di uguaglianza e di molti altri diritti, con il vantaggio che non si
rischia la vita e né si viene imprigionati. Una conquista davvero encomiabile a
voce, ma nei fatti e in proporzione è come se non l’avessimo ottenuta. E la
burocrazia? È il nemico numero uno che nessuno sa o vuole combattere… piuttosto
si preferisce subire!
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