APOLOGIA DI UN IMPUTATO INNOCENTE DI NOME SACRETO
Da un ideale “processo-farsa” e autodifesa di
un innocente: dall’antica
Grecia ad oggi poco è cambiato se non le
condanne senza ritorno… Anche
nel nostro Paese la Storia non ha lasciato
tracce di insegnamento.
di Ernesto Bodini

Chiarisco sin da subito
di non aver alcun titolo in ambito giurisprudenziale, ma con questo articolo
vorrei cimentarmi in un’impresa utopistica (per la verità non tropp0), ma dai
risvolti storico-culturali a favore dei condannati ingiustamente (con sentenza
definitiva), e che ancora languono nelle carceri italiane. A questo esito
finale l’interessato vi è arrivato dopo varie fasi processuali, precedute da
lunghe attese e rinvii…, precisando di non volersi avvalere di alcuna difesa
personale. Quindi, la parola alla pubblica accusa (P.M. che chiamerò Mètole) e all’imputato per la personale
arringa che chiamerò Sacreto.
Quest’ultimo, dopo sentita la prima versione dei fatti da parte della pubblica
accusa, ha preso parola dicendo: «Inizierò
affermando che, come piacerà a Dio, oppure no, il mio dovere è quello di
osservare la Legge, anche in questa sede, con affermazioni veritiere, così come
ho osservato sino a prima di essere tradotto in quest’aula di cotanta capienza.
A tutti coloro che mi hanno addossato colpe e responsabilità sino a farmi
ritenere un reo (ma non confesso), chiedo di ben riesaminare quelle che loro ritengono
essere prove a mio carico, e nel contempo anche di “ri-esaminare ”il valore
della propria coscienza perché, a distanza di tempo, tutto ciò potrebbe essere
sfumato e disperso nel nulla… A tutti quei protagonisti che si sono assunti
l’onere (ma non l’onore) di incolpare un innocente, non rivolgo il mio
“j’accuse” come il loro a me rivolto, ma la mia comprensione per i limiti della
loro pochezza e, si badi bene, ciò non significa ammissione di colpa alcuna da
parte mia!». Dopo queste prime affermazioni l’imputato, che ha preferito
esporre sempre in piedi, camminando avanti e indietro, ha osservato con occhio
benevolo ma non privo di monito tutti gli astanti presenti in aula, ma con
particolare destinazione visiva ai componenti della Giuria, ivi inclusa quella
popolare che, seppur senza diritto di interferire, l’espressione dei loro
componenti non meritava alcuna disattenzione. Sia pur tra attimi di pausa
riflessiva, Sacreto si è ripreso
senza alcun affanno e con la sua vivacità intellettuale, ha proseguito nella
sua esposizione. «In precedenza ho
rievocato alcune di quelle che ritengo essere calunnie depositate anzitempo nei
verbali e, soffermandomi su di esse, ne ho rilevato l’assurda infondatezza,
ancorché aggravata dal fatto che sono state dichiarate nella consapevolezza
della menzogna, una menzogna senza pari. Ecco che da qui emerge la visione di un
quadro più accusatorio che indiziario, con la pretesa di convincere la Corte
che le prove assunte a mio carico abbiano una certa validità ed altrettanta credibilità.
Si tratta, Egregio Mètole e Signori
della Corte, di prove che hanno il sapore del pregiudizio nei confronti di chi sa
di poter sostenere la propria innocenza… ma senza esasperazione». Ancora una
pausa, preceduta da un sospiro e nel contempo con lo sguardo indagatore, Sacreto era alla ricerca di qualche
bisbiglio o espressione di manifesta antipatia verso chi ha scelto di
autodifendersi in solitaria…; ma questo non lo ha disarmato minimamente, anzi,
lo ha incoraggiato nel valutare meglio e di più espressioni e sospiri della
platea, anche se al tavolo della Corte pare non trapelasse alcunché. L’accusa,
sempre nella figura di Mètole, ha
sostenuto la colpevolezza di Sacreto
nel diffondere ai suoi concittadini notizie faziose come la costante presenza
della burocrazia, e di sollecitare le masse a denigrarla con ogni mezzo
possibile (sia pur non violento); inoltre di “criticare” con veemenza alcuni
articoli della Costituzione e determinate Leggi che non vengono rispettati
nemmeno dalle stesse Istituzioni. Accuse infondate data l’oggettività dei fatti
quotidiani, che ha indignato e sconcertato Sacreto,
alle quali egli ha replicato affermando: «Egregio
Mètole, Signori della Giuria, con quale spirito di coscienza andate contestando
l’obiettività dei fatti che sono pur sotto gli occhi del popolo? Il fatto che
quest’ultimo si lamenti ma non prenda (democraticamente) posizione contro un
sistema perverso quali l’anòmia di certe Leggi e il rinvigorire della
burocrazia, non significa che disconoscere tali realtà che in questo Paese dove
risiedo e ne rispetto le Leggi, le stesse non sussistano e non siano meritevoli
del mio “j’accuse” in tono pacato e pur rispettoso… Or dunque, con quale
diritto vi permettete prendervi gioco della mia umile persona che sa di non
sapere nel senso universale del concetto, ma di sapere invece quello che tocca
con mano e vede tutti giorni camminando per le strade di questo Paese, tra
ipocriti, increduli e superficiali con l’unico mio conforto di qualche sporadica
e laconica “condivisione” del mio asserire… sia pur senza seguito».

A questo punto un mesto
brusio si è sollevato dall’ampia aula, sorrisi ironici ed altrettanti
ammiccamenti si confondevano sino al richiamo al silenzio della Corte e, a
questo punto, Mètole ha ripreso la
sua arringa accusatoria insistendo e puntando il dito contro l’imputato che non
si è scomposto minimamente e, rivolgendosi verso Sacreto, ha incalzato: «Voi,
modesto ma cocciuto assertore di convinzioni che trascendono nella blasfemia,
insistete su ciò che è disonorevole per il Paese e non vi rendete conto che il
popolo non lamenta e non reagisce tant’è che non vi esprime solidarietà.
Vogliate prendere atto che l’accusa che vi rivolgo non è solo mia, ma della
Corte tutta, alle quali si adegua il popolo sia pur ora nel mesto silenzio. Le
nostre convinzioni non sono sostenute per partito preso, bensì da dimostrazioni
inconfutabili che in questa sede andiamo di volta in volta dimostrando». È
chiaro che a questo punto del dibattito l’atmosfera si è fatta più accesa,
quasi a voler vedere le parti in un ipotetico scontro plateale, ma Sacreto non si è disarmato e nella sua proverbiale
calma, ha fatto un sospiro di sollievo e dopo qualche attimo di riflessione, ha
così ribattuto: «Signor Mètole, mi si
conceda il diritto di proseguire in questo cammino dibattimentale e soprattutto
accusatorio che non ha ragione di esistere, non fosse altro per la limpidità dei
fatti e della mia onestà intellettuale avvalorata dalla democraticità verso i
miei concittadini. Ma il Suo persistere a questo punto sta volgendo verso il
baratro della contrarietà per convincere la Giuria e gli astanti concittadini
che solo a me sono imputabili le Sue accuse, tra le quali il volermi privare per
espressa volontà di un collegio di difesa. Questa mia “autonomia difensiva”,
sia per tutti ulteriore esempio di certezza della mia non colpevolezza, e
monito, in caso contrario non mi resterà che invocare il Girone Dantesco per
dove collocare tutti i miei accusatori, la cui coscienza vorrei sapere dove
sarà albergata. Anche in questo Paese la condanna a morte è stata abolita, è
vero, e so che vi varrete delle Leggi vigenti per condannarmi (senza
possibilità di appello), e destinato a far parte delle migliaia di sventurati
come me per effetto dei vostri errori giudiziari. Accetterò dunque questo mio destino e nel contempo chiedendo a Dio di
perdonarvi». Ed è così che il buon Sacreto
e il suo principale accusatore Mètole
hanno concluso dinanzi alla Giuria e ad un pubblico attonito e ipocrita, un
processo “farsa” avendo trovato gratuitamente un capro espiatorio, con l’unico
vantaggio per lo stesso di non essere stato indotto a bere la cicuta. Un’ultima
riflessione: aver voluto parafrasare il destino del Sommo filosofo ateniese vorrebbe
essere l’invito a riflettere sul fatto che, anche se da noi non esiste la
condanna con la cicuta, nelle carceri italiane persistono ancora migliaia di
innocenti a causa di altrettanti errori giudiziari, e perdere per molti anni la
libertà ingiustamente è come essere morti tra i viventi!
Commenti
Posta un commento