QUANDO LE COMUNUCAZIONI DEI
POLITICI AVVENGONO PER VIA WEB
Segnalazioni del loro operato, avvisi di programmazione e gli inviti
alle loro iniziative favorendo gli adepti... esclusi gli anticonformisti
di Ernesto Bodini
Sicuramente
non sono il solo a ricevere di tanto in tanto dai politici, i comunicati di
quello che svolgono all’interno dei loro Consigli, (pur io non aderendo da
sempre ad alcuna realtà, qualunque essa sia), le cui intenzioni sarebbero
quelle di sollecitare ai vertici locali e apicali un problema sociale piuttosto
che un altro. Inoltre, l’invito a
seguirli nei loro incontri e, guarda caso, gli invitati trattasi di personaggi
ovviamente a loro noti, così come Movimenti e Associazioni varie; per contro
eludono (meglio sarebbe dire “snobbano”) personaggi pur noti, ma che non
appartenendo ad alcuna corrente o non in linea “diretta” con il loro pensiero.
Infine non dicono niente di più. In buona sostanza si possono avere valenze
culturali e sociali ma gli anticonformisti sono coloro che disturbano la loro
coscienza. E credo sia questo il centro del problema avendo ricalcato in modo
speculare proprio quel filone di
pensiero espresso da analisti e giornalisti attenti alle politiche sociali. In
effetti oggi la comunicazione politica sul web si è trasformata da strumento di
ascolto a canale di pura propaganda
bidirezionale apparente. Nel panorama politico locale e nazionale il
fenomeno risponde a logiche come la strategia cosiddetta “Echo Chamber” (Cassa
di risonanza), la cui tendenza è l’invito e dare spazio solo a personaggi noti,
movimenti o associazioni alleate che di fatto servono a creare un “bolla di consenso, in cui tutti (o quasi) si
applaudono a vicenda. Chi non appartiene a una corrente o esprime un pensiero
non allineato viene ignorato, proprio perché scardinerebbe questa narrazione perfetta. Il politico
locale non cerca il dibattito aperto tout court, ma piuttosto la conferma del
proprio operato da parte di sostenitori già fidelizzati. È indubbio che l’anticonformismo è elemento di “disturbo
della coscienza”, sia perché spostano il focus dalle parole ai fatti e sia
perché evidenziano le contraddizioni tra i proclami via web, ossia i comunicati
di ciò che fanno in Consiglio e la realtà del territorio. Inoltre gli
anticonformisti non sono controllabili e né “etichettabili” sotto una bandiera, e questo manda in crisi il meccanismo della contrapposizione politica
standard, qualunque essa sia. Avvalendosi dei comunicati come “dovere
d’ufficio” si ha la percezione che questi messaggi non dicano di più di ciò
che è reale; molto spesso l’invio di newsletter o post standardizzati serve
unicamente a dimostrare di “esistere” dal punto di vista mediatico, anziché
fare una vera cultura sociale o informazione di qualità, al fine di risolvere
concretamente i problemi che penalizzano quotidianamente la popolazione, come
ad esempio la burocrazia. Il rischio di tutto ciò è che questo modo di fare
politica allontani sempre più i cittadini pensanti, trasformando il dialogo democratico
in un monologo digitale sterile. Ma come fanno i cittadini a far sentire la
loro voce? Esistono ormai da tempo piattaforme di mobilitazione digitale,
attraverso le quali adire a petizioni online o la creazione di pagine social
dedicate a un problema specifico: il ”Civic Hacking” e il giornalismo dal
basso, ovvero cittadini e comitati che monitorano atti pubblici, delibere e
promesse non mantenute pubblicandole online con dati alla mano. Si può dedurre
che diventare “esperti” di un problema toglie ai politici la possibilità di
eludere la questione con risposte standard o “pre codificate”. Altro mezzo è il
coinvolgimento dei media locali di varia entità cartacea od online, pubblicando
articoli negativi o servizi volti a indurre gli amministratori a convocare i
cittadini che prima ignoravano; ulteriori mezzi sono la azioni di disturbo
pacifico e la presenza fisica, ossia presenziare in modo compatto e silenzioso
ai Consigli Comunali e Regionali aperti, organizzare; sit-in o flash mob davanti alle sedi istituzionali in
quanto a volte la presenza fisica rompe la barriera virtuale dei social in cui
i politici tendono a rifugiarsi. In sintesi, l’anticonformista e il cittadino
libero ottengono risultati quando cercano un dialogo provato, che viene quasi
sempre eluso (codardia?), ma quando riescono a rendere pubblici e collettivo il
problema, trasformandolo in un costo politico ed elettorale per chi governa. Ma
per costringere la politica locale ad uscire dalla propria bolla eburnea
digitale e rispondere delle proprie azioni, diversi sono i mezzi. L’Accesso
Civico Generalizzato (introdotto in Italia sulla falsa riga del Freedom of
Information Act americano) permette a chiunque di richiedere documenti, dati e
atti delle P.A., anche senza dimostrare un interesse diretto o una motivazione
specifica; l’effetto legale che ne può derivare consiste nel fatto che l’ente
pubblico ha l’obbligo di rispondere entro 30 giorni, se rifiuta senza una valida motivazione di legge il
cittadino può ricorrere al responsabile della trasparenza, al Difensore Civico
o al TAR. L’effetto democratico smantella invece il segreto d’ufficio e la
tendenza dei politici a nascondere i dati scomodi; consente ai comitati di fare
“fact-checking” immediato, ossia se un politico dichiara sul web che “i fondi
per un servizio sociale sono finiti”, l’accesso agli atti permette
diversificare se sia vero o se i soldi siano stati semplicemente dirottati
altrove. Per quanto riguarda le Istanze, le Petizioni e i Ricorsi al Difensore
Civico (D.C.) lo Statuto di ogni Comune prevede il diritto per i cittadini di
presentare petizioni formali o istanze scritte per chiedere l’intervento degli
organi comunali su questioni di rilevanza pubblica. Ma il D.C. regionale o
comunale interviene nei casi di abusi, disfunzioni o ritardi dell’iter
amministrativo. Per quanto concerne l’effetto legale l’A.P. è legalmente tenuta
a protocollare e a fornire una risposta scritta entro i termini previsti dal
regolamento comunale, tenendo presente che il D.C. non annulla gli atti ma esercita
una forte pressione istituzionale sollecitando il Comune a rimediare il torto; inoltre, l’effetto democratico
costringe il politico o il dirigente (burocrate) a mettere “nero su bianco” le
proprie ragioni e le proprie responsabilità, togliendolo dall’ambiguità dei post sui social. Relativamente all’iniziativa popolare e ai referendum locali, a livello comunale e regionale i
cittadini possono raccogliere firme per proporre delibere di iniziativa
popolare o per indire referendum locali (consultivi o abrogativi) su temi di
grande impatto, come ad esempio la gestione dei beni comuni o le varianti
urbanistiche; l’effetto legale che ne può derivare è subordinato al
raggiungimento del quorum di firme previste dallo Statuto, e il Consiglio
Comunale è obbligato a discutere e votare la proposta dei cittadini; nel caso
del referendum abrogativi, il voto popolare
può cancellare direttamente una delibera della Giunta. Va da sé che
l’effetto democratico è la massima espressione della democrazia diretta,
ovvero, sottrarre una decisione alla stanza dei comandi obbliga i politici a un
confronto pubblico aperto, impedendo loro di ignorare o “snobbare” le minoranze
e gli anticonformisti, poiché il voto finale spetta a tutta la cittadinanza.
Estrema ratio è fattibile il ricorso al TAR il quale può sospendere l’efficacia
dell’atto in via di urgenza (la cosiddetta sospensiva), e successivamente
annullarlo in via definitiva se riscontra vizi di forma, incompetenza o eccesso
di potere. Tralasciando altri procedimenti più o meno simili ad attivazione
locale vorrei evidenziare che tutto ciò comporta un impatto etico, l’arma più consistente
degli anticonformisti intendendo togliere ai politici il monopolio della parola,
e magari anche il vezzo di definirsi “onorevoli” in Parlamento, e governatori a
livello regionale che, detto per inciso, sono appropriazioni indebite e superate.

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