Per ottenere la pace c'é bisogno di proposte concrete...

 

LA POCA UTILITÀ DEI MESSAGGI SE NON

SONO SEGUITI PROPOSTE CONCRETE

La “ricezione” di un invito alla pace è penalizzata dalla  retorica non

raggiungendo i principali responsabili dei conflitti. Utile rammentare esempi 

storici di protagonisti che si dedicarono nel promuovere la pace nel modo.

 

di Ernesto Bodini

 

Da quando esiste il genere umano sulla terra i conflitti tra i popoli di tutte le etnie, religioni e culture non lo hanno mai abbandonato. C’é chi sostiene che questa realtà faccia parte del suo destino, chi invece dipende dalla sua volontà; in ogni caso gli eventi si susseguono e la pace è sempre più sollecitata. Ma da chi? Un po’ da tutti, ovviamente, ma soprattutto dal Pontefice che tutti i i giorni dalla sua finestra in piazza San Pietro si rivolge ai fedeli ripetendo le stesse frasi, come ad esempio “la pace è santa, bisogna far cessare le guerre”, e altri concetti simili. A mio avviso una invocazione che sta tra la litania e la retorica, e questo perché come tutti i messaggi ufficiali (ancorché plateali) dovrebbero essere meno retorici e più mirati alla concretezza. Piuttosto che limitarsi ad appelli generici dal Vaticano l’azione del “monito” dovrebbe essere più diretta e coraggiosa: nel contesto della guerra tra Russia e Ucraina, ad esempio, suggerirei che il Pontefice si rechi di persona in entrambi i Paesi per chiedere ospitalità e agire come figura paterna universale, favorendo così il dialogo direttamente tra le popolazioni coinvolte. Inoltre, a mio avviso la credibilità del messaggio di pace sarebbe meglio accolta attraverso la rinuncia ai paramenti sfarzosi, alle dimore storiche e alle scorte personali, preferendo un ritorno alla semplicità orginaria del Vangelo, simboleggiata da una tunica, semplici calzari e un bastone di larice, proprio come le icone ci trasnettono in tal modo la figura di Cristo. Io credo che mostrandosi vulnerabili e privi di sovrastrutture di potere si può essere maggiornente ascoltati da credenti, atei e agnostici. Inoltre, l’obiettivo di addivenire alla pace e alla fratellanza non deve risiedere in formule teologiche complesse, bensì nel sostegno quotidiano agli ultimi: malati, disabili, clochard, detenuti, eremiti, attraverso  gesti immediati di conforto ed economici. Personalmente da tempo vado ripetendo che per giungere alla pace nel mondo il Pontefice dovrebbe rivolgersi più ai soldati che vanno in trincea che non  ai loro comandanti-despoti, o peggio ancora invocare la pace in modo astratto e impersonale... E va da sé che che se i soldati si rifiutassero di imbracciare le armi e volessero restare a casa propria, nessuno morirebbe: andare in trincea significa uccidere deliberatamente per difesa o per offesa. Se questa non è obiettività, che cos’é? Questa mia prospettiva, che non vuole assuemere un tono di autorevolezza in alcun modo, dovrebbe toccare la sensibilità di tutti noi, della filosofia morale e quindi del pacifismo: l’idea del pacifismo di coscienza universale e della responsabilità individuale del soldato. Dal punto di vista meramente logico e matematico la mia è un obiettività causale, in quanto se nessun essere unano accettase di premere il grilletto, di lanciare una bomba  o di eseguire un ordine d’attacco, le guerre cesserebbero all’istante indipendentemente dalla volontà dei leader politici o dei comandanti in capo... ancorché politici. E aggiungo che se i soldati di una democrazia aggredita si rifiutassero in massa di combattere, e quelli di un regime totalitario aggressore continuassero ad obbedire, il risultato non sarebbe la pace ma l’annientamento o la sottomissione della nazione aggredita; da ciò ne consegue che il pacifismo assoluto si tradurrebbe in una resa forzata di fronte alla violenza. Ma va comunque ricordato la dottrina della “legittina difesa” la quale ci rammenta che il Catechismio della Chiesa Cattolica prevede il concetto di legittima difesa militare, sebbene Papa Francesco abbia più volte ridefinito tale concetto affermando che oggi è quasi impossibile parlare di una “guerra giusta” a causa del potere distruttivo delle armi moderne, e che la Chiesa riconosce ancora il diritto-dovere di proteggere gli indifesi dall’aggressore. Approfondendo questi concetti va ancora precisato che rivolgersi al singolo soldato in trincea presuppone che egli abbia la piena libertà di sceglierre, proprio perché sovente nei conflitti reali i soldati sono per lo più giovani di leva, costretti da leggi marziali ferree e magari da proprie convinzioni religiose, e sottoposti a una massiccia propaganda che annulla l’obiettività individuale. Le mie riflessioni sin qui esposte risiedono, appunto, nel richiamo alla responsabilità morale del singolo, un principio cardine che, come è noto, fu anche alla base dei processi di Norimberga a seguito dell’ultimo conflitto mondiale: l’ordine di un superiore non giustifica un crimine; ma la diplomazia pontificia, per sua natura, tende a parlare ai leader proprio perché sono  loro a detenere le chiavi legali, politiche e strutturali per fermare la macchina della guerra prima che il singolo cittadino venga costretto a diventarne un ingranaggio.

Volendo citare qualche figura storica della Chiesa dal fulgido esempio di saggezza, citerei il presbitero, scrittore ed educatore cattolico Don Milani (1923-1967) con il suo celebre  testo “L’obbedienza non è più una virtù”. Altri ancora si potrebbero richiamare alla memoria come il teologo, filosofo e medico-filantropo Albert Schweitzer (1875-1965); ma anche don Carlo Gnocchi (1902-1956) che nel dopoguerra accolse mutilatini e poliomielitici. Vale la pena ricordare che quando Schweitzer si recò ad Oslo nel 1953 per ritirare il Premio per la Pace, c’erano 30 mila persone ad attenderlo e per ascoltare il suo lungo intervento proprio sulla Pace.  Inoltre il Papa dovrebbe rammentare la questione dei missili a Cuba e di un possibile conflitto nucleare, evento che comportò il rischio di un conflitto nucleare e che fu evitato grazie all’accorato appello di A. Schweitzer a J.F. Kennedy e a N. Krusciov. Inoltre, anche Albert Einstein (1879-1955) fu un sostenitore della pace... e grande amico di Schweitzer. Quindi perché non rammentare questi episodi? Il Papa e chi al Suo seguito  dovrebbe parlare in piazza San  Pietro e in ogni altra sede, rammentando episodi come questi ed altri ancora di cui la storia è ricca. Io credo che citarli sottolineano una efficacia comunicativa: offrendo esempi pratici e non astratti di come l’umanità possa fermarsi un secondo prima dell’abisso. La scelta della Chiesa di non utilizzare sistematicamente questi specifici di de-escalation, offrirebbe esempi pratici e non astratti di come l’umanità possa fermarsi un attimo prima dell’abisso. Non utilizzare, quindi, specifici riferimenti storici nei messaggi di piazza San Pietro, risiede in alcune ragioni di natura teologica, diplomatica e istituzionale. Si prenda ad esempio la centralità del Vangelo in quanto per la Santa Sede, la fonte primaria e universale deve rimanere  il testo sacro, la figura di Cristo e l’Enciclica sociale (come la Pacem in Terris di Giovanni XXIII o la Fratelli Tutti di Papa Francesco). La Chiesa tende a non sovrapporre il proprio Magister0 morale a figure, anche di notevole straordinarietà, del pensiero laico o di altre confessioni quali quella di Schweitzer che era un teologo luterano, per preservare l’identità strettamente dottrinale del proprio appello. Nel contempo bisogna considerare  l’interpretazione storica della Crisi di Cuba che, come ripeto, sebbene gli appelli pubblici di A. Schweitzer con le sue lettere a Kennedy, e i messaggi radiofonici di Radio Oslo, abbiano esercitato una forte pressione morale sull’opinione pubblica mondiale, mentre la diplomazia vaticana tende a valorizzare soprattutto il proprio ruolo diretto. E fu proprio il radiomessaggio di Papa Giovanni XXIII a offrire a Nikita Krusciov, il pretesto diplomatico per fare un passo indietro senza perdere la faccia di fronte al mondo, un intervento riconosciuto ufficialmente sia da Washington che da Mosca. Ma quale la natura del pacifismo di Einstein e Schweitzer? Era strettamente legato all’antimilitarismo militante e all’obiezione di coscienza attiva, oltre che al disarmo nucleare radicale. Si trattava di posizioni che coincidevano solo in parte con la complessa diplomazia vaticana la quale, pur condannando fermamente la guerra e il possesso di armi nucleari, doveva mantenere canali aperti con gli Stati e riconoscere la legittimità istituzionale dei Governi e dei loro eserciti difensivi.  Riallacciandomi all’assegnazione del Premio per la Pace a Schweitzer nel 1953 a Oslo, lo stesso tenne un commovente discorso sul tema “Il problema della pace nel mondo oggi”, dinanzi ad una folla immensa che lo omaggiò con una storica fiaccolata.  A questo riguardo in alcuni miei articoli ho dedicato spazio proprio alle riflessioni di Albert Schweitzer, evidenziando come il filosofo alsaziano considerasse le Istituzioni internazionali parzialmente impotenti e vedesse la pace come il frutto di una profonda maturazione morale del singolo, concetto questo, che si sposa perfettamente con la mia idea, ossia quella di parlare direttamente alle coscienze dei soldati. Concordo dunque sugli appelli profusi da Papa Giovanni XXIII, ma è  irrazionale che l’attuale Pontefice non si prodighi altrettanto. Il fatto che la Chiesa abbia esigenze di tipo diplomatico o di proprie regole di impostazione e, poiché è  il Vicario di Cristo, quale credente sono convinto che Cristo approverebbe la sua “mediazione”, avente proprio finalità di sollecitare la pace fra tutti gli esseri umani. Diversamente, gli oltre 50 conflitti in corso nel mondo non cesseranno mai. Ora, che il mio ragionamento coglie una delle tensioni più profonde vissute dai fedeli e dagli osservanti attenti, ne deriva lo scarto tra il radicalismo evangelico che ci si aspetta dal Vicario di Cristo e il realismo diplomatico adottato dalla Segreteria di Stato vaticana. Ma non solo. La mia convinzione poggia sulle solide basi delle origini teologiche: Cristo nel Vangelo non ha dettato strtategie geopolitiche, né ha legittimato i calcoli di convenienza degli Stati; ma si è pronunciato in modo netto (“bandire la spada”) proclamando beati gli operatori di pace, senza condizioni. Dal punto di vista delle fede pura, l’approccio ideale del Papa dovrebbe essere profetico e dirompente, libero da ogni vincolo cerimoniale o diplomatico, proprio per rompere quel circolo vizioso che alimenta gli oltre 50 conflitti nel mondo.

 

Ritengo altresì utile rammentare che l’apparente irrazionalità o anacronismo dell’adozione dell’attuale Pontefice, deriva dal fatto che la Santa Sede si trova a operare contemporaneamente  su due livelli paralleli e spesso in contraddizione tra loro. In primis il livello profetico, in quanto Vicario di Cristo. È il piano in cui il Papa Francesco denunciava l’industria delle armi, definendo la guerra “una follia” e “una sconfitta” per l’umanità e invoca una fratellanza  universale che supera i confini nazionali. In questo spazio il Papa parla alle coscienze, esattamente come ho evidenziato io stesso. Per quanto riguarda il livello statutale e diplomatico è da sapere che si riferisce al piano in cui la Santa Sede agisce come soggetto di diritto internazionale:  sia per poter mediare lo scambio di prigionieri che aprire  corridoi umanitari o mantenere aperti i canali di dialogo con regimi dittatoriali e aggressori, e in tale senso la diplomazia vaticana non aliena o interrompe i fili diplomatici.  È intuibile che se il Papa entrasse in una logica di scontro frontale e totale con i leader-despoti, la Chiesa perderebbe l’accesso a quei tavoli negoziali discreti che, pur senza fermare le guerre nell’immediato, salvano vite umane nel silenzio. Ma il dramma storico, che sembra avere sempre più consistenza, è che la diplomazia tradizionale sembra avere sempre meno presa dinanzi alla cecità dei moderni scenari di guerra, ovvero, se la diplomazia degli Stati fallisce l’unica via rimasta è forse proprio quel richiamo immediato alla coscienza dei singoli, affinché non si producano più strumenti di guerra. Di fatto, la mia critica mette in luce un’esigenza fondamentale: se la diplomazia degli Stati fallisce, l’unica via disponibile forse è proprio quel richiamo immediato di abbandono della produzione e dell’uso delle armi. Ora, se il Papa ha quel potere temporale che tanto gli si decanta, dovrebbe mettere  in pratica quegli accorgimenti culturali e diplomatici che ritiene più opportuni, e non credo che i despoti (mussulmani a parte) non gli darebbero ascolto. Quindi, tutti coloro (al comando o no) che imbracciano un’arma sono diretti responsabili contro l’umanità. E qui a mio avviso non c’é vincolo che tenga. La severità di un anticonformismo non ammette sconti: il rifiuto di qualsiasi zona grigia di fronte alla perdita di vite umane, e l’attribuzione di una responsabilità diretta e ineludibile a chiunque prema un grilletto o lanci un drone o firmi un ordine d’attacco. Tuttavia, l’efficacia del “potere temporale” e dell’influenza diplomatica del Papa, si scontra oggi con un panorama internazionale radicalmente mutato rispetto al passato, persino all’interno del mondo di tradizione cristiana. Considerando che i canali ufficiali faticano ad incidere sui Governi, la Chiesa dovrebbe investire di più su una comunicazione, sotterranea e digitale per raggiungere direttamente i cittadini e i soldati nei Paesi in guerra, magari “aggirando la censura dei regimi, anche perché i molteplici interventi di diplomazia sino ad oggi hanno portato a nulla o quasi, e se i tavoli della diplomazia internazionale continuano a fallire, l’unica via d’uscita rimasta è una rivoluzione culturale e spirituale che parta dal basso, basata sulla responsabilità del singolo e sul valore assoluto della vita. In questo contesto la figura di Albert Schweitzer non è un semplice aneddoto storico, ma una chiave di volta indispensabile. Il fulcro del suo pensieri “Rispetto per la vita”, rifiuta ogni compromesso geopolitico: la vita è sacra in ogni sua forma e distruggerla è l’atto più irrazionale che l’uomo possa compiere. Eludere questo principio e ignorare la lezione di scienziati, filantropi e pensatori che hanno guardato oltre le logiche degli Stati, significa condannare l’umanità a un ciclo infinito di violenza. Concludo suggerendo la lettura della pubblicazione Pace e pericolo atomico – Lettere tra Albert Schweitzer e Albert Einstein (Ed. Claudiana, 2011), un carteggio in cui non ci sono solo speculazioni filosofiche, ma l’angosciata lucidità di due tra le più grandi menti del Novecento, che avevano compreso come l’era nucleare avesse reso la guerra un’opzione del tutto irrazionale per la sopravvivenza stessa dell’umanità.



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