LA POCA UTILITÀ DEI MESSAGGI SE NON
SONO SEGUITI PROPOSTE CONCRETE
La “ricezione” di un invito alla pace è penalizzata
dalla retorica non
raggiungendo i principali responsabili dei conflitti. Utile rammentare esempi
storici di protagonisti che si dedicarono nel
promuovere la pace nel modo.
di Ernesto Bodini
Volendo citare qualche figura storica della Chiesa
dal fulgido esempio di saggezza, citerei il presbitero, scrittore ed educatore
cattolico Don Milani (1923-1967) con il suo celebre testo “L’obbedienza
non è più una virtù”. Altri ancora si potrebbero richiamare alla memoria
come il teologo, filosofo e medico-filantropo Albert Schweitzer (1875-1965); ma
anche don Carlo Gnocchi (1902-1956) che nel dopoguerra accolse mutilatini e
poliomielitici. Vale la pena ricordare che quando Schweitzer si recò ad Oslo
nel 1953 per ritirare il Premio per la Pace, c’erano 30 mila persone ad
attenderlo e per ascoltare il suo lungo intervento proprio sulla Pace. Inoltre il Papa dovrebbe rammentare la questione
dei missili a Cuba e di un possibile conflitto nucleare, evento che comportò il
rischio di un conflitto nucleare e che fu evitato grazie all’accorato appello
di A. Schweitzer a J.F. Kennedy e a N. Krusciov. Inoltre, anche Albert Einstein
(1879-1955) fu un sostenitore della pace... e grande amico di Schweitzer.
Quindi perché non rammentare questi episodi? Il Papa e chi al Suo seguito dovrebbe parlare in piazza San Pietro e in ogni altra sede, rammentando
episodi come questi ed altri ancora di cui la storia è ricca. Io credo che
citarli sottolineano una efficacia comunicativa: offrendo esempi pratici e non
astratti di come l’umanità possa fermarsi un secondo prima dell’abisso. La
scelta della Chiesa di non utilizzare sistematicamente questi specifici di
de-escalation, offrirebbe esempi pratici e non astratti di come l’umanità possa
fermarsi un attimo prima dell’abisso. Non utilizzare, quindi, specifici riferimenti
storici nei messaggi di piazza San Pietro, risiede in alcune ragioni di natura
teologica, diplomatica e istituzionale. Si prenda ad esempio la centralità del
Vangelo in quanto per la Santa Sede, la fonte primaria e universale deve
rimanere il testo sacro, la figura di
Cristo e l’Enciclica sociale (come la Pacem
in Terris di Giovanni XXIII o la Fratelli
Tutti di Papa Francesco). La Chiesa tende a non sovrapporre il proprio
Magister0 morale a figure, anche di notevole straordinarietà, del pensiero
laico o di altre confessioni quali quella di Schweitzer che era un teologo
luterano, per preservare l’identità strettamente dottrinale del proprio
appello. Nel contempo bisogna considerare
l’interpretazione storica della Crisi di Cuba che, come ripeto, sebbene
gli appelli pubblici di A. Schweitzer con le sue lettere a Kennedy, e i messaggi
radiofonici di Radio Oslo, abbiano esercitato una forte pressione morale
sull’opinione pubblica mondiale, mentre la diplomazia vaticana tende a
valorizzare soprattutto il proprio ruolo diretto. E fu proprio il
radiomessaggio di Papa Giovanni XXIII a offrire a Nikita Krusciov, il pretesto
diplomatico per fare un passo indietro senza perdere la faccia di fronte al
mondo, un intervento riconosciuto ufficialmente sia da Washington che da Mosca.
Ma quale la natura del pacifismo di Einstein e Schweitzer? Era strettamente legato
all’antimilitarismo militante e all’obiezione di coscienza attiva, oltre che al
disarmo nucleare radicale. Si trattava di posizioni che coincidevano solo in parte
con la complessa diplomazia vaticana la quale, pur condannando fermamente la
guerra e il possesso di armi nucleari, doveva mantenere canali aperti con gli
Stati e riconoscere la legittimità istituzionale dei Governi e dei loro
eserciti difensivi. Riallacciandomi
all’assegnazione del Premio per la Pace a Schweitzer nel 1953 a Oslo, lo stesso
tenne un commovente discorso sul tema “Il
problema della pace nel mondo oggi”, dinanzi ad una folla immensa che lo
omaggiò con una storica fiaccolata. A
questo riguardo in alcuni miei articoli ho dedicato spazio proprio alle
riflessioni di Albert Schweitzer, evidenziando come il filosofo alsaziano
considerasse le Istituzioni internazionali parzialmente impotenti e vedesse la
pace come il frutto di una profonda maturazione morale del singolo, concetto
questo, che si sposa perfettamente con la mia idea, ossia quella di parlare
direttamente alle coscienze dei soldati. Concordo dunque sugli appelli profusi
da Papa Giovanni XXIII, ma è irrazionale
che l’attuale Pontefice non si prodighi altrettanto. Il fatto che la Chiesa
abbia esigenze di tipo diplomatico o di proprie regole di impostazione e,
poiché è il Vicario di Cristo, quale
credente sono convinto che Cristo approverebbe la sua “mediazione”, avente
proprio finalità di sollecitare la pace fra tutti gli esseri umani.
Diversamente, gli oltre 50 conflitti in corso nel mondo non cesseranno mai.
Ora, che il mio ragionamento coglie una delle tensioni più profonde vissute dai
fedeli e dagli osservanti attenti, ne deriva lo scarto tra il radicalismo
evangelico che ci si aspetta dal Vicario di Cristo e il realismo diplomatico
adottato dalla Segreteria di Stato vaticana. Ma non solo. La mia convinzione
poggia sulle solide basi delle origini teologiche: Cristo nel Vangelo non ha
dettato strtategie geopolitiche, né ha legittimato i calcoli di convenienza
degli Stati; ma si è pronunciato in modo netto (“bandire la spada”) proclamando
beati gli operatori di pace, senza condizioni. Dal punto di vista delle fede
pura, l’approccio ideale del Papa dovrebbe essere profetico e dirompente,
libero da ogni vincolo cerimoniale o diplomatico, proprio per rompere quel
circolo vizioso che alimenta gli oltre 50 conflitti nel mondo.
Ritengo altresì utile rammentare che l’apparente
irrazionalità o anacronismo dell’adozione dell’attuale Pontefice, deriva dal
fatto che la Santa Sede si trova a operare contemporaneamente su due livelli paralleli e spesso in
contraddizione tra loro. In primis il livello profetico, in quanto Vicario di
Cristo. È il piano in cui il Papa Francesco denunciava l’industria delle armi,
definendo la guerra “una follia” e “una sconfitta” per l’umanità e invoca una
fratellanza universale che supera i
confini nazionali. In questo spazio il Papa parla alle coscienze, esattamente
come ho evidenziato io stesso. Per quanto riguarda il livello statutale e
diplomatico è da sapere che si riferisce al piano in cui la Santa Sede agisce
come soggetto di diritto internazionale:
sia per poter mediare lo scambio di prigionieri che aprire corridoi umanitari o mantenere aperti i
canali di dialogo con regimi dittatoriali e aggressori, e in tale senso la
diplomazia vaticana non aliena o interrompe i fili diplomatici. È intuibile che se il Papa entrasse in una
logica di scontro frontale e totale con i leader-despoti, la Chiesa perderebbe
l’accesso a quei tavoli negoziali discreti che, pur senza fermare le guerre
nell’immediato, salvano vite umane nel silenzio. Ma il dramma storico, che
sembra avere sempre più consistenza, è che la diplomazia tradizionale sembra
avere sempre meno presa dinanzi alla cecità dei moderni scenari di guerra,
ovvero, se la diplomazia degli Stati fallisce l’unica via rimasta è forse
proprio quel richiamo immediato alla coscienza dei singoli, affinché non si
producano più strumenti di guerra. Di fatto, la mia critica mette in luce
un’esigenza fondamentale: se la diplomazia degli Stati fallisce, l’unica via
disponibile forse è proprio quel richiamo immediato di abbandono della
produzione e dell’uso delle armi. Ora, se il Papa ha quel potere temporale che
tanto gli si decanta, dovrebbe mettere
in pratica quegli accorgimenti culturali e diplomatici che ritiene più
opportuni, e non credo che i despoti (mussulmani a parte) non gli darebbero
ascolto. Quindi, tutti coloro (al comando o no) che imbracciano un’arma sono
diretti responsabili contro l’umanità. E qui a mio avviso non c’é vincolo che
tenga. La severità di un anticonformismo non ammette sconti: il rifiuto di
qualsiasi zona grigia di fronte alla perdita di vite umane, e l’attribuzione di
una responsabilità diretta e ineludibile a chiunque prema un grilletto o lanci
un drone o firmi un ordine d’attacco. Tuttavia, l’efficacia del “potere
temporale” e dell’influenza diplomatica del Papa, si scontra oggi con un panorama
internazionale radicalmente mutato rispetto al passato, persino all’interno del
mondo di tradizione cristiana. Considerando che i canali ufficiali faticano ad
incidere sui Governi, la Chiesa dovrebbe investire di più su una comunicazione,
sotterranea e digitale per raggiungere direttamente i cittadini e i soldati nei
Paesi in guerra, magari “aggirando la censura dei regimi, anche perché i
molteplici interventi di diplomazia sino ad oggi hanno portato a nulla o quasi,
e se i tavoli della diplomazia internazionale continuano a fallire, l’unica via
d’uscita rimasta è una rivoluzione culturale e spirituale che parta dal basso,
basata sulla responsabilità del singolo e sul valore assoluto della vita. In
questo contesto la figura di Albert Schweitzer non è un semplice aneddoto
storico, ma una chiave di volta indispensabile. Il fulcro del suo pensieri “Rispetto per la vita”, rifiuta ogni
compromesso geopolitico: la vita è sacra in ogni sua forma e distruggerla è
l’atto più irrazionale che l’uomo possa compiere. Eludere questo principio e ignorare
la lezione di scienziati, filantropi e pensatori che hanno guardato oltre le logiche
degli Stati, significa condannare l’umanità a un ciclo infinito di violenza.
Concludo suggerendo la lettura della pubblicazione Pace e pericolo atomico – Lettere tra Albert Schweitzer e Albert
Einstein (Ed. Claudiana, 2011), un carteggio in cui non ci sono solo
speculazioni filosofiche, ma l’angosciata lucidità di due tra le più grandi
menti del Novecento, che avevano compreso come l’era nucleare avesse reso la
guerra un’opzione del tutto irrazionale per la sopravvivenza stessa
dell’umanità.


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