NEL 180° ANNIVERSARIO: DA OLTRE UN
SECOLO L’ANESTESIA CONTRO IL DOLORE
Grazie all’opera di “impavidi” pionieri americani e
inglesi. Il
dovere di ricordare. Più recentemente il contributo di due italiani
di Ernesto Bodini
Se è giusto onorare gli anniversari è doveroso ricordare anche quelli che si tende a dimenticare le cui origini dell’evento sono molto lontane. È il caso della scoperta dell’anestesia della quale quest’anno ricorre il 180° anniversario, ed è storicamente attribuita a scienziati e odontoiatri americani e inglesi. In primis Horace Wells (1815-1848) che nel 1844 sperimentò il protossido d’azoto per le estrazioni dentarie, come pure William Morton (1819-1868) che nel 1846 dimostrò pubblicamente l’efficacia dell’etere solforico durante un intervento chirurgico a Boston; ma anche l’opera del medico e farmacisata Crawford W. Long (1815-1878) preceduta nel 1842 in quanto aveva già utilizzato l’etere, pur formalizzando i suoi risultati solo in seguito. Ma fu il medico e poeta Oliver Wendell Holmes (1809-1894), nel novembre 1846, a suggerire formalmente il termine “anestesia” (dal greco “mancanza di sensibilità”) per definire questa rivoluzione. Ma non di meno il contributo degli inglesi Humprey e Henry Williams che descrissero le proprietà analgesiche del gas esilarante all’inizio dell’Ottocento, e i successivi colleghi inglesi ne standardizzarono l’uso terapeutico. Tutti, più o meno in egual misura contribuirono a delineare con grande precisione l’essenza stessa di quella che fu una vera e propria epopea scientifica e umana, unendo intelligenza, costanza e un profondo spirito di sacrifico e stoicismi, sì perché questi impavidi pionieri non esitarono a testare le sostanze su se stessi prima ancora che sui pazienti. Quindi, il grande merito di questi uomini (che si tende a dimenticare anche nelle Facoltà Universitarie per assenza di materia di insegnamento) è stato quello di strappare la chirurgia alla barbarie del dolore. Prima delle loro intuizioni l’atto chirurgico era una trauma indicibile, limitato alla rapidità d’esecuzione dell’operatore e dalla resistenza fisica del paziente. Quindi, proprio grazie al loro coraggio (vera e propria temerarietà per quei tempi), l’anestesia è diventata la chiave che ha permesso alla Medicina moderna di evolversi, rendendo possibili interventi complessi in totale sicurezza e nel pieno rispetto della dignità umana. Un aneddoto. Significativa l’esperienza degli studenti e dei medici del Massachusetts Generali Hospital di Boston, quando per primi (era il 16 ottobre 1846) assistettero alla eradicazione di un grosso tumore del collo in anestesia generale al gioivane paziente Edward Gilbert Abbott; come pure grande fu l’emozione che il dottor John Collins Warren (1779-1856) che provò, quando alla fine dell’intervento, rivolto agli studenti e al dottor Morton che aveva condotto l’anestesia, pronunciò la storica frase: «Signori, questo non è un inganno!». Alla luce di questa breve rievocazione (ma la storia in realtà è molto più ampia), questo anniversario andrebbe celebrato nelle opportune Accademie da storici della Medicina, e anche da biografi appassionati (come chi scrive, che per scopi divulgativi ha potuto seguire da vicino vari interventi in anestesia), ma dovremmo esserne tutti coscienti e idealmente riconoscenti. Va detto che gli episodi sarebbero infiniti, citarne alcuni ed “escluderne” altri sarebbe fare un torto a questi ultimi. Ma per fare un po’ di campanilismo, mi sia concesso ricordare che Torino è stata la culla della Anestesiologia (è il corretto nome di questa specialità) italiana con i pionieri proff. Ottorino Uffreduzzi (1881-1943) e Achille Mario Dogliotti (1897-1966), che si batterono affinché gli anestesisti dessero a una Società indipendente e non si riducessero a semplice branca della Chirurgia. Anche questa “parentesi nostrana” dovrebbe essere ricordata ai futuri medici e infermieri.


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