RIEVOCANDO IL CONCETTO DI
ETICA
Un modus vivendi e operandi
nelle relazioni umane
all’interno di una società sempre più convulsa e distratta...
di
Ernesto Bodini
Molti
sono i comportamenti umani e altrettante le conseguenze a seguito degli stessi,
tanto che vale pena (se non doveroso) richiamare il concetto di etica: un modus
vivendi responsabile e non demandabile. Il campo dell’etica, per quanto sempre
più attuale, è a tutt’oggi molto complesso soprattutto per la molteplicità
delle diverse posizioni comportamentali, in grado di esprimere il valore della
vita secondo le diverse culture e religioni. Ciascuno di noi può dare il
proprio contributo nella individuazione di ciò che è il bene da realizzare in
una società sempre più complessa e senza limiti... Ogni persona è autrice della
propria storia e della propria esperienza, e detentrice dell’obiettivo
valoriale di famiglia, con la propria sensibilità personale e, diciamolo pure,
con la propria onestà intellettuale. Ed è in funzione di queste prerogative che
si scopre come questa ricchezza morale è anche motivo di interpretazioni
diverse su ciò che deve essere fatto (e anche detto), con posizioni che possono
creare disaccordo e conflittualità (spesso notevoli) nel discernere i valori.
In realtà i dilemmi morali e la diversità di vedute, oggi sempre più ampie,
dovrebbero incoraggiare il dialogo e la reciproca collaborazione sia
nell’ambito delle relazioni famigliari che sociali e professionali e ciò, sempre
che il discernimento del valore non diventi imposizione di dominio... se non
anche di oppressione. Evento, che in questo caso, può risultare inaccettabile
in una società sempre più convulsa. Quindi, l’etica non è un “optional” per nessun
essere umano, ma la consapevolezza della peculiarità della nostra realtà
terrena. Occorre però saperla individuare
e mettere in pratica senza complessi e senza timori, sapersi relazionare
con discrezione e diligenza senza superficialità od eccessivo scrupolo... ben
lontani dal considerare gli “avvenenti” robot umanoidi e la “prepotente”
intelligenza artificiale. Va da sé che il disattendere l’etica porta
inevitabilmente all’insuccesso e pone serie difficoltà per chiunque, non solo
nella relazione con i propri simili o per gli eventuali risvolti legali
soprattutto dal punto di vista pratico, ma anche per una “distanza” essenziale
tra ciò che si è in quanto esseri umani di pari diritti e doveri, e ciò che si fa.
Emblematica l’osservazione del premio Nobel per la Pace il medico-filantropo
Albert Schweitzer (1875-1965): «L’uomo morale possiede il coraggio di lasciarsi
tacciare di sentimentalismo, ma rispetta la vita universalmente. E l’etica è,
nel senso più esteso del termine, un senso di responsabilità esteso a tutto
ciò che è vita». Ogni
individuo (politici in primis), dunque, deve riacquistare il ruolo e il valore
della “sensibilità etica” e, a questo proposito, un autore sostiene che la
sensibilità etica negli ultimi anni è andata lentamente affievolendosi, tant’è
che molti problemi etici non vengono nemmeno riconosciuti come tali. A questa
caduta di sensibilità corrisponde anche una caduta di responsabilità,
intesa come volontà della persona di prendere decisioni in modo autonomo. E
questo può trovare “giustificazione” nei meccanismi della consultazione facile,
o della altrettanto facile delega ai propri simili, rinviando ad essi compiti
che dovrebbero essere propri. Una ulteriore considerazione ci richiama al
concetto che il “vero” Io dell’uomo è nella sua psiche, ossia nella sua
intelligenza e, poiché l’anima è sede di tutti quei valori che sono
squisitamente umani, i veri valori non potranno essere se non i valori
dell’anima, basati sull’intelligenza (umana e non artificiale) che cerca il bene del prossimo.
L’etica nell’ambito
dell’altruismo
Ogni
iniziativa volta all’azione dell’altruismo rappresenta un impegno etico e
morale di solidarietà, ed assume reale valore non solo per la spontaneità e
l’immediatezza, ma anche quando l’atto del donare è espresso (senza
necessariamente rispondere ad una richiesta da parte di interlocutori) e
soprattutto manifestato in qualunque modo, purché sincero, disinteressato e con
competenza. Per quanto riguarda le associazioni di volontariato va detto che
sono realtà tutte nobili per princìpi e finalità, in comune hanno un articolo
del loro Statuto: “... non a fini di lucro”. Ma sono veramente poche (nella
realtà italiana in particolare) quelle in grado, attraverso i loro componenti,
di affrontare situazioni di un certo impegno in difesa dei cittadini, spesso
loro associati o simpatizzanti, soprattutto nel superare gli ostacoli della
burocrazia. Un fenomeno assai ricorrente e “riprovevole” perché, a mio avviso,
la gran parte di esse svolge compiti “sostitutivi (e non di supporto) in
appoggio alle Istituzioni; e questo, non dovrebbe avvenire ad eccezione nei
casi di calamità in cui è richiesta l’opera dell’intera collettività. Inoltre,
molti volontari spesso si improvvisano “competenti” in questo o quel settore
(socio-sanitario-assistenziale in particolare) senza aver invece la specifica
competenza o predisposizione, creando così disorientamenti se non addirittura
qualche negativa conseguenza... Nel non profit bisogna orientarsi sempre in una
direzione e non in ogni direzione, ovvero, il rispetto delle rispettive
competenze e della dignità della persona. Ma è lecito chiedere al volontario di
qualunque appartenenza associativa le motivazioni della sua scelta? E
l’abolizione di questi operatori “istituzionalizzati” cosa potrebbe comportare?
Quesiti che da sempre mi pongo e commento cercando “validi” interlocutori,
senza però trovare un cenno di risposta privo di retorica e di ipocrisia. Forse
perché ci vuole coraggio per alzarsi e parlare, ma ce ne vuole anche per
restare seduti ad ascoltare! O forse, anche per l’illusione di essere utili
alla società avendo magari risolto qualche problema d’intervento laddove le
Istituzioni erano assenti, tardive o insolventi... Se è vero, come io credo,
che dal punto di vista della solidarietà il mondo è diviso in due categorie di
persone: quelle che fanno le cose e quelle che ne acquistano il merito, vi sono
associazioni (e quindi volontari) che dovrebbero appartenere alla prima
categoria in quanto c’é molta meno concorrenza! So di essere un impenitente
anticonformista (ma questa è la mia natura etica), come pure so che andare
contro le opinioni dominanti della massa, delle persone che vediamo tutti i
giorni, è forse il più difficile atto comportamentale che si possa compiere. E
di questo non ne vado fiero, ma al tempo stesso la mia coerenza corrisponde ai
miei princìpi etici.
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