Il fenomeno delle scuse e del perdono...

 

IL “FENOMENO” DELLE SCUSE PUBBLICHE E PRIVATE

Il perdono come atto integrante spesso disatteso... ma non sempre meritato

di Ernesto Bodini

È assodato che in quanto esseri umani siamo tutti peccatori, e quindi tutti (nessuno escluso) soggetti a sbagliare. Ad ogni livello e in qualsiasi ambito con il nostro agire quotidiano si commette una serie di sbagli anche nei confronti di chiunque, e addirittura anche di sé stessi. Le nostre azioni possono essere dettate da una infinità di esigenze e di eventi esterni che, seppur attentamente valutate, spesso non si risolvono nel modo più sperato ed opportuno; se poi tali azioni compromettono la dignità del prossimo i danni possono avere determinate conseguenze. Ma è ancor peggio quando i nostri sbagli hanno come conseguenza lesioni fisiche verso una o più persone, sino addirittura a sopprimerne la vita. In tutti questi casi ne consegue il desiderio, più o meno sincero, di scusarsi con la parte lesa o persone ad esse vicine, e sperare (se non pretendere) di essere scusati e perdonati. Ma come si può giustificare lo scusarsi dopo aver deliberatamente leso la dignità o tolto la vita a una persona... affermando con ipocrisia di esserne pentiti? Non dimentichiamo che l’ipocrisia è l’omaggio che la verità rende all’errore. Questo modo di intendere lo si riscontra spesso nelle aule dei tribunali..., ma meglio e più onesto sarebbe chiudersi in un composto silenzio e attendere..., oltre al giudizio degli umani, quello finale del Divino, con la differenza che nel primo caso ci si può appellare (con diritto) alla difesa, nel secondo caso non esistono tribunali, giudici togati, pubblici ministeri e avvocati: l’unico tribunale è quello della propria coscienza, e nel tribunale della nostra coscienza siamo soliti chiamare soltanto testimoni a nostra difesa. Va ricordato che notevoli sono gli sbagli commessi dai giudici le cui sentenze negative (pollice verso) nel nostro Paese  hanno decretato sinora la condanna di decine di migliaia di detenuti innocenti, e nessuno di essi, una volta dimostrata l’innocenza del condannato, ha mai ammesso pubblicamente il proprio sbaglio... e tanto meno ha rilasciato interviste riguardo. Il drammaturgo romano Publio Siro (85-43 a.C.) sosteneva: «L’assoluzione del colpevole condanna il giudice», ma da noi di fatto non è proprio così (sic!). A costoro vorrei rammentare inoltre che il massimo segno di intelligenza è il dubbio, e tale deve essere elemento insostituibile, richiamando il vecchio concetto: meglio un reo libero che un innocente in carcere! Ma ora veniamo ad un altro esempio di sbagli che solitamente non sono ammessi pubblicamente, e mi riferisco a quelli commessi dai politici i quali hanno tutti (o quasi) la presunzione di sapere tutto (ma purtroppo è tutto quello che sanno), quindi di non sbagliare: una grave presunzione che il più delle volte si ripercuote sulla cittadinanza. E se anche se ammettessero i propri sbagli, tale ammissione equivarrebbe a serio pentimento? Per rispondere a questa domanda bisogna chiamare in causa la cosiddetta “onestà intellettuale” che, intesa nel suo senso più nobile, credo che pochissimi potrebbero avvalersene. Fatte queste considerazioni sulle diverse ragioni e modi di sbagliare, non si può eludere il doveroso concetto del perdono, un’azione di intima e profonda coscienza di cui ben pochi ne sono dotati... magari in quanto ispirati dalla propria fede cristiana. Forse non è così per coloro che non si ritengono cristiani e soprattutto credenti.


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